Siamo pronti per il giornalismo del futuro?

Me lo chiedo – e provo a rispondere – con un pezzo scritto come “ospite” per Linkiesta.

Un pezzo nel quale, fra le altre cose, parlo ancora di Wolf. E non potrebbe essere altrimenti, visto che Wolf è la nostra risposta alle domande che il cambiamento della professione ci costringe a rivolgerci.

Che cos’è Wolf, dunque?

È una newsletter riservata a un pubblico di abbonati paganti, rivolta a tutti coloro che si interessano e lavorano a tematiche legate alla comunicazione online, ai modelli di business, ai social network e ai social media, alla SEO, al giornalismo, all’editoria, ai contenuti digitali, al futuro della comunicazione e dell’informazione. Wolf non è propriamente un giornale, è uno strumento che racchiude altri strumenti. Di fatto, è la prima “pubblicazione” in Italia che si occupa di queste tematiche in via esclusiva e in maniera professionale e per professionisti (oltreché per semplici curiosi o interessati).

L’idea alla base di Wolf non è solo quella di creare un nuovo prodotto editoriale, ma anche di offrire strumenti, costruire relazioni per una comunità che ha bisogno di rivendicare la propria professionalità, di riappropriarsene, di conoscere gli strumenti a disposizione, di rimettersi in gioco. Sia per iniziative di autoimprenditorialità sia per mettere le proprie competenze al servizio di gruppi editoriali che vogliano cavalcare il cambiamento in atto e sfruttare tutte le opportunità che offre.

Noi giornalisti non dobbiamo rassegnarci a un’insipida esistenza lavorativa da fabbricanti di contenuti né abbandonarci al vittimismo, non dobbiamo accettare condizioni di schiavitù. Possiamo ancora avere un enorme impatto sulla società che viviamo. Per farlo dobbiamo collaborare tra noi, iniziare a tifare innovazione smettendo di volere l’innovazione soltanto se promossa da noi. E sia che scegliamo di giocare nel campo in cui i contenuti li pagano gli sponsor, sia che decidiamo di giocare in quello in cui pagano i lettori, la soluzione è sempre la stessa, vecchia, come tutte le soluzioni che funzionano: abbiamo bisogno di recuperare la fiducia dei lettori. Dobbiamo essere credibili, professionali, corretti.

Non lo diciamo noi, lo dice la legge istitutiva della professione. Che non è del 2016, è del 1969. Basta riadattarne il significato ai nuovi canali distributivi e se ne riscoprirà l’attualità: non è detto che novità tecnologiche richiedano di modificare radicalmente le basi della professione. Non è detto che storytelling significhi raccontar storie nel suo senso deteriore. Anzi, un uso consapevole dei social, della seo, dei motori di ricerca, delle app, delle tecniche di narrazione che si possono applicare anche a un articolo di puro giornalismo — al netto delle parole di moda, quelle buzzword che contaminano irrimediabilmente il modo di pensare e inquinano l’ecosistema lavorativo — non può che arricchire la professione ed esaltarne le caratteristiche. Per farlo, c’è un enorme bisogno di abbandonare le posizioni conservatrici di rendite di posizione ormai insostenibili, di alzare il livello delle competenze e del dibattito. Ma soprattutto c’è bisogno di iniziarlo sul serio, questo dibattito.

Per tutti questi motivi, abbiamo scelto di utilizzare, per il lancio di Wolf, una formula che si basa proprio sulla fiducia, sulle relazioni e sulla conversazione, con una campagna di autofinanziamento (o, se preferite l’anglicismo, di crowdfunding). Vogliamo fare di Wolf una piattaforma collaborativa e persino di mutuo soccorso. Il giornalismo non sta morendo: è arrivato il momento di riappropriarsene.

[Il pezzo integrale lo trovi su Linkiesta, seguendo il link]


Originally published at www.linkiesta.it on January 14, 2016.

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