Wolf. Il dibattito online no

Il 2016 è iniziato da una settimana e conto già due interventi scomposti sul giornalismo online. Il primo è su L’Arena di Verona del 3 gennaio. Il secondo è su Italia oggi del 7 gennaio. Nel primo caso l’autore, Stefano Lorenzetto, parla, fra le altre cose, in questo modo: «il giornale digitale? Quattro smanettoni esperti di grafica ed è fatto». Non pago, lancia la provocazione suggerendo sei mesi di moratoria informatica e di chiusura dei siti dei principali giornali di informazione italiani. Contro gli scrocconi del web (sic).

Nel secondo caso, Umberto Brindani in un’intervista parla di cannibalizzazione della carta da parte del web (sic) e dice, fra le altre cose che i contenuti di qualità su carta vanno tutelati, che «mal si presterebbe allora un articolo di approfondimento su uno schermo di uno smartphone o di un tablet», che «il web però può dare maggior spazio alla posta dei lettori». Sì, avete letto bene.

Ecco, Wolf è la nostra risposta a tutto questo (mia, dei miei colleghi di Slow News, dei compagni d’avventura di Datamediahub).

Abbiamo un enorme bisogno di raccontare come stiano davvero le cose: ne va non solo della possibilità di sopravvivere del mestiere giornalistico (o più in generale del mestiere di chi lavora con i contenuti, di qualunque genere), ma anche della necessità di raccogliere i frutti positivi del cambiamento in corso. Perché ce ne sono.

Abbonarsi a Wolf. vuol dire sostenere questo progetto, ricevere una newsletter che propone competenze e non fuffa, entrare a far parte di una comunità di discussione di professionisti e lettori interessati, studiare, aggiornarsi, condividere conoscenza, imparare, avere strumenti per il lavoro e, perché no, collaborare, mettere insieme un gruppo di “mutuo soccorso”, dare un senso alle parole “qualità”, “fiducia”, “impatto”, “coinvolgimento.

Niente dibattito online. Niente discorsi da dinosauri ma tanta concretezza. Credo che sia quello di cui c’è davvero bisogno.