Make it Flow

Gregorio Di Leo
Aug 25, 2017 · 4 min read

“Lasciati andare. Il segreto è tutto lì”.

Non sarebbe bastato altro e quello swing gli avrebbe finalmente regalato il suo primo vero titolo. E’ così fu.

Il flow è quello stato in cui artisti, sportivi, creativi e manager sono completamente immersi in ciò che stanno facendo, assorbiti a tal punto che il confine tra loro stessi e il mondo scompare.

È una sensazione di flusso, di completa connessione piacevole e fine a se stessa. Un luogo in cui tutto sembra avvenire in maniera semplice, libera, spontanea, in cui il completo accesso alla totalità delle proprie risorse permette la massima espressione della propria tecnica e della propria creatività. Lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi è stato il primo a studiare questo stato di coscienza, a cui ha dato il nome di “flow experience

Esso è una conseguenza più che una causa, è un’esperienza che si viene a creare dall’intersezione di diversi fattori:

1. chiarezza degli obiettivi da raggiungere

2. il corretto equilibrio tra le proprie abilità e la sfida che si sta per affrontare

3. la completa focalizzazione nel compito,

4. la disposizione a stare completamente nel presente

5. la tendenza a ricercare feedback continui dalla propria azione senza avere un atteggiamento giudicante.

Sotto il flow e oltre a queste condizioni che lo facilitano c’è però qualcosa d’altro: è la consapevolezza di quale sia lo stato psico-bio-sociale che rende possibile per ciascuno l’accesso alla totalità delle proprie potenzialità creative. Questo complesso di stati è chiamato dallo psicologo Findalndese Yuri Hanin I.Z.O.F. ovvero Individual Zone of Optimal Functionning.

L’I.Z.O.F. pone l’accento su alcuni aspetti importanti dell’accesso alle proprie risorse creative.

Primo l’individualità, ovvero il fatto che il complesso di stati legati alla propria performance è un fattore unico, personale.Questo approccio che può a prima vista sembrare intuitivo supera di fatto tutta una serie di studi sull’arousal o grado di attivazione che indicavano con una curva gaussiana il livello ottimale di carica necessario ad un certo tipo di performance non definendo alcun livello di personalizzazione ma addirittura facendolo dipendere dall’attività più che dall’individuo.

Secondo, la zona a cui si riferisce l’I.Z.O.F. è un complesso di stati psico-bio-sociali sia piacevoli che spiacevoli che però risultano funzionali alla prestazione.

I performer imparano in questo modo che sia emozioni piacevoli — come ad esempio la gioia — sia alcune spiacevoli come la paura possono risultare contemporaneamente utili, allontanando il pensiero infantile che per giocare bene debba sentirsi felici. Felicità che anzi può rientrare addirittura tra quelle emozioni piacevoli ma disfunzionali per la prestazione.

Il mantra dell’I.Z.O.F. è dunque il fatto che l’accesso alla totalità delle proprie risorse avviene sviluppando un alto grado di consapevolezza del proprio stato psico-bio-sociale, ovvero di tutte quelle componenti psicologiche, fisiche e relazionali che permettono di entrare nella propria zona ottimale. La misura di questo non è quanto belli e positivi siano gli stati provati ma quanto essi siano utili.

L’accesso al proprio potenziale creativo richiede quindi di sviluppare un certo grado di consapevolezza circa la propria zone di funzionamento ottimale e poi ricreare volta per volta la strada per raggiungere quella che con un mio atleta abbiamo chiamato durante una passeggiata “Piazza Duomo”.

“Ogni giorno sarai lasciato in un punto diverso della città. Una città che inizialmente non conosci. Hai il compito di arrivare in Piazza Duomo nel minor tempo possibile.” Cosi ci siamo detti. “Il punto di partenza è sempre diverso, per semplicità adesso però immaginiamo che quello di arrivo sia sempre Piazza Duomo.”

Bisogna imparare ad orientarsi giorno per giorno e costruire una mappa che aiuta volta per volta a trovare la strada migliore per arrivare al centro delle proprie risorse. Le difficoltà principali sono due: sapere che Piazza Duomo esiste, secondo, avere l’intelligenza e la motivazione per arrivarci nonostante le difficoltà atmosferiche, i momenti di crisi personale e tutte le contestualità varie possibili e immaginabili.

Solo lo sviluppo di un certo tipo di consapevolezza garantisce performance costanti che non siano lasciate al caso.Gli strumenti per raggiungere la propria zona di funzionamento ottimale sono molti ma allo stesso tempo personali.

Tutto questo si può imparare: è un bagaglio che va di pari passo con quello tecnico, tattico, strategico e fisico di qualsiasi performance.

È l’aspettavo dell’invisibilità a rendere tutto più difficile.

Se la tecnica, la strategia e il fisico possono essere misurati, entrare nella testa di creativi, atleti e performer in generale è un lavoro delicato e spesso complicato.

McKinsey ha fatto uno studio di 10 anni “Increasing the Meaning Quotient of Work” su oltre 5000 executive coinvolti nei suoi workshop, e ha scoperto che le persone “inflow” (in stato di flow) sono cinque volte più produttive della media. http://www.mckinsey.com/business-functions/organization/our-insights/increasing-the-meaning-quotient-of-work

Teresa Amabile della HBR nel libro The Progress Principle — un libro basato sulla ricerca e sull’analisi di oltre 12.000 citazioni dei diari giornalieri di circa 200 professionisti all’interno delle imprese che si sono sottoposti allo studio — racconta come brevi momenti di flow al lavoro, che lei chiama Small Wins, possono avere un enorme impatto sulla produttività e sulla creatività dei dipendenti

Questo sembra suggerire che vivere e lavorare nel flow ci stimola ad essere più creativi ed innovativi.

Aiutare le persone a diventare consapevoli e creare le condizioni migliori perchè il flow accada è uno dei nostro obiettivi in Wyde.

Entrare in flow è un arte nella quale si impara a:

  • Riconoscere il flow come una conseguenza di un certo tipo di azioni e maniera di pensare;
  • Sviluppare consapevolezza sulle proprie emozioni piacevoli e spiacevoli che lo facilitano;
  • Definire degli obiettivi realistici;
  • Definire dei parametri che permettano di comprendere come stiamo andando in corso d’opera;
  • Attivare un pensiero non giudicante;
  • Focalizzarci completamente sul compito;
  • Lasciarci andare.

Il flow esiste, l’abbiamo provato tutti almeno una volta per caso.

Non sarebbe bello poterlo vivere ogni volta che vogliamo?

Wyde PlayGround

Talks from the Next Generation of GroundBreakers

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Gregorio Di Leo

Written by

Empowering people all around the world. Wyde Founder.

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