Design Playfulness

“Se non siete curiosi, lasciate perdere”

Ph Credits Jlenia Ermacora

Uno dei miei luoghi preferiti a Milano è La Triennale. Forse perchè per arrivarci devo attraversare il Parco Sempione e passeggiare nel verde pare aumenti le prestazioni creative e le capacità di problem solving del 50 per cento. Forse perché ogni volta mi meraviglio mentre guardo i Bagni Misteriosi e mi chiedo se è veramente un pesce che De Chirico voleva rappresentare, messo lì fuori dall’acqua, sul prato. O forse perché è solo un posto in cui è possibile trascorrere un pò di tempo respirando bellezza e rallentando il ritmo del quotidiano.

Alla Triennale è in corso — a mio parere — una delle mostre più belle dell’anno: A Castiglioni. Una mostra ottimista, da vivere in prima persona, e che mette di buonumore. E’ un percorso organizzato in “cluster” — se ricordo bene circa una ventina — dove il lavoro di Achille Castiglioni è raccontato attraverso connessioni tematiche legate al pensiero che ha dato origine alla progettazione. Non è ordinato in maniera cronologica o storica ma è il racconto di un approccio, intimo, di come nascono le idee che danno forma alle cose. Di come è possibile ragionare fuori dagli schemi e vivere la vita con una curiosità incantata a prescindere dall’età.

Achille Castiglioni progetta giocando. Realizza un capello con uno stampo da budino, disegna lampade come animali da compagnia, costruisce un portavasi come un dinoccolato personaggio.È questa leggerezza piena di senso l’insegnamento di Achille Castiglioni. È un insegnamento di approccio alla vita, prima ancora che al design, che emoziona. E lo sento. E’ qualcosa che è fondamentale anche per il mio modo di guardare alle cose, al lavoro, alla vita.
Ph Credits Jlenia Ermacora

Progettare è parte centrale del mio lavoro: non disegno prodotti ma percorsi di trasformazione. La caratteristica e la qualità della progettazione nel mondo dell’education sta nel riuscire a coordinare quanto più possibile il panorama complessivo dei temi, nel rispettare le priorità dei partecipanti, nel creare uno scambio fondamentale di competenze e allo stesso tempo stimolare energia e partecipazione, entusiasmo e divertimento in tutti coloro che sono attori nel flusso formativo.

Playground. I nostri progetti di innovazione e cambiamento li abbiamo chiamati così. Nel Playground è premiata la dimensione dell’ “orizzontalità”: tutti imparano da tutti. Lo scambio, la collaborazione e il dialogo assumono sono il centro di qualsiasi attività. Si esce dalla dimensione individuale per sposare la dimensione collettiva dell’innovazione. Si entra nel campo del gioco.

Per fare un gioco bisogna avere voglia di giocare, accettarne le regole, gli spazi e i tempi, competere con gli altri giocatori. Il segreto è riuscire a giocare insieme, fra giocatori, fra chi gioca e chi dirige il gioco, fra capi e collaboratori. Il risultato è trasformare i problemi in sfide. Per creare queste condizioni il lavoro deve far leva sulle emozioni, le passioni, l’entusiasmo, il pieno coinvolgimento, e il piacere per le sfide. Progettare giocando.

Cerchiamo — per creare innovazione in culture classiche — di creare luoghi paralleli all’ordinarietà, spazi di contaminazione, luoghi di apprendimento con scopi diversi e diverse regole di ingaggio. I Playground diventano luoghi di apprendimento e di sperimentazione in cui team multifunzionali e multidisciplinari affrontano sfide o problemi dell’impresa, mettendo in pista nuove modalità di lavoro fuori dagli schemi ordinari. I team sono formati all’utilizzo di nuovi strumenti di analisi del business, di design e gestione dei progetti, e allo stesso tempo invitati ad applicare strada facendo quanto appreso.

Ph. Credits @DroneflyerNick

I gruppi sono accompagnati da figure di facilitatori con background diversi (antropologi, filosofi, imprenditori, manager, ex manager, economisti, psicologi, storici…) che stimolano e aiutano a guardare le proprie sfide da angolature diverse. Allo stesso tempo viene mantenuta una dimensione pratica e pragmatica. La collaborazione è strumento di lavoro per ideare, testare, validare e portare ad un primo livello di prototipazione le soluzioni progettuali sviluppate.

L’effetto del Playground — per l’esperienza che abbiamo — va ben oltre i partecipanti coinvolti. Lavora sull’idea che il cambiamento sia virale, dove “i nuovi comportamenti vengono abbracciati e disseminati all’interno dell’organizzazione attraverso l’azione di piccoli gruppi che creano “tipping point sociali”, ovvero piccoli agglomerati di attivisti, per i quali i nuovi comportamenti diventano la norma. (Leandro Herrero).

Come un rizoma “il Playground ” non comincia e non finisce, rimane nel mezzo, tra le cose, sempre connesso e pone le basi per la trasformazione, per il contagio di un cambiamento virale, per l’innovazione. E seguendo il pensiero di Castiglioni: “un buon progetto non nasce dall’ambizione di lasciare un segno, il segno del designer, ma dalla volontà di instaurare uno scambio anche piccolo con l’ignoto personaggio che userà l’oggetto da noi progettato”.