Rapporto Censis. La società italiana al 2018.

By Luca Roselli

Italiani affetti da “cattivismo diffuso” e in preda di «sovranismo psichico» all’interno di un Paese che ha smesso di crescere nel silenzio arrendevole delle élite.

E’ questo il sentiment sociale in Italia emerso dal rapporto Censis.

Andiamo da un’economia dei sistemi verso un ecosistema degli attori individuali.

La ripartenza annunciata poi non c’è stata: è sopraggiunto un inciampo, un rabbuiarsi dell’orizzonte.

La società vive una crisi di spessore e di profondità: gli italiani sono incapsulati in un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro.

Ogni spazio lasciato vuoto dalla dialettica politica è riempito dal risentimento di chi non vede riconosciuto il proprio impegno.

Per questo stiamo andando verso un appiattimento della società. In un ecosistema di attori ‒ e qui sta la potenza del cambiamento ‒ ciascuno afferma un proprio paniere di diritti e perde senso qualsiasi mobilitazione sociale. Ognuno organizza la propria dimensione sociale fuori dagli schemi consolidati.

Le radici sociali di un sovranismo psichico: dopo il rancore, la cattiveria.

La delusione per lo sfiorire della ripresa e per l’atteso cambiamento miracoloso ha incattivito gli italiani. È una reazione pre-politica con profonde radici sociali, che alimentano una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico. Che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria ‒ dopo e oltre il rancore ‒ diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare.

Il processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive. L’Italia è ormai il Paese dell’Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori.

L’insopportazione degli altri sdogana i pregiudizi, anche quelli prima inconfessabili. Le diversità dagli altri sono percepite come pericoli da cui proteggersi.

Rispetto al futuro, il 35,6% degli italiani è pessimista perché scruta l’orizzonte con delusione e paura, il 31,3% è incerto e solo il 33,1% è ottimista.

Quel bisogno radicale di sicurezza che minaccia la società aperta.

Il 63% degli italiani vede in modo negativo l’immigrazione da Paesi non comunitari e per il 75% l’immigrazione aumenta il rischio di criminalità.

La raziocinante ricerca di un egolatrico compiacimento nei consumi.

Il potere d’acquisto delle famiglie italiane è ancora inferiore del 6,3% in termini reali rispetto a quello del 2008.

La forbice dei consumi tra i diversi gruppi sociali si è visibilmente allargata.

Molto difficilmente beni e servizi che non accendono desideri specifici dei singoli consumatori — divenuti ferocemente intelligenti nell’adottare una logica selettiva di egolatrico compiacimento — avranno una potenza attrattiva sufficiente per vincere la tendenza a tenere i soldi fermi, preferibilmente in forma cash.

Uno vale un divo: una società senza più miti, né eroi.

I dispositivi della disintermediazione digitale continuano la loro corsa inarrestabile, battendo anno dopo anno nuovi record in termini di diffusione e di moltiplicazione degli impieghi.

E abbiamo finito per sacrificare ogni mito, divo ed eroe sull’altare del soggettivismo, potenziato nei nostri anni dalla celebrazione digitale dell’io. Nell’era biomediatica, in cui uno vale un divo, siamo tutti divi. O nessuno, in realtà, lo è più. La metà della popolazione (il 49,5%) è convinta che oggi chiunque possa diventare famoso.

In più, il 41,8% crede di poter trovare su internet le risposte a tutte le domande (il 52,3% tra i giovani).

Dall’assalto al cielo alla difesa delle trincee: il salto d’epoca nella missione della politica.

L’abilità nel muoversi nella post-verità è la cifra del successo politico, se il 68,3% degli italiani ritiene che le fake news hanno un impatto «molto» o «abbastanza» importante nell’orientare l’opinione pubblica.

Oggi sembra finito quel gioco combinatorio di identità e interessi che si proiettava nella domanda politica, anche perché i profili identitari dei diversi gruppi sociali sono sempre più sfumati e le relative constituency degli interessi sono sempre più disomogenee.

La leadership perduta dell’Unione europea.

Dei 39,2 miliardi di euro spesi in Italia dai turisti stranieri, 22,8 miliardi sono attribuibili ai turisti europei (il 58,2% del totale). Ma oggi solo il 43% degli italiani pensa che l’appartenenza all’Ue abbia giovato all’Italia, contro una media europea del 68%: siamo all’ultimo posto in Europa.

Eppure, finora gli italiani hanno sempre partecipato alle elezioni europee con percentuali di affluenza di gran lunga superiori alla media dell’Ue: nel 2014 il 72,2% contro il 42,6%.

I giovani europeisti e le diversità culturali come destino.

Le giovani generazioni in Europa sono una minoranza. La quota di cittadini europei di età compresa tra 15 e 34 anni è pari al 23,7%, quella dei giovanissimi (15–24 anni) ha un’incidenza di poco superiore al 10%. In dieci anni, dal 2007 al 2017, la coorte dei 15–34enni si è contratta dell’8%.

L’Italia, con la sua quota del 20,8% di giovani di 15–34 anni sulla popolazione complessiva, di tutti i 28 Paesi membri dell’Ue è quello con la più bassa percentuale di giovani, diminuita nel decennio del 9,3%.

Una società che si lascia: la rottura delle relazioni affettive stabili.

Ci si sposa sempre di meno e ci si lascia sempre di più. Dal 2006 al 2016 i matrimoni sono diminuiti del 17,4%.

A diminuire sono soprattutto gli sposalizi religiosi (-33,6%), mentre quelli civili sono aumentati del 14,1%, fino a rappresentare il 46,9% del totale.

Le separazioni sono aumentate mentre i divorzi raddoppiano letteralmente.

E cresce la «singletudine»: le persone sole non vedove sono aumentate de 50,3% dal 2007 al 2017 e oggi sono poco più di 5 milioni.

La faticosa legittimazione del ruolo delle élite silenziose e smarrite.

Siamo di fronte a una politica dell’annuncio. Ma la funzione politica, la responsabilità della classe dirigente, il ruolo dell’establishment stanno nel proporre una prospettiva nel futuro.

Ritorna il tema dell’egemonia e del ruolo delle élite. Serve una responsabilità politica che non abbia paura della complessità, che non si perda in vicoli di rancore o in ruscelli di paure, ma si misuri con la sfida complessa di governare un complesso ecosistema di attori e processi.