Che lavoro fai? Uno, nessuno, centomila

Deformazioni e innovazioni di un mercato mutevole


Piacere. Di cosa ti occupi?

Solitamente è la seconda domanda che ti viene posta dopo il nome (almeno nei paesi di matrice nordeuropea o anglossasone, Milano non fa eccezione).

Quante volte ti è stato chiesto? Ci sono diversi tipi di reazione a questa domanda.

  1. C’è chi si imbarazza, perchè non sa cosa rispondere.
  2. C’è chi s’impettisce e risponde fieramente inanellando una serie di termini in inglese, di cui solitamente ignora il significato.
  3. C’è chi finge di nulla, bypassa e va oltre.

Impatto Ambientale

Inutile negare che l’impiego oggi come ieri sia indicativo come termometro sociale.

Il lavoro è ciò che più ci rappresenta. O almeno questo è quello che ci hanno insegnato.

Ma a prescindere da credenze o imposizioni culturali, le persone sono solite definirti in base a quello che fai. Quindi ad ogni categoria verranno associate delle componenti che descriveranno la persona.

Il bancario verrà identificato come preciso, affidabile, razionale. Il manager come estroverso, pieno di brio, loquace. L’artista come pazzoide, estroso, imprevedibile.

E via un susseguirsi di luoghi comuni.

Tempi addietro

Nei paesi che hanno ancora una forte matrice patriarcale (prendiamo ad esempio quelli che si affacciano sul Mediterraneo, Sud-Italia compreso) è ancora forte l’associazione nome-impiego.

Carlo o’ macellaio

Franca a’ parucchiera

Pasquale o’ sindac

Questo perchè spesso nei paesi, o nelle periferie, c’erano diversi casi di omonimia (persone con gli stessi nomi e cognomi), ma anche perchè era più facile visualizzare una persona in base all’attività che svolgeva.

Siamo il presente che si affaccia sul futuro

Cosi anche se oggi viviamo in città ad alta densità di popolazione, e non sappiamo il nome del nostro vicino, abbiamo comunque ereditato l’affiancamento nome-occupazione.

Questo perchè difficilmente siamo in grado di andare in profondità. È molto più semplice (e comodo) associare all’idea del ragioniere, una persona prevedibile e razionale, piuttosto che immaginare che è al contempo frontman di una band heavy-metal, accanito cosplayer, ex-pattinatore artistico, o ancora ballerino di salsa e merengue.

Troppo difficile interessarsi alla complessità della storia di una persona. Meglio adagiarsi sui clichè.

Le forme cambiano

Anche se oggi società e costumi si sono articolati fino a sovrapporsi, divenire intangibili, le convenzioni sono difficili da sradicare. Non solo quelle che ci definiscono, ma anche quelli che definiamo.

Non è un tabù che trovare un impiego fisso, sia divenuto molto difficile, a volte quasi impossibile. Eppure ci sono persone disposte a pagare per essere assunte.

Posto fisso

Google Search

I millenials non sanno nemmeno cosa sia (fate una ricerca su Google con la parola posto fisso e ve ne renderete conto). Eppure ancora molte persone (quelle nate dalla metà degli anni 70 in giù) non riescono a farsene una ragione.

Negli States più del 40% della forza lavoro è autonoma e under 40. Questo significa che le attività sono sempre più imprenditoriali/autonome e sempre meno dipendenti.

Viviamo un periodo accattivante per lanciarsi in startup tecnologiche o ambendo a web/mobile come risorse primarie. Ma oltre alle competenze, servono idee, progettualità, pianificazione.

Ovviamente non è semplice come a dirsi, ma gli innumerevoli casi di successo degli under 30 in questi ambiti è di ottimo auspicio.

9 am — 5 pm

Ma per chi non si adegua al cambiamento, cosa succederà? Sarà ancora possibile ambire al 9 to 5 job?

Improbabile. La legge Darwiniana la fa da padrone. Esisteranno ancora lavori dipendenti, ma molto più legati ai risultati e mobilità piuttosto che al presenzialismo. Oggi la tecnologia lo permette. E da sempre questa ha rimescolato le carte, defininendo forme e costumi.

L’uomo come macchina (e i lavori che non esisteranno più)

Cassiera, addetto in catena di montaggio, sportellista, operatore di call center, macchinista, portiere, spedizioniere, inserviente e molti altri mestieri (dove di umano c’è ben poco) sono e verranno sempre più sostituiti da macchine (computer/robot), app, stampanti 3D, e quant’altro.

Isaac Asimov lo aveva già predetto nel 58. Ci sono dibattiti e polemiche. Ci sono futuristi e regressisti. Ognuno è libero di interpretare il futuro come meglio crede.

Anders, allievo di Heideger, scriveva al suo maestro (durante la seconda guerra mondiale):

Lei mi ha insegnato che l’uomo è il pastore dell’essere, ma io qui alla Ford mi sento il pastore delle macchine. Nel nostro lavoro non dobbiamo avere alcun interesse per ciò che eseguiamo, dobbiamo lavorare senza scopo. Se uno di noi domandasse al caposquadra qualcosa sullo scopo del nostro fare, nel migliore dei casi passerebbe per un tipo strano e inidoneo al lavoro.

Conclusioni

Oggi il lavoro va reinterpretato. Dato per assunto che il 9–5 job esisterà sempre meno. Non bisogna più ragionare in termini d’impiego ma di professionalità e competenze. La micro imprenditorialità e i free lance sono sempre più il presente.

Creatività, tecnologia, comunicazione sono le chiavi per interpretare i giorni a venire.

La professionalità attuale non è (fortunamente) più legata agli stilemi passati dove facevi una sola cosa, in un dato orario, per tot giorni. Ma è un mixup di competenze che sfiorano ambiti paralleli, privo di confini geografici/temporali.

Dunque oggi è normale essere fotografi/musicisti/blogger o startupper/designer/youtuber partendo dalla propria cameretta, piuttosto che attendere certezze (sempre più improponibili) dalle big companies.

Siti come upwork.com, freelancer.com, angel.co sono un must per chi è in cerca di autonomia. L’ufficio è sostituito dagli spazi di coworking o ricavato all’interno dei nostri appartamenti. Vita privata e professionale si mescolano sempre più, e la realizzazione lavorativa fa da bilancia all’equilibrio familiare, e viceversa.

È indubbiamente una visione progressista. Ma è al contempo ciò che sta succedendo, che lo si accetti o meno.



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