Il quarto racconto, sulla quinta traccia

C’era una volta un ragazzo di nome Mario Rossi. Viveva a Padova e aveva 23 anni. La sua passione era scommettere sui cavalli, lo divertiva davvero tanto.

Suo zio si chiamava Luigi, Luigi Rossi. Non si erano mai incontrati molto spesso, se non un paio di volte a Natale e a Pasqua. A dire la verità, non si conoscevano quasi per niente. Ma Mario e Luigi avevano una passione in comune: le corse ippiche. Anche a Luigi infatti piaceva molto scommettere sui cavalli. Questa è la storia di come la loro passione in comune li abbia uniti.

Un bel giorno, Mario si trovava all’ippodromo per scommettere su un cavallo, il numero 9. Dopo aver puntato andò a sedersi tra il pubblico. Alla sua sinistra c’era un posto vuoto. La corsa cominciò. Dopo pochi minuti, un uomo si sedette a fianco a lui. Era lo Zio Luigi. Mario lo salutò, anche se non sapeva cos’altro dirgli. Erano entrambi un po’ imbarazzati.

All’inizio nessuno parlava. Ogni tanto uno dei due guardava l’altro, e quando i loro sguardi si incontravano era davvero imbarazzante. Mario avrebbe voluto rompere il ghiaccio, ma davvero non sapeva cosa dire. Era strano come due persone che si conoscono da una vita non avessero neppure l’accortezza di scambiare due parole, e questo li faceva sentire in errore, ma erano anche due sconosciuti e questo avrebbe reso imbarazzante ogni tentativo di rompere il ghiaccio.

Successe però che il cavallo su cui aveva scommesso Mario, il numero 9, superò tutti e rimase in prima posizione. E successe anche che il cavallo su cui aveva scommesso Luigi lo seguì, stando al secondo posto. La corsa si faceva accesa e la tensione saliva. Mario scoprì che Luigi si mangiava le unghie. Lui era invece calmo e tranquillo. Vedendo il vicino così in difficoltà gli fu in qualche modo meno difficile rompere il ghiaccio. “Ehi, la vuoi fare una scommessa?” disse. Luigi non si aspettava neppure che Mario gli avrebbe parlato, non disse nulla. “Se vince il mio, mi offri la cena, altrimenti te la offro io, ci stai?” continuò Mario. Luigi ci pensò un secondo, poi disse “ci sto!”.

Nel frattempo, il cavallo in terza posizione accelerava sempre di piu’, al punto da superare entrambi i cavalli in testa e correre davanti a tutti. Era a pochi metri dal traguardo, non c’era piu’ nulla da fare, avrebbe vinto la corsa. “Sembra che tu mi debba offrire la cena” fece Luigi. Mario non capiva, lo guardò perplesso. “Hai detto che se il tuo cavallo non avesse vinto mi avresti offerto la cena”.

Quella cena fu particolare. Se prima non sapevano neppure cosa dirsi ora parlavano come fossero a proprio agio l’uno con l’altro. Era come se si stessero pian piano ricordando di essere parenti e di conoscersi da sempre. Avevano quella confidenza priva di imbarazzo, non avevano bisogno di parlare dei loro ricordi insieme o cose simili. Parlavano del tempo, di sport, conversazioni spicciole e inutili, come si fa quando ci si conosce da tanto tempo che non si ha bisogno di conoscersi ancora. E si sentivano proprio così, non ricordavano neppure di essere stati tanto in imbarazzo prima.

Questo non è un racconto di quelli che finiscono, ma solo un’introduzione. I due continueranno a scommettere e ad incontrarsi alle corse. Non accadrà nulla di profondo, niente avventure insieme, niente momenti zio-nipote in cui recuperano il tempo perduto. Solo corse, cene fuori, semplicità, come due persone che davvero si conoscono dovrebbero comportarsi. Questo è l’inizio di una storia, un’ inizio che finisce qua, perché la storia non mi è stato chiesto di raccontarla.

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.