Gli #OpenData in Italia nel 2018: “peggio che da noi solo in Uganda”

Un titolo che si ispira a una vecchia canzone di Giorgio Gaber e un bilancio semiserio e parziale del nostro piccolo mondo che ci pareva ‘esotico’ e ora sembra sepolto

«Qua in provincia opendata ha ancora un suono esotico, mentre altrove pare già sepolto». Questa frase scritta da Franco Morelli in uno scambio via email con vari amici mi ha fatto scattare la scintilla. Franco, che abita in un comune della Bassa Romagna — e spero non si offenda se la rendo pubblica — è quello che chiameremmo un OpenData Champion, se la parola Champion in Italia non fosse diventata sinonimo di debacle (sorry se mi autocito). Franco, come alcuni — pochi: chi per lavoro, chi per passione — è un grande spingitore degli OpenData, aprendone, usandoli, divulgandoli (qui il suo ricchissimo blog). Sono molto d’accordo con lui, pur non essendosi molti di noi fermati in questa azione di spinta. Visto che ci troviamo a un giro di boa elettorale e il tema passa in mano a un nuovo Parlamento dal 5 marzo 2018, vale forse la pena fare un po’ il punto. Dico la mia.

[Il titolo con il riferimento all’Uganda è un gioco sul testo di una vecchia canzone di Giorgio Gaber, “Qualcuno era comunista”, che scimmiottava chi diceva «Lo Stato peggio che dai solo in Uganda» (quindi il titolo è così perché autoironico). In realtà in vari stati dell’Africa sugli OpenData si lavora eccome: cito fra tutti il progetto CodeForAfrica]

Immagine tratta da qui: http://maxpixel.freegreatpicture.com/Data-Computer-Hacking-Hack-Technology-Coding-Code-2275593

@Napo-Tiresia: ovvero, la “Premonizione”

Ho cominciato ad occuparmi di OpenData alla fine del 2011 — ero sicuramente tra i primi giornalisti, ma non assolutamente tra i primi in generale, perché faccio parte della categoria che forse meno di tutte ha capito l’importanza di questo tema. Una cosa che già nel settembre 2012 mi colpì fu questo video di Maurizio Napolitano che — suo malgrado :-) — considero uno dei miei maestri. Guardalo:

Sei anni dopo, nonostante la simpatica chitarrina di sottofondo, quello che dice Maurizio Napolitano è tuttora troppo, tristemente vero. A parte rarissimi casi, l’ecosistema degli Opendata nella Pubblica amministrazione italiana è ai miei occhi di una desolazione disarmante. Manca tutto, a cominciare dalla strategia. Evito di fare nomi e citare singole PA, perché non voglio fare inutili polemiche personali ma concentrarmi sulla sostanza:

  • Alcune PA, anche ritenute super-efficienti, oggi nel 2018 hanno dati del 2015 come gli ultimi aggiornati. Un dato vecchio può essere visto talvolta come un farmaco scaduto: lo volete capire? Dai! :-)
  • Quasi tutte si sono concentrate sull’infrastruttura: creare cataloghi dati (con CKAN, DKAN o addirittura tecnologie proprietarie!) e quasi nessuno si è concentrato sul processo di pubblicazione del dato. Molti dati oggi per diventare OpenData devono essere richiesti e inviati via mail tra uffici della PA. La pubblicazione del dato va automatizzata!
  • C’è un tema di risorse usate male (sia economiche che umane): Addirittura — sempre senza fare nomi — c’è chi ha rifatto il sito OpenData varie volte, spendendo oltre 250 mila euro (cifra che conosco con esattezza perché l’ho richiesta con il FOIA, ma non dico il peccatore) con il risultato di erogare un servizio più inutile di prima, perché mancano tuttora i dati! Infine ci sono stati degli sventurati wannabe-consultenti che hanno regalato o svenduto il sito OpenData ad alcune PA con l’auspicio di averne poi in affidamento la gestione! #ROTFL! :D
  • Quasi nessuna PA è entrata nella logica di Data as a service, nonostante in questa epoca storica quelli che detengono il controllo dell’informazione e del mercato siano proprio i produttori di dati (facebook, google, airbnb, etc). * Specifico: “produttori” in quanto data owner dei dati che raccolgono grazie a noi utenti.
  • L’uso degli OpenData in ambito business all’estero è un’opportunià (ma siamo proprio sicuri?), mentre da noi (essendo i dati spesso vecchi, imparziali e di qualità spesso poco affidabile) quasi non esiste. È come se fosse crollato un ponte tra aziende e PA, per cui si sono create delle vere filter bubble di dati in ambito corporate: le aziende hanno i propri dati, che ovviamente non cedono, usano solo quelli, e in certi casi hanno cominciato ad acquistare in maniera compulsiva dei software su BigData o FastData per customer relationship management (CRM) o di analisi operazionali sulle proprie performance. Ma concretamente che se ne fanno senza incrociare i propri dati con altri di valore?

La solitudine della PA e degli OpenData Champion

Non è tutta colpa della PA, intendiamoci. La PA è sola in questa sfida. Il mondo delle aziende è indifferente o guarda solo agli interessi aziendali — anche le aziende che dicono di Costruire un futuro data-driven — cosa legittima, per carità, ma le aziende che si occupano di dati dovrebbero fare probabilmente sul tema degli OpenData il proprio dovere di Social Responsability. Le aziende però non hanno il ruolo di gestire e far evolvere la cosa pubblica, le PA sì.

C’è un problema di “accettabilità sociale degli OpenData”, come sottolineato da un altro OpenData Champion di nome Fabio Disconzi: la sua storia mostra tra l’altro come il mondo dell’università e della ricerca sia talvolta antistorico e inadeguato alla sfide che gli OpenData pongono.


Questo post però è in fondo solo un elenco di stati di fatto, e non sottintende il fatto che si sia lavorato poco. Tutt’altro. Chi lavora negli OpenData in Italia spesso è in difficoltà e in solitudine nella propria PA: è una figura isolata che dice cose incomprensibili per grossa parte dei suoi colleghi. È anche questo il dramma in fondo: lo sforzo di tanti Champion in provincia o in città, nel pubblico o nel privato, che sta andando perduto e che nessuno, neanche il blasonato Team Digitale, è riuscito a valorizzare.