The Scottish Novel

2005

Dopo aver lavorato alla sceneggiaturina della prima piece che doveva comporre poco alla volta una versione completamente rielaborata del Macbeth, ( la pubblicherò qui a breve) mi ero messo in mente di scriverci anche un racconto o un romanzo breve, chissà.
Le righe che seguono costituiscono, come sempre, l’unico frammento realizzato.

1 — nottetempo

Sophie alzò gli occhi chiarissimi dal monitor.
Fissò le due socie, Isabelle e Martine. 
“Le francesi”, le chiamavano in azienda. Per via dei nomi. Perchè non erano francesi affatto. Una coincidenza singolare, c’est tout.
Martine si levò il soprabito nero. Isabelle invece avviò il suo iMac come prima cosa.
-Buonasera sorelline.- disse Sophie con un tantino di rimprovero nel tono. Nemmeno per il ritardo. Soprattutto per l’atteggiamento distaccato delle socie. 
Non le piaceva che si perdesse di vista lo spirito del team. La collegialità. La sinergia. La spirale ascendente di energia positiva che si creava solo quando loro, tutte e tre, se ne stavano davanti ai loro monitor con le tastiere ticchettanti di hacking incrociato.
-Bonsoire Sophie!- disse Martine apparentemente di buon umore. -Ci sono novità?-
- No, direi di no… Aspettavo voi per entrare nel sistema della XYZ…-
-Con il solito sistema?- domandò Isabellle, un po’ distratta a scrutare il suo monitor.
- Sì. E ancora non se ne sono mai accorti…Poi dicono che internet è pericolosa… Per forza: affidano le loro reti interne a degli incompetentii!-
Martine si sedette alla terza postazione aggiustando e stirando la sua mini nera sotto il sedere.
Subito dopo prese la sua postura abituale: con un movimento quasi yoga si portò sotto il sedere anche il piede destro calzato da un anfibio.
“Deve essere scomodo, con tutte quelle fibbie di metallo” pensò Sophie come per un rituale che si deve ripetere ogni volta. Poi pensò:- Mi domando come la sua sedia non sia tutta strappata.”
Isabelle stava controllando qualcosa che le premeva molto, dato che non si era ancora nemmeno tolta il giaccone.
-Dai, ragazze! Giochiamo!- sibilò tutta compresa. Si tirò indietro la ciocca di capelli nerissimi che puntualmente le rotolava sul viso. Una cosa che faceva decisamente impazzire gli uomini.
-Eh no, dai! Oggi no. Portiamoci avanti con i compiti… istituzionali.-
- Sì. Credo che Sophie abbia ragione, Isabelle. Il consiglio di amministrazione si aspetta risultati.
-Noooo… Ma dai, dicevo… Solo una mano…-
-No.- disse gelida Sophie.
Isabelle sbuffò come una bambina delusa ma tacque, riconoscendo implicitamente il predominio della hacker anziana. Quella che fin da quando era diciassettenne firmava le sue sorprendenti bravate in rete come “Weird One”. 
Anche adesso -al di fuori del lavoro, ovviamente.
Anziana per modo di dire. Aveva ventisette anni.
-E va bene. Faccio un passaggio in Dungeon, però. Ho una partita in corso con un Orco davvero tenace…-
Sophie mise in opera una pieghetta ironica all’angolo della bocca disegnata perfettamente da un rosso scurissimo, quasi nero. Per la serie “ah, queste cucciole”.
Scosse il carree liscio e corvino con fare concliante e allo stesso tempo civettuolo. Il futurdinamismo della sua chioma femminile avrebbe ammaliato qualunque maschio. Qualunque.
Si sistemò la cravatta nera dandosi un tono professional.
- Forza ragazze, diamoci dentro. Dobbiamo aprire l’intranet di quelli.
Sophie Rise. Le sorelline la imitarono.
-Cosa vogliamo sapere esattamente?-
-Quali sono le nuove linee di prodotti?-
- …le loro strategie di marketing?-
-… le formule delle loro nuove tinture?-
Sophie ci pensò un po’ portandosi l’indice dall’unghia smaltata sulle labbra arricciate, alzando gli occhi al cielo, meditabonda.
-Direi… Soprattutto le loro strategie per tenere fuori dal mercato francese la King Global Co.-
Sophie non disse “noi”. Non disse “per tenerci fuori”. Disse “la King Global Co.” Quasi come se loro tre fossero comunque figure super partes. 
Come se non lavorassero per la King.

La King era un edificio smisurato, echeggiante, vibrante di spie accese baluginanti nel buio.
Esalante ronzii e ticchettii. Nelle notte ventose attraversato da sospiri gelidi di spifferi.
Attraversare quelle masse oscure di volumi sfuggenti aveva singolarmente il sapore di una piccola, minuscola impresa eroica.
L’ispezione ad ore improponibili, mentre le altre guardie sonnechiavano.
Il Sergente è “Il Sergente” per via delle sue imprese militari. Tute mimetiche e scarponi al posto di quelle scarpette nerolucide lustrate a dovere nello spirito disciplinare, al posto di quella camiciola azzurra tanto elegante piena di loghi come una tuta di formula1. 
La mimetica maculata era invece senza insegne, gradi minuscoli. 
Si vociferava che in tempi preipergastrici, il sergente avesse combattuto alle Falklands. Per quello qualcuno molto spiritoso tra i dirigenti lo chiamava “l’argentino”. Lui si incazzava a morte. Il fatto di essere scuro di capelli lo faceva sentire ancora più a disagio.
Di notte in quella foresta
Di notte, quasi sempre, si imbatteva in un’area fiocamente illuminata. 
La prima volta si era spaventato. Aveva appoggiato la mano sulla scacciacani che quelli chiamano pistola. Quel ticchettare di tastiere. Quei gridolini di ragazzine ai videogiochi, un po’ come quelli di sua figlia davanti alla playstation. Quei brusii ritmici e cospiratori. Chi poteva esser
Non che il Sergente sia uno da credere ai fantasmi e cretinate simili. Ma per un attimo… Solo per un attimo… Dato l’ambiente…
Invece erano quelle tre nuove ragazze. 
Ma, dico io, mi volete avvisare che c’è gente che lavora nel fabbricato principale alle tre di notte?
Quelle tre nuove ragazze. delle vere e proprie marziane, aveva deciso il Sergente. E poi si domandava: come mai nessuno sa bene cosa facciano?
Aveva preso l’abitudine, quando era di turno la notte, di arrivare nel loro open space in silenzio totale. Sapeva come muoversi senza far rumore.
E poi stava buoni dieci minuti a fissare quel che combinavano, nella speranza di capirci qualcosa.
Del resto era pur responsabile della sicurezza, no?
Non ci aveva mai capito niente.
Di contro si era convinto che quella con gli stivali da motociclista aveva delle gran belle gambe.

2 — di prima mattina

Che poi non era nemmeno più così dark.
Continuavano in quel modo solo ventenni settarie desolate dal fatto di essersi perse “The Real Thing” negli anni ottanta.
Il dottor Cawdor ghignò sarcastico tra sé e sé, sopra il nodo colossale della sua cravatta, come dettava la moda managerialstronza del momento. 
Da sopra la sua camicia con collettone a tre bottoni. Come dettava… (omissis).
Quello che provava il Capo del Personale a vedersi sfilare quelle tre anarchiche del cazzo, quelle stronzette darkettine assonnate che alle otto del mattino non entravano al lavoro, no. Uscivano.
In corsi regolarmente tenuti al personale il dottor Cawdor dissertava pacatamente -col tono da guretto ispirato- di affermazione della personalità, di “individualità nel lavoro”. Di self-enpowerment. Di orari flessibili. 
Ma quelle tre esageravano. E. Soprattutto. Erano misteriosamente svincolate dalla sua autorità. In realtà non si capiva nemmeno bene a chi rispondessero.
Lavoravano in azienda. Avevano un contratto di consulenza. Ma proprio non si capiva bene a chi ˚rispondessero. Non al Presidente Duncan, non al dottor Macbeth…Tantomeno a lui, responsabile del personale!
Chi le avesse assunte era un mistero. Ma il contratto era regolare. I loro badge erano regolari. Lavoravano sempre le loro otto ore e a volte anche di più. 
Il dottor Cawdor non le sopportava.
Gli si rigiravano sempre contro come se non si rendessero conto della sua autorità.
Quella coi capelli lisci sempre in tailleur con la cravatta e tacchi a spillo era la peggiore. Pare fosse un genietto nel suo settore. Ma quale sarebbe il suo settore esattamente? “Consulente Informatica”. E puoi capire! Riparare un computer quando il solito windows21 va come al solito in palla…
Quell’altra, quella sempre con gli stivali da motociclista o gli anfibi anche in piena estate… con le sue gonnelline cortissime -in effetti doveva ammettere: non aveva mica delle brutte gambe.
Quella sembrava una liceale, più che altro.
La terza era la meno loquace. Ma aveva occhi castani che ti freddavano senza difficoltà.

(vai indietro all’introduzione)

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.