Civic hacking in emergenza

ErikaMarconato
Dec 10, 2020 · 13 min read

Abbiamo cominciato a pensare in maniera strutturata a cosa possono fare i civic hacker durante le emergenze lo scorso anno. Io e Matteo siamo stati invitati a un evento organizzato da ActionAid per il progetto #sicuriperdavvero: si trattava di mettere insieme una “cassetta degli attrezzi” — con particolare attenzione all’aspetto legato ai dati — per affrontare sia la prevenzione che l’emergenza e la ricostruzione. Come per tutti gli altri eventi, gli abbiamo dedicato una newsletter che apriva così:

Mentre leggi queste righe, a L’Aquila si sta svolgendo un evento sui dati (aperti e non) usati come strumento “per la costruzione di pratiche e politiche efficaci per prevenzione dei rischi naturali, per affrontare la vulnerabilità dei territori, per rispondere alle emergenze e per processi di ricostruzione”. Quando l’abbiamo scoperto, abbiamo cominciato a chiederci cosa possono fare i civic hacker per le emergenze, complici anche i problemi sempre più pressanti legati all’emergenza climatica. TerremotoCentroItalia è una di quelle cose che citiamo spesso e volentieri — ne abbiamo parlato in uno dei primi numeri di questa newsletter. Ma c’è dell’altro. Oggi rispolveriamo alcune cose — anche un po’ vecchiotte — che potrebbero essere di aiuto a chi volesse fare qualcosa per le emergenze di questo periodo. Tra codice Open Source e strumenti aperti, c’è solo l’imbarazzo della scelta per chi vuole fare civic hacking.

Quello che non c’era in quella newsletter è quello che è venuto fuori ai tavoli. Per me essere a L’Aquila — una città bellissima, ma che tuttora profuma di cemento e macerie — significava dovermi accostare con rispetto: per me l’emergenza è teoria, ma lì no. Al mio tavolo si è parlato di dati sulla ricostruzione sociale, di dati sui lavori della ricostruzione, di dati sui censimenti dei danni, di dati sulle macerie, di piattaforme, di frustrazione legata al ripetere sempre le stesse cose, di responsabilità nella comunicazione delle emergenze, di comunicazione, di necessità pubbliche e dei singoli cittadini, di protocolli, della creazione e della condivisione di standard.

Io mi ero concentrata sull’attivazione di intelligenze collettive: le emergenze hanno varie facce, quindi si possono affrontare da vari punti di vista. Ho parlato di data journalism (citando #scuolesicure, l’inchiesta di Elisabetta Tola e Guido Romeo), di mappatura in emergenza (come quella che fa Standby Task Force), di strumenti e di sistemi di gestione delle emergenze (citando Copernicus EMS, che abbina immagini satellitari a dati aperti). Non si tratta di sostituirsi alle istituzioni, si tratta di lavorare insieme, anche in emergenza: una cosa che mi aveva colpito del mio tavolo è che il 90% dei partecipanti (su invito) erano rappresentanti di istituzioni, come se il terremoto non avesse toccato anche i cittadini “comuni”. Esperienze come TerremotoCentroItalia e Covid19Italia.help ci insegnano che non solo non è così, ma ci sono delle zone grigie in cui chi ha voglia di sporcarsi le mani può agire: è impossibile che un’emergenza la superino le istituzioni da sole o i cittadini da soli.

Un piccolo riassunto di quello che ho detto lo trovi in questa intervista che mi ha fatto ActionAid Italia.

Nel 2020, ci siamo trovati tutti coinvolti in un altro tipo di emergenza, quindi tornare a riflettere su quali aspetti delle emergenze passate fossero “riciclabili” in questa nuova situazione per il Festival della Partecipazione è stata una provocazione più che gradita. Della necessità e utilità del riutilizzare aspetti e pratiche già consolidati in passato, ne ha parlato anche il team di TeremotoCentroItalia ne Il Giornale della Protezione Civile:

Abbiamo imparato che una delle cose che funziona meglio nelle esperienze partecipate e aperte di civic hacking — quelle in cui le persone mettono a disposizione della collettività le loro competenze e il loro tempo — è il fatto che tutto quello che si impara e si realizza si può riutilizzare.

Così, grazie all’esperienza maturata con Terremotocentroitalia.info, abbiamo potuto creare, in appena tre giorni, la piattaforma Covid19Italia.help per dare una risposta solidale, partecipata e attiva all’emergenza per l’epidemia da coronavirus in Italia.

Covid19Italia.help (insieme a tutti i canali social che fanno parte della galassia di possibilità aperte per consentire a chi lo desidera di partecipare al progetto) è nato velocemente proprio perché c’erano già a disposizione

codice

procedure

canali organizzativi

competenze

esperienza

Se vogliamo, potremmo definirla ecologia del civic hacking. Siamo partiti da qualcosa che c’era già e che non viene buttato via, per non dover ricominciare da capo ogni volta, per non sprecare quel che si è già fatto, per non disperdere il valore che si era costruito nell’esperienza precedente.
Anzi, di più, per incrementarne il valore e accelerare alcune fasi per migliorare altri aspetti che magari in un primo momento si dovevano, per forza di cose, lasciare più indietro.

Il riuso creativo del codice utilizzato per sviluppare un progetto digitale e di tutte le esperienze e le soft skills che fanno già parte del bagaglio di intelligenza collettiva dei civic hacker ci ha permesso, già durante l’attivazione, di iniziare ad aggregare intorno alla comunità di partenza altre attiviste e attivisti.

Non lo dicono solo loro e non lo diciamo solo noi, visto che nella wiki di Mozilla c’è una pagina dedicata proprio agli strumenti per rispondere alle crisi.

Comunque sia, ecologia del civic hacking è esattamente l’approccio che, sia io che Matteo Brunati, abbiamo deciso di adottare per il Festival della Partecipazione (ne avevamo già parlato in un numero della newsletter).

La descrizione del nostro slot era:

L’attivismo digitale a servizio della collettività — Esperienze internazionali e italiane di civic hacking a confronto

Come agiscono attiviste e attivisti digitali nelle emergenze? Cosa hanno fatto e stanno facendo in molti paesi del mondo durante la pandemia? Cosa significa civic hacking? Che strumenti si usano, come vengono coinvolte le comunità, quale possibile riconoscimento dalle istituzioni?

Ho deciso che il modo migliore era raccogliere varie esperienze di civic hacking che rispondessero alla domanda “cosa fanno i civic hacker in risposta alle emergenze?” (Matteo si è concentrato più su cos’è il civic hacking, puoi leggere le sue considerazioni nel suo post).

Da quando ho cominciato a farci caso, ho visto molte forme di risposte alle emergenze “in formato civic hacking”. Si va dalla mappatura (per esempio, a marzo Map Kibera invitava a concentrarsi sulla mappatura di focolai e risorse legati al coronavirus) alla stesura di materiali informativi specifici (ad esempio, CBM Italia, una ONG che si occupa di prevenzione della cecità, ha curato un archivio ragionato di documenti su Covid19 e disabilità).

Il video sia della mattina che del pomeriggio li trovi seguendo i link qui sotto.

La nostra cornice — o slide — è stata questa:

________________

Matteo ci ha raccontato di emergenze, attivismo digitale, civic hacking e i suoi ingredienti. Siccome i dati sono stati, anche per noi, la porta d’ingresso nel mondo del civic hacking, abbiamo deciso che la seconda parte del nostro intervento riguarderà proprio loro. Ci siamo concentrati soprattutto su quello che è stato fatto durante il duemilaventi perché è un esempio più unico che raro di una situazione di emergenza globale.

Quindi, cosa fanno i civic hacker durante le emergenze?

Raccolgono i dati

Uno dei problemi delle emergenze è la condivisione delle informazioni.

A gennaio a Wuhan, ad esempio, un gruppo di attivisti ha deciso di prendere a ispirazione i principi dell’Open Source e ha creato Wuhan 2020: una piattaforma per raccogliere e incrociare dati e informazioni su ospedali supporto medico, attività produttive, servizi di approvvigionamento e molto altro.Tra di loro c’erano cittadini, informatici, traduttori e altri volontari con varie competenze e hanno creato un centro nevralgico di comunicazioni e risorse tra cui la situazione in tempo reale degli ospedali, informazioni su quali servizi di logistica erano attivi e un elenco di hotel in cui era possibile fare la quarantena. Per farlo hanno usato un misto di tecnologia (in particolare API per la raccolta dei dati) e lavoro dei volontari.

In passato, un esempio luminoso di civic hacking legato alla condivisione delle informazioni è stato TerremotoCentroItalia. Alcune delle cose che sono state sperimentate in occasione del terremoto de L’Aquila, sono state adattate anche all’emergenza coronavirus da CovidItalia19.help (poi ripreso e riadattato da civic hacker di altri paesi, che ci raggiungeranno più tardi).

Usano i dati

Raccogliere i dati, però, non significa lasciarli da qualche parte nei nostri pc e dimenticarcene.

Vittorio Nicoletta e Lorenzo Ruffino, dopo l’apertura di tutte le scuole italiane, hanno elaborato un dataset per monitorare i casi positivi tra studenti e insegnanti.

Sono partiti dai dati sul numero delle scuole in Italia e li hanno incrociati con un mix di dati pubblici (comunicazioni di regioni e province) e “privati” (principalmente notizie e segnalazioni spontanee) per popolare una mappa dei contagi nelle scuole. Il loro esperimento è diventato relativamente famoso perché un database aggiornato a mano da un paio di persone è sembrato più aggiornato — e affidabile — dei numeri ufficiali (in particolare, sulle percentuali comunicate dalla ministra Azzolina).

Nicoletta e Ruffino hanno fatto un lavoro di remix: da cose diverse (in questo caso, dataset e notizie) sono arrivati ad un risultato nuovo che rispondeva a un problema concreto — altro elemento fondamentale del civic hacking.

Anche questo esperimento conferma — indirettamente — che sono i dati ad essere uno degli ingredienti del civic hacking. Per quanto ci pianga il cuore, l’apertura, la parte “open” è — purtroppo — tra parentesi: anche quando gli Open Data ci sono per varie ragioni non è detto che siano utilizzati — database sulle anagrafiche scolastiche, ad esempio (non che sia colpa di Nicoletta e Ruffino).

Richiedono i dati

Tutto questo parlare di dati, mi ha fatto venire voglia di chiederne qualcuno. Durante le emergenze è il momento giusto per farlo?

Sì e no.

L’accesso a dati e informazioni dovrebbe essere una priorità della società civile sia in tempi normali, che in tempi speciali.

Ma (un enorme, grandissimo ma).

Per moltissime Amministrazioni la gestione del dato non fa parte dell’ordinario, cioè dei compiti da fare quotidianamente.

Siccome i dati aperti possono essere forniti anche da privati di varia natura, li consideriamo però con la consapevolezza che moltissimi privati ritengono i dati un asset aziendale da proteggere, non una cosa da condividere.

Se per gli attori privati, si può fare solo pressione sociale, per gli enti pubblici ci sono dei diritti e degli strumenti che dovrebbero aiutare nella richiesta di dati aperti. Il FOIA è una legge del 2016 che garantisce a chiunque il diritto di accesso alle informazioni detenute dalle pubbliche amministrazioni, salvo i limiti a tutela degli interessi pubblici e privati stabiliti dalla legge.

Le richieste di accesso civico sono lo strumento con cui si può esercitare questo diritto.

Altreconomia tutte queste cose le sapeva e, nei primi mesi dell’anno, ha provato a mettere insieme un’inchiesta per analizzare il numero di decessi nelle residenze sanitarie assistenziali. Come vedete dal titolo le cose non sono andate benissimo: “Decessi Covid-19 nelle Rsa lombarde: la trasparenza negata dalla maggioranza delle Agenzie di tutela della salute della Lombardia”.

Tutto questo per dire che, anche se ogni momento è buono per accedere ai dati, durante le emergenze è molto più facile scontrarsi con un muro di gomma e benaltrismo. Il che non vale, per fortuna per tutte le istituzioni.

Collaborano con le PA

Quella che vedete è una delle pagine che il Dipartimento per la Protezione Civile ha creato su GitHub per il rilascio dei dati riguardanti l’andamento dell’epidemia.

GitHub è un progetto di archiviazione di codice, cioè un posto dove si può anche scrivere software in modo collaborativo.

Grazie ad un approccio Open Source — cioè aperto e collaborativo -, la Protezione Civile ha creato un posto non solo dove mettere a disposizione i dati in formato aperto, ma anche per creare un dialogo con i cittadini. In particolare, quella che vedete è la pagina dei “problemi” — che su GitHub si chiamano issues. Si va da segnalazioni su incongruenze nei dati, a problemi di localizzazione, a bug — cioè errori — nel codice o nel sito. Di questi problemi ne sono stati segnalati — ad oggi — quasi 700 e ne restano da risolvere solo una sessantina. Questo movimento dalla società civile all’Amministrazione ha creato, non solo un livello di trasparenza sui dati, ma anche uno spazio realmente collaborativo.

In più, ha permesso alla Protezione Civile di pensare a cosa fare in futuro. In un’intervista, Pierluigi Cara e Umberto Rosini hanno raccontato il loro stupore nel vedere richieste internazionali sui dataset (GitHub è una piattaforma che ha sede negli Stati Uniti) obbligandoli a dover creare documentazione e metadati — cioè le informazioni che descrivono i dati — anche in inglese, pratica che, secondo me, si porteranno anche oltre alla pandemia.

Costruiscono informazioni

Le emergenze non sono tutte uguali e non sono solo sanitarie, ma ci sono elementi comuni a tutte: uno di questi è il bisogno e la volontà delle persone comuni di essere utili.

In quest’ottica vi racconto di un’altra emergenza internazionale che c’è in questo momento, cioè le locuste. Nel 2018 ci sono stati dei cicloni imprevisti nella penisola arabica che hanno “svegliato” le locuste in maniera imprevista. Le locuste sono degli insetti che pesano due grammi e, nella forma adulta, mangiano ogni giorno il loro peso in erba, verdura e frutta. Due grammi, che sarà mai? Il problema è che le locuste si svegliano tutte insieme, formano sciami di circa 40 milioni di individui e migrano fino a percorrere 150 chilometri al giorno. Dal 2018 sono passate dallo Yemen, al corno d’Africa, agli Emirati Arabi fino al confine indo-pakistano. Mangiandosi qualsiasi cosa nel frattempo (è stimato che mangino in un giorno l’equivalente di quello che mangerebbero 35.000 persone nello stesso arco temporale).

Uno degli strumenti più efficaci per combatterle è il monitoraggio abbinato alle previsioni di spostamento. Per farlo vengono usate, tra le altre cose, le immagini satellitari, i dati sul clima e quelli sulle piogge. Ma soprattutto, i dati raccolti in maniera crowd da organizzazioni come la FAO. La cosa interessante è che sono dati raccolti in modalità mista: ci sono operatori FAO che girano con l’attrezzatura che vedete sullo schermo e raccolgono dati complessi, ma ci sono anche persone comuni che possono installare l’app o usare il sito web per inserire dati semplici (posizione e data — tracciate automaticamente dal cellulare, se ci sono locuste e prove video o fotografiche).

Il coinvolgimento delle persone comuni nella creazione di dataset ufficiali ci porta all’ultima provocazione da parte nostra…

I civic hacker possono rafforzare la democrazia nelle situazioni di emergenza?

Audrey Tang è una star del civic hacking, non solo a Taiwan dove vive.

Dopo aver fondato gov zero punto tw (una piattaforma di attivismo civico e partecipazione digitale ispirata ai valori delle comunità Open Source), Tang è diventata ministro senza portafoglio per il governo taiwanese.

Ve ne parlo perché, grazie al suo passato da attivista, ha permesso al suo paese di avere una risposta velocissima alla pandemia: il governo ha cominciato a occuparsene dopo un leak di un operatore sanitario su un forum (l’equivalente taiwanese di Reddit). Ma l’hanno fatto in modo un po’ diverso dagli altri: hanno creato comunicazioni utili sfruttando meme e umorismo, strategie efficaci — per esempio sulla distribuzione delle mascherine — basandosi su dati veri e aggiornati in tempo reale e creato dei canali di comunicazione con i cittadini aperti, monitorati ed efficaci.

Tang ha creato un video — tutte le sue dichiarazioni sono registrate per favorire la trasparenza — per spiegare che la fiducia nelle istituzioni passa anche da gesti di ascolto molto piccoli: un cittadino pubblica una notizia, un governo la verifica e la ritiene affidabile — evitando di cadere nel paternalismo — e agisce di conseguenza.

Un altro esempio è che un bambino ha chiamato il numero per le comunicazioni e ha detto che si vergognava ad andare a scuola con la mascherina rosa. Il giorno dopo, tutto il personale addetto alla conferenza stampa quotidiana relativa al virus sfoggiava mascherine rosa pastello. Gesto minuscolo, ma virale, al punto che in un recente sondaggio il 91% degli intervistati si dichiarava soddisfatto del comitato centrale per la gestione dell’epidemia.

Quindi, per concludere, sì, i civic hacker possono aiutare a rafforzare la democrazia, anche in situazioni di emergenza.

Cose che ho citato:

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Riflessioni in italiano sul civic hacking e l’openness.

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Riflessioni in italiano sul civic hacking, l’openness, gli Open Data, i prototipi, il rapporto tra amministrazioni e cittadini (e viceversa). Dal 2017, questo blog e la newsletter sono curati da Erika Marconato e Matteo Brunati, altro su civichacking.it.

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#CivicHackingIT e #scrivo. Leggo molto, a volte troppo. Sto cercando di capire il legame tra #opensource e cultura. Di #opendata parlo su @spaghetti_folks.

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