“Open-washing”: la differenza tra aprire i dati e renderli semplicemente disponibili

Questa è la traduzione di un post di Christian Villum di Open Knowledge Foundation Danimarca. È stato scritto nel 2014, ma è ancora dolorosamente attuale, specie se si mette “civic hacking” o “attivismo” o “partecipazione” al posto di Open Data (non che la situazione sia migliorata per i dati, anzi).

Se l’inglese non ti spaventa, Open Knowledge Foundation ha degli approfondimenti su cosa significa “openness” in relazione ai dati e sugli Open Data. Per questo blogpost ho deciso di tradurre anche due commenti perché pongono due domande fondamentali sull’argomento.

Di open-washing si parla anche nel blogpost sui business civici che ho tradotto qualche tempo fa.


(Questa è la versione inglese di un blogpost in danese pubblicato sul sito di Open Knowledge Foundation Danimarca e tradotto da Christian Villum. Il titolo originale era “Openwashing” — Forskellen mellem åbne data og tilgængelige data.)

La scorsa settimana, la rivista IT danese Computerworld, in un articolo dal titolo Checklist per l’innovazione digitale: queste sono le cose che devi sapere, ha sottolineato come sempre più aziende stiano scoprendo che dare agli utenti accesso ai propri dati è una buona strategia di business. Tra le altre cose, hanno scritto:

(Traduzione dal danese) Stando a quanto dice Accenture, per molte aziende progressiste sta diventando sempre più chiaro che i loro dati dovrebbero essere trattati come qualsiasi altra catena di approvvigionamento: dovrebbero scorrere con facilità e senza intoppi attraverso l’intera organizzazione e, forse, perfino nell’intero ecosistema, sfruttando, ad esempio, API totalmente aperte.

Dopodiché, hanno citato le mappe di Google come esempio, il che prima di tutto non è completamente corretto, come ha evidenziato Neogeografen, un blogger che scrive di dati geografici, spiegando come le mappe di Google non offrano dati grezzi, ma a malapena una rappresentazione dei dati. Non è permesso scaricare e modificare i dati — o farli girare nel proprio server.

In secondo luogo, non credo sia molto appropriato proporre Google e il suo progetto sulle mappe come modello ideale di azienda che fa scorrere i propri dati senza intoppi verso la gente. Che rendano disponibili alcuni dati è vero, ma in modo molto limitato — sicuramente non come Open Data — quindi non in modo così progressista come l’articolo suggerisce.

Sicuramente è difficile accusare Google di non essere progressista in generale. Nell’articolo viene dichiarato che i dati di Google Maps sono usati da 800.000 app e aziende in tutto il mondo. Quindi, sì Google ha aperto i suoi silos un pochino, ma esclusivamente con una modalità molto controllata e limitata che rende dipendenti questi 800.000 business dal continuo rifornimento di dati da parte di Google, rendendogli impossibile controllare il prodotto su cui sono basati i business stessi. Questa particolare modalità di rilasciare i dati mi porta al problema che stiamo affrontando: conoscere la differenza tra rendere disponibili i dati e renderli aperti.

I dati aperti sono caratterizzati non solo dalla loro disponibilità, ma anche dal fatto di essere legalmente utilizzabili (ossia rilasciati con una licenza aperta che permetta un riuso completo e senza vincoli, al massimo con la condizione di citare la fonte e ricondividere con lo stesso tipo di licenza) e, a livello tecnico, disponibili in blocco e con formati machine readable, al contrario di quello che fa Google Maps. Può anche essere che i loro dati siano disponibili, ma non sono aperti. Questo è uno dei motivi della rapida crescita della comunità globale di OpenStreetMap (alternativa 100% open), e perché un numero sempre maggiore di aziende sceglie di basare i propri prodotti su questo servizio.

Perché è importante che i dati siano aperti, non solo disponibili? Gli Open Data rafforzano la società e diventano parte di un paniere di risorse condivise che arricchiscono e abilitano chiunque — utenti, cittadini e aziende, non solo chi colleziona e pubblica i dati. Ti chiederai: “Ma perché le aziende dovrebbero spendere denaro per raccogliere i dati e poi darli via?”. Aprire i propri dati e farci un profitto non sono due cose che si escludono a vicenda. Con una rapida ricerca con Google, è possibile scoprire molte aziende che offrono Open Data e ci fanno anche un business: credo che queste sono le aziende particolarmente progressiste che bisognerebbe far emergere negli articoli come quello di Computerworld.

Un esempio è l’azienda inglese OpenCorporates, che mette a disposizione in Open Data il proprio database in continuo aggiornamento del registro delle imprese, conseguentemente posizionandosi con furbizia come risorsa primaria nel campo. Questo tipo di approccio rafforza le loro opportunità di offrire servizi di consulenza, analisi dei dati e altri servizi personalizzati sia per le imprese che per il settore Pubblico. Altre aziende sono incoraggiate ad usare i dati, anche a livello concorrenziale o per creare altri servizi, ma solo utilizzando la stessa licenza (quindi, procurando risorse derivate utili per OpenCorporates). In questo consiste la vera innovazione e la vera sostenibilità: rimuovere efficacemente i silos e creare valore per l’intera società, non solo per le aziende coinvolte. Aprire i dati crea crescita e innovazione nella nostra società, mentre il modo di offrire i dati di Google probabilmente genera crescita solo per… Google.

Stiamo assistendo al diffondersi di una tendenza che, ispirati dal “greenwashing” [la parvenza ecologista di facciata, N.d.T.], potremmo definire “open-washing” [gioco di parole tra Open e whitewashing, che significa insabbiamento, N.d.T.], ossia l’abitudine di chi pubblica i dati di definirli aperti anche quando non lo sono, anzi sono disponibili solo con termini di utilizzo piuttosto limitati. Se, in questo momento delicato dell’evoluzione della società guidata dai dati, non siamo criticamente consapevoli della differenza, finiremo per ingabbiare il flusso vitale di dati in infrastrutture chiuse costruite e controllate da aziende internazionali. Ma finiremo anche per lodare e supportare il tipo sbagliato e insostenibile di sviluppo tecnologico.

Janet Gunter ha commentato (11 marzo 2014):
Bel post, Christian. Vorrei integrare quello che hai scritto con un’altra sfumatura. Spesso aziende e governi rilasciano certi dataset con modalità completamente aperte — senza restringerne l’uso — ma questi rilasci sono disegnati per essere misure di facciata di responsabilità sociale, specchietti per le allodole per distrarre da problematiche profonde, quali disuguaglianza e l’esercizio (indisturbato) del potere. I dati su questi argomenti sono considerati a bassissima priorità e vengono rilasciati di rado. A questo proposito, è necessario notare che l’inutile enfasi sugli “Open Government Data” sta crescendo anche in Paesi i cui governi stanno attivamente limitando la libertà di espressione e lo spazio per la società civile (…).
agraves ha commentato (11 marzo 2014):
Vorrei allargare ulteriormente il concetto di “open-washing” al rilascio di dati inutili: dati che non interessano a nessuno, che non forniscono alcuna informazione rilevante, che sono scaduti, vecchi o semplicemente scorretti. “Ma scusa, sono Open Data, no?”

Quello che hai letto ti sembra interessante? Ne parliamo anche nella nostra newsletter: un appuntamento settimanale per riflettere su civic hacking, Open Data e tutto quello che ci sta attorno. Se ti vuoi iscrivere alla newsletter, questo è il link (promettiamo di non rompere le scatole)! Se già segui la newsletter e vuoi farci sapere che la apprezzi, PayPal è un buon modo.