Afrika

E quindi uscimmo a riveder le stelle

Kevin Donovan era il warlord dei Black Spades, una delle gang più temute e rispettate di New York. Figlio di immigrati delle Barbados e Giamaicani e cresciuto nelle Bronx River Houses, dette anche Project dei palazzoni popolari, come molti giovani della sua generazione era finito in una gang anche per mancanza di alternative. Era arrivato a un ruolo importante: il warlord era colui che organizzava le truppe e i giovani membri della gang. Ma Kevin cercava sempre di formare alleanze, cercava di superare i conflitti con le altre gang per trovare una soluzione. Lo faceva nella sua scuola e nel suo quartiere. Poi un viaggio in Africa, la visione del film Zulu e la morte in un conflitto con la polizia di un amico gli cambiarono la vita. Tornato a casa decise di cambiare il suo nome in Afrika Bambataa, in onore di un leader Zulu, e di fondare una propria organizzazione dove replicare quella solidarietà e comunione che aveva visto in Africa.

Bambataa aveva un’altra caratteristica, era un ottimo dj, tra i più eclettici. Ovviamente uno così non può che finire a organizzare uno di quei party che vanno per la maggiore a metà anni ’70 nel Bronx: un dj, le casse, il breakbeat come Dj Kool Herc e le tecniche da dj di GrandMaster Flash. La differenza tra Afrikaa Bambataa e gli altri è che lui ha un piano. Non solo per se stesso, dall’esperienza in Africa e nella gang Bambataa si porta dietro una voglia matta di unire le persone. Una voglia che è stata ispirata dagli Zulu ma che poggia sulle solide basi delle lotte per i diritti civili. Per questo ha deciso di fondare un’organizzazione, un progetto unico e fuori dagli schemi nel quale riversare tutto questo: la Universal Zulu Nation.

Per aderire all'organizzazione, bisognava aderire a dei codici di comportamento, le Seven Infinity Lessons. Sono codici morali che in ogni loro punto cercano di creare un gruppo coeso che tenga lontane le droghe, che si aiuti al proprio interno, che rispetti e si faccia rispettare. E attorno a questi codici Bambataa e la Zulu Nation sono cresciuti nel segno dell’eclettismo. Perché rispettare tutti significa anche essere in grado di farsi ispirare da tutti.

la copertina del singolo Renegades of Funk pubblicato da Afrika Bambataa and the SoulSonic Force nel 1983

I Dj set di Bambataa erano tra i migliori perché lui metteva la musica che funzionava, che faceva ballare senza limitarsi a un genere. Passavano i Monkees e James Brown, il funk e la disco. E la gente apprezzava e ballava. C’è un disco che sicuramente Bambataa passava ai propri party perché nella seconda metà degli anni ’70 era un must: Husterl’s Convention di Lighting Rod. Il disco è un concept album che racconta della vita di due afroamericani che vivono di espedienti. Ma è il modo in cui lo racconta che è fondamentale per la nostra storia. Lighting Rod è Jalal Nuriddin, leader dei Last Poets un gruppo militante nero degli anni ’60 e ’70, e praticamente in quel disco rappa. Fa del rap ed è per questo che tutti i giovani che stavano sperimentando l’MCing avevano come bibbia quel disco.

Ho scritto “praticamente” perché quello di Nuriddin non è propriamente rap, diciamo che è proto-rap. Come altri cantanti di allora stava sperimentando, penso a Gil-Scott Heron e allo stesso James Brown. È come se, sopratutto la parte militante della musica nera, sentisse la necessità di raccontare senza fronzoli. Direttamente. Ed è su questo che si innesta quello che stava succedendo nel Bronx alle feste. Ormai, come diceva GrandMaster Flash, la gente non ballava più per guardare quel che facevano i Dj. Per questo che molti avevano iniziato a portarsi sul palco degli intrattenitori, i Master of Cerimonies. Gli MC celebravano un rito: quello del party. Un rito che era divertimento ma anche il momento dell’unione, della sospensione delle violenze. Mcing divenne una parte fondamentale delle feste, le rime dovevano essere sempre più accattivanti, dovevano coinvoglere la folla che poi si scatenava sul beat del dj. Tutti cominciarono a dotarsi di Mc che intrattenessero il pubblico. GrandMaster Flash aveva i Furious 5, Dj Kool Herc chiamava sul palco Coke la Rock e Clark Kent, mentre Afrikaa Bambataa i Soulsonic Force.

Forse è proprio l’mcing, che viene chiamato anche rapping, il mezzo su cui più velocemente l’hip hop ha viaggiato per il resto degli Stati Uniti, sicuramente quello con cui è arrivato a conoscenza del grande pubblico. Lo ha fatto attraverso MTV e i video perché l’apparato visuale è fondamentale. Se Rapper’s Delight della Sugarhill Gang viene considerato il primo singolo rap pubblicato (1979), è anche vero che la base era suonata e non campionata e non aveva niente della ricerca di Kool Herc e GrandMaster Flash. Sono altri i dischi che hanno segnato quell’epoca. E tra questi vi è Rengades of Funk di Bambataa e i SoulSonic Force. Una canzone potente, a cui sono legato anche personalmente perché è stato il brano con cui ho scoperto l’hip hop old school e con cui ho cominciato a guardare a questa cultura con altri occhi.

In quel brano vi è tutta la cultura hip hop e tutta la personalità di Afrikaa Bambataa. La base è una raccolta di suoni, davvero un tappeto elettrico sul quale stendere le parole. Il testo racconta di una presa di coscienza, eclettico come Bambataa, elenca rinnegati di varie epoche, da Toro Seduto a Tom Payne a Malcolm X, per poi dire: la storia è sempre cambiata e ogni epoca ha avuto i propri rinnegati, noi siamo i rinnegati di questa epoca atomica, siamo quelli che cambiano il corso alla storia, tutti i giorni persone come me e te. In questo passaggio credo che si veda la riflessione che il gruppo e Bambataa hanno compiuto. Si erano resi conto che l’hip hop aveva cambiato le cose, almeno per le persone che avevano attorno. Era molto più di una musica o di uno stile di disegno e ballo. Era una riscossa.

Lo stesso video lo dimostra. Alcuni ragazzi si radunano attorno a un pannello sul quale è stato fatto un pezzo con la scritta Renegades come fosse un Totem. Attorno a loro un quartiere distrutto, un vecchio in carrozzina abbandonato in una strada li guarda da sotto una coperta scuotendo la testa. Poi il totem prende il volo e si muove per la città attraverso la metropolitana, il mezzo per eccellenza dell’old school, come venne chiamata a posteriori quella fase dell’hip hop. I cantanti sono vestiti in maniera assurda, provocatoria, loro stessi diranno che il messaggio era che tutti dovevano capire che loro facevano quello che volevano, si vestivano come volevano e cantavano come volevano.

Bambataa è parte della triade dell’hip hop old school, insieme a GrandMaster Flash e Dj Kool Herc. Ma dei tre mi pare quello che ha cercato di comunicare un messaggio più complesso e in fin dei conti positivo. Se i primi due hanno inventato e dato forma all’hip hop, lui ha dato voce a chi cercava una via d’uscita. Una voce consapevole e direttamente discendente dai movimenti sociali di lotta, seppur decisamente sui generis. Bambataa ha segnato un’epoca, ha portato contenuti non solo nel Mcing ma in tutta la cultura. Certo molti sono i brani che parlano della vita del ghetto, penso a The Message di GrandMaster Flash and the Furious Five, ma i suoi hanno un carattere di consapevolezza in più. Azzardo che bisognerà aspettare i Public Enemy per arrivare allo stesso livello di impegno anche se il loro è come un filone del rap, è parte di una cultura che si stava differenziando, Afrika Bambataa and the SoulSonic Force, invece sono immersi in un mondo unito e unitario. Oggi la Zulu Nation esiste ancora e Bambataa ha prodotto l’ultimo disco nel 2006 ma dopo quella carica è come se fosse stato messo da parte, lui come tutta la old school, è come se a un certo punto fosse mancato qualcosa. Forse per un periodo loro sono stati l’hip hop poi questa cultura è diventata più grande di loro, o forse semplicemente, sono rimasti ancorati a una forma di quella cultura che intanto si evolveva.

All'inizio questo viaggio doveva avere una sola tappa, quella che raccontava di un giocatore famoso di basket, di una foto e di un quartiere di New York. Quando ho iniziato a scriverla però la storia ha preteso maggiori spazi. Non potevo rinchiudere in un solo pezzo tutto quello che sentivo necessario raccontare su una New York che ho conosciuto da lontano e non solo geograficamente. Da tempo mi occupo della relazione tra musica e storia e in altri lavori uso la musica come fonte storica. Mi sono chiesto quale fosse la musica che raccontasse meglio la NY degli anni ’70, ne raccontasse anche gli aspetti meno conosciuti. Per questo raccontare la storia della nascita della cultura hip hop mi è sembrata la scelta naturale. Le sue quattro arti forse non potevano che nascere lì e in quel tempo. Portano i segni della vita delle persone che vivevano nel Bronx, a Washington Heights, ad Harlem e negli altri quartieri. Una cultura che si è ispirata a tutto quello che trovava attorno, dai movimenti per i diritti civili alle tradizioni dei vari migranti che la vivevano. I tre grandi nomi dell’hip hop delle origini, Afrika Bambataa, Dj Kool Herc e GrandMaster Flash, sono tutti migranti, dalle Barbados o dalla Giamaica. Vivono in quartieri dove una commistione di culture è nata perché le persone vi venivano ammassate. Una convivenza non facile come racconta lo stesso hip hop. Anzi che fu tremendamente difficile, con atti di violenza, con la droga a fare da orizzonte per molti.

Una volta Mario Monicelli ha detto

La speranza di cui parlate è una trappola, è una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni. La speranza è quella di quelli che ti dicono che “Dio…”, “state buoni, state zitti, pregate, ché avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa, nell’aldilà; intanto perciò, adesso, state buoni, sarà nell’aldità”. Così dice quello: “state buoni, tornate a casa, sì, siete dei precari ma intanto fra due o tre mesi vi riassiumiamo ancora, vi daremo il posto, eccetera; sì, sì, state buoni”. Vanno a casa e stanno tutti buoni. “Abbiate speranza”! Mai avere la speranza: la speranza è una trappola. È una cosa infame inventata da chi comanda.

Ecco io credo che l’hip hop nasca proprio dall'assenza di speranza che provavano giovani tra i 15 e i 20 nei quartieri più poveri della città. In quell’assenza hanno trovato la forza di prendere possesso della propria vita a qualunque costo.