Cataffo

di Alfredo Martinelli (5 di 6)

foto di Alfredo Martinelli

Appoggiate in ogni angolo disponibile, le saponette profumate creavano un ambiente denso di un indistinto aroma che pungeva la gola fino a far tossire. Pasquale soffriva in silenzio e preferiva usare la campagna circostante, ma in quell’occasione era indispensabile. Strofinò i panni nella vasca da bagno usando lo shampoo antiforfora e l’acqua tiepida di un termocamino tenuto sempre al minimo per non consumare troppa legna. La doccia la concluse con l’acqua ormai gelida.

Dopo una generica asciugatura con gli asciugamani del bidet, si spostò silenziosamente in camera sua. Cristallizzato come un ambiente ricreato in un museo, tutto l’arredamento e i vari complementi erano disposti con precisione geometrica e distanze proporzionate in base alle grandezze. Nulla era casuale, tutto aveva una specifica funzione, un senso.

Stese i panni bagnati sul lato del balcone più esposto al vento, ne scelse di nuovi dall’armadio con le maniglie ancora ricoperte di cellophane e diede un ultimo sguardo all’acconciatura. Stava per uscire quando si accorse che lo spostamento della tenda aveva mosso alcuni soldatini sulla mensola accanto alla finestra: tornò indietro per aggiustarli e chiuse dietro di sé la porta.

Prima d’uscire di casa diede un ultimo sguardo ai Suoi. I capelli della madre, come sostenuti da un’invisibile impalcatura barocca, impallavano lo schermo, le cui immagini si riflettevano sugli argenti del carrello porta vivande e la vetrina del mobile con il mai usato servizio di piatti del matrimonio. A cavalcioni sulla sedia girata, con le braccia appoggiate sullo schienale, a pochi centimetri dal televisore, il padre commentava borbottando ogni scena trasmessa, ogni dialogo, rendendo la visione di una trasmissione qualsiasi, una pena simile a quelle inflitte da Dante ai dannati del suo Inferno.

Con rabbia pensò a quando finalmente avrebbe potuto seppellire i loro già putridi corpi e gli tornò alla mente il piano che più volte aveva pensato per velocizzare i tempi. Aveva però bisogno di qualche ritocco e in quel momento le priorità erano altre. Controllò nella tasca se avesse con sé il frutto della giornata di caccia e abbandonò la scena.

Sceso in cantina, girando la chiave nella serratura dell’enorme lucchetto arrugginito, sentì il solito rumore lungo le pareti esterne, questa volta più intenso e sordo del solito. Tirò dalla tasca la misera preda di giornata e la mise ben in evidenza. Nella stanza, vagamente illuminata dalla triste lampadina sul soffitto, non scorse ombre né rumori. Timidamente scostò il lurido paravento, residuo d’un amico medico.

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