Tentativo sragionato di capirmi dal diario delle mie letture

Da undici anni ho l’abitudine di tenere un diario delle mie letture: le suddivido per mese, in ordine cronologico. Si tratta di un quaderno, di carta riciclata, scritto a mano; in rosso l’anno in questione e i mesi, in blu — ma ultimamente in nero — i titoli dei libri e gli autori. Scrivo il titolo quando comincio a leggere (per cui succede che un libro scritto a gennaio magari l’ho finito a febbraio, ma sono quisquilie) e, per pudore nei confronti di me stessa, lo cancello se poi il libro, alla fine, l’ho lasciato lì. Non è capitato quasi mai, ma è capitato — magari l’ho letto l’anno dopo.

Il mio quaderno.

Qualche giorno fa mi è venuta voglia di provare a vedere se fosse possibile capire qualcosa in più di me osservandomi attraverso le mie letture. Non ho usato strumenti tecnologici, ho proseguito con carta e penna e ho fatto dei raggruppamenti ‘emotivi’ ed ecco quello che è venuto fuori:

  • in tutto ho letto 67 libri, compresi quelli per il Gruppo di Lettura, che sono meno di quelli che ho letto nel 2014 (80), ma più della media degli ultimi dieci anni (circa 55);
  • il gruppo più folto è quello sotto la voce libri intimi (9), che ha un sottogruppo amore per l’Inghilterra (3), seguito a ruota da libri naif e di intrattenimento (6), dai libri gialli e noir (4), a pari merito con libri sull’arte, sulla musica, sulla scrittura; poi ci sono scienza, religione e spiritualità, impegno sociale, libri tecnici sulla scrittura, immaginazione/graphic novel, così così, brutti, tutti con 3 titoli a testa, mettere in scena/rappresentare, ironici che ne hanno 2, proprio come di 2 non mi ricordo niente; e infine, nella categoria inquietanti, uno solo — per fortuna.

I libri gialli e noir potrebbero essere accorpati alla categoria intrattenimento, per il semplice motivo che i polizieschi sono per me una delle più rilassanti forme di svago; mi dà un gran gusto pensare che il male possa essere intrappolato da persone normali, che lavorano come muli, che si barcamenano a fatica tra la vita personale e quella lavorativa, che pagano il prezzo di scelte etiche che alla maggior parte di noi capitano una volta nella vita, coraggiosi, intrepidi personaggi che lottano con il male dentro di loro, per i quali i confini sono ben conosciuti ma spesso non rispettati, che non si arrendono ma hanno paura, e così facendo ti si addormentano sul cuore e ti ritrovi ad accarezzargli la testa. Uno di questi è La fanciulla è morta di Colin Dexter

Sui libri intimi avrei un sacco di cose da dire. Sono molto diversi l’uno dall’altro, eppure… stanno tutti insieme, in questa categoria che è quella che gira intorno al mio cuore — e tocca anche qualcosa che ci sta sistemato dietro o sotto, non so bene. S’insinuano lì, costruiscono una casetta, l’arredano, ci portano le loro cose, ci si sistemano. E io me li sento muovere dentro, sento persino il lieve solletico delle loro ciglia che sbattono perplesse quando cercano di guardare fuori da lì, di valutare cosa c’è e cosa manca. Sento le loro voci, mi arrivano le vibrazioni. Sento il dolore che li attraversa o la gioia che li pervade. È strano, perché non sono me, stanno con me, anzi, si impossessano di me. Come se io rappresentassi un terreno fertile — o almeno disponibile — su cui posare i loro piedi, le loro sedie, i loro letti. Una cosa meravigliosa, insomma. In rappresentanza della categoria L’anno del pensiero magico di Joan Didion e I pesci non hanno gambe di Jón Kalman Stefànsson.

E i libri sull’arte, sulla musica, sulla scrittura, poi! Non saggi, ma romanzi ispirati ad artisti immensi, che la distanza rende tali e la scrittura fa assurgere a ispiratori confidenziali; quest’anno ne ho letti quattro e sono libri che avrei voluto non finissero mai. C’era dentro la finitezza umana, la sua grandiosa bellezza, il respiro corto dietro l’atmosfera che circonda le stelle, c’erano le cadute e mi sembrava di poterli prendere per mano, questi protagonisti che riescono a essere universali anche nella loro esistenza, belli come dèi e caldi come esseri umani. È l’iniziale inconsapevolezza della loro forza a farmeli amare, è quel sorriso di chi sa, perché è vissuto oltre, che te li mostra come cuccioli poppanti, morbidi e ciechi, come figli dell’umanità che ognuno può stringere a sé. Su tutti Il pornografo di Vienna di Lewis Crofts, ma anche Memoriali sul caso Schumann di Filippo Tuena.

Sono inciampata in tre libri di scienza (il più bello dei quali è certo Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli) e in altrettanti di religione e spiritualità: mi hanno emozionato tutti, soprattutto Giuda di Amos Oz. Hanno dato un colpo al mio spirito libero e uno al mio amore per le regole, mi hanno tirato di qua e di là e alla fine ho capito che la meraviglia della realtà è tale perché ha in sé altre dimensioni meno concrete, spirituali: la natura e la sua straordinaria perfezione è in grado di accogliere sorridendo i passi incerti e fallaci degli esseri umani. Il sublime per respirare l’aria dell’universo e l’umana piccolezza per apprezzare il palpito dell’anima.

I libri di impegno sociale (bello Le scarpe di Polifemo e altre storie siciliane di Roberto Alajmo) sono troppo pochi — solo 3 — e qui mi sono detta che posso migliorare, che lo devo al mio stare al mondo, e che per la stessa motivazione devo aumentare la lettura di libri ironici — solo 2 (tra cui un posto d’onore va a I dirimpettai di Fabio Viola). Di libri tecnici sulla scrittura (come il bel A pesca nelle acque più profonde di Paolo Cognetti) dovrei veramente — ma veramente veramente — leggerne molti di più (proposito per il 2016).

Ho scoperto davvero solo in questo 2015 quanto possono essere belle le graphic novel, che mi hanno avvicinato a scrittori che altrimenti non avrei mai letto. Bellissimo, ad esempio, Va tutto bene di Alberto Madrigal.

I libri che ruotano intorno al mettere in scena/rappresentare non fanno per me, ne ho un ricordo faticoso, pesante, di piacere al massimo intellettuale. Per ora dico basta a libri come La scena perduta di Abraham Yehoshua.

I libri così così — come Il superlativo di amare di Sergio Garufi — sono quasi peggio di quelli brutti — il più irritante dei quali è stato L’invenzione della madre di Marco Peano — ma sono serviti a darmi la dimensione della mia rabbia, e anche dei miei desideri che in questo campo diventano diritti.

Quei due di cui non mi ricordo niente, poveretti, finiranno nel limbo di quelli da rileggere, o almeno da riguardare, per dargli un’altra possibilità — alle volte non è il momento giusto, non c’è l’attenzione necessaria e l’interesse non si sveglia, altre volte è meglio che non succeda; mi riferisco a Bark di Lorrie Moore e La primavera dei barbari di Jonas Lüscher.

E poi c’è quell’unico libro nella categoria inquietanti: proprio non saprei che altro dirne, oltre che, se mi capitasse di incontrare di nuovo questo scrittore, probabilmente lo prenderei su e me lo porterei a casa, lo guarderei appoggiato lì, sulla poltrona accanto al letto, e leggerei l’inizio e anche la fine, e poi non so, me lo terrei come monito, come pungolo, una cosa che non si vuole sapere ma c’è, e, come con tutte le cose che non ci piacciono, bisogna farci i conti. Se volete iniziare voi, ecco di chi si tratta: Le ortensie di Felisberto Hernández.

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