Dove vanno i giovani? Studio sulla mobilità degli under 35 a Genova

Genova è a un bivio. Da una parte un lento declino, dall’altra nuove opportunità. Però bisogna prendere subito scelte chiare e coraggiose, ed essere certi di imboccare la strada giusta.

Per farlo pensiamo serva studiare di più, conoscere la realtà della nostra città e poi immaginare le soluzioni migliori, aprendoci al confronto e al dialogo con tutti quelli che vogliono dare un contributo. Noi lo stiamo facendo attraverso uno studio dei quartieri della città e attraverso tre tavoli di discussione.

I giovani possono e devono essere uno dei motori di questo cambiamento. Purtroppo oggi la mancanza di giovani è una delle grandi crisi di Genova.

Genova è tra le città più vecchie d’Italia: ogni 10 bambini ci sono 25 anziani; in quarant’anni Genova ha perso 185 milaunder35. Nel prossimo futuro, sarà sempre più numerosa la popolazione inattiva, in particolare anziana, dipendente da una popolazione attiva che farà sempre più fatica ad assicurare la sopravvivenza della città. A Genova esiste una questione giovanile e da essa dipende il futuro della città. Noi vogliamo costruire una città in cui nessuno sia lasciato indietro, in cui sia forte la solidarietà tra generazioni e in cui tutti possano mettersi in gioco. O Genova mette al centro i propri giovani e permette loro di sviluppare qui le loro vite, oppure non avrà un futuro.

La disoccupazione giovanile 15–24 anni è 48,6%, quella 15–29 è 34,1%. (provincia di Genova, dai ISTAT)

Lo scopo di questo studio è capire dove vanno i giovani genovesi, si fonda sull’analisi di dati dell’Istat e dell’ufficio statistico comunale, rielaborati in più di 35 grafici e 4 mappe interattive.

Genova è una città orgogliosa, che ha sempre saputo affrontare le sfide che le si sono presentate. La Genova rassegnata degli ultimi trent’anni non è rappresentativa della propria storia. Possiamo prendendo la direzione giusta, ma alcune scelte non sono più rimandabili.

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Dove vanno i giovani?

È noto che la Liguria e Genova siano tra i luoghi più anziani del Paese. L’indice di vecchiaia, che misura l’equilibrio tra la fascia più anziana e quella più giovane della popolazione, misura la presenza in città di quasi 2,5 persone con 65 anni o più per ogni under 15. Il tasso di concentrazione giovanile, inoltre, sfiora a malapena il 20%. Per questo studio, forse, è proprio il tasso di concentrazione giovanile l’indicatore più rilevante. Questo valore definisce infatti la presenza di giovani in assoluto, poiché è calcolato come la quota percentuale di ragazze e ragazzi fino a 24 anni sul totale della popolazione residente.

Genova vive una versione decisamente accentuata del fenomeno d’invecchiamento della popolazione. I dati forniti dall’ISTAT sul censimento 2011 ci permettono di porre il nostro Comune a confronto con gli altri maggiori del Paese. Risulta che Genova presenta il terzultimo tasso di concentrazione giovanile, davanti solo a Trieste (19,1%) e Bologna (18,5%). Se è vero che le città meridionali tendono a ospitare una più grande quota di ragazze e ragazzi, Genova è indietro anche alla gran parte dei Comuni maggiori del Centro-Nord: Verona (21,9%), Padova (20,7%, che coincide col valore mediano), Milano (20,6%), Torino (20,4%), Venezia (20,0%) e Firenze (19,8%). In altre parole, Genova ha un tasso di concentrazione giovanile inferiore di poco oltre del 5% al valore mediano dei Comuni maggiori. È una differenza che, se da un lato è limitata, racconta, dall’altro, di una sofferenza aggiuntiva rispetto a un problema condiviso, almeno, tra i grandi centri della metà superiore dello Stivale. Possiamo determinare, in concreto, come questa maggiore sofferenza si traduca nel numero, non trascurabile, di circa 6.800 residenti under 25 in meno nella nostra città.

Prima di procedere oltre, è il caso notare come una simile ridotta presenza di giovani non sia un destino segnato per ogni luogo d’Occidente. Il database dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ci dà la possibilità di svolgere dei confronti tra i tassi di concentrazione giovanile dei trentacinque Paesi aderenti, al 2012. In questa classifica, solo il Giappone (22,8%) fa peggio dell’Italia (24,0%); il tasso di concentrazione giovanile del Bel Paese è circa del 20% inferiore al valore mediano, che coincide con quello del Belgio (29,0%). Pure se volessimo considerare solo i venticinque Stati membri in Europa, escludendo la Turchia, l’Italia avrebbe un tasso minore all’incirca del 15% del valore mediano, coincidente con quello d’Estonia (28,5%). Sei Stati europei presentano un indicatore superiore al 30%: Danimarca (30,3%), Regno Unito (30,6%), Francia (30,9%), Norvegia (31,7%), Irlanda (33,8%) e Islanda (35,5%).

Scendendo di livello, con i dati EUROSTAT riferiti al 2015 possiamo paragonare il tasso di concentrazione giovanile nella Città metropolitana di Genova (di cui Genova ospita i tre quarti della popolazione) con le altre 1.342 ripartizioni NUTS di livello 3 dell’Unione Europea (cioè il livello equivalente alle nostre Province della Nomenclatura delle unità territoriali statistiche; in Francese: Nomenclature des unités territoriales statistiques).

La Città metropolitana di Genova, con un tasso del 19,8%, si colloca al 1.273º posto tra tutte le aree NUTS 3 per presenza di giovani fino a 24 anni. Solo altre sette ripartizioni italiane fanno peggio, tra cui La Spezia e Savona (19,5%), Trieste (19,3%) e Ferrara (18,5%). Il valore mediano delle aree NUTS 3 dell’UE, cioè il valore che si colloca esattamente a metà della sequenza, è pari a 25,7%: il tasso di concentrazione giovanile della nostra Città metropolitana è quasi del 25% inferiore al valore mediano europeo.

Vale lo stesso discorso se volgiamo la nostra attenzione alla presenza di giovani fino a 34 anni. Il valore mediano delle aree NUTS 3 è del 38%, mentre quello riferito alla Città metropolitana di Genova è nuovamente del 25% circa inferiore, attestandosi al 28,9%. Nella graduatoria globale, la nostra Città metropolitana è anche più in basso, al 1.318º posto. Tra le ripartizioni NUTS 3 italiane, appena Trieste (28,6%), Savona (28,4%) e Ferrara (27,8%) si collocano più indietro.

Oltre le Alpi, sono ripartizioni urbane con tassi superiori a quelli della Città metropolitana di Genova: Manchester (38,4% per i giovani fino a 24 anni; 59,1% per quelli fino a 34) e Liverpool (33,1% e 44,5%) assieme ad altre dell’Inghilterra centro-settentrionale, l’area di Cardiff e della Valle del Glamorgan (33,8% e 48,8%) nel Galles, Glasgow (29,9% e 48,5%) in Scozia; il Dipartimento del Rhône con la città di Lione (33,7% e 47,9%) nella Francia sud-orientale e quelli della Loire-Atlantique con Nantes (31,9% e 44,2%) e del Finistère con Brest (28,2% e 39,1%) nella Francia nord-occidentale; Dortmund (24,6%, inferiore alla mediana, e 38,5%) e Düsseldorf (22,6%, inferiore alla mediana, e 38,4%) nella Renania Settentrionale-Vestfalia; in Spagna la Provincia basca della Biscaglia con Bilbao (21,5% e 32,5%, entrambi sotto la mediana).

Variazione della popolazione residente

La questione giovanile può avere due soluzioni: la prima riguarda le nascite, la seconda passa per un saldo migratorio positivo. Scopo di questa ricerca è studiare i movimenti dei giovani in entrata e uscita da Genova. In questo capitolo racconteremo quindi per sommi capi l’andamento delle variazioni globali della popolazione residente, allo scopo di tratteggiare la situazione generale cittadina.

I prossimi grafici sono costruiti sui numeri dell’Ufficio di Statistica comunale. Il primo dato, ben noto, riguarda il calo demografico dell’ultimo mezzo secolo. Genova ha perso in media 4 mila residenti ogni anno, dal record del 1966 al 2015; cumulativamente si tratta di 259 mila cittadini in meno. La popolazione genovese oggi è così il 69% del livello massimo raggiunto a metà anni Sessanta; è scesa ai valori del censimento del 1931.

La variazione negativa è spiegabile con un saldo naturale (cioè la differenza tra nati e morti nell’anno) continuamente negativo dal 1968 e un movimento della popolazione residente per trasferimenti di residenza tendenzialmente inadeguato a recuperare il deficit.

I trasferimenti di residenza, che tengono anche conto delle iscrizioni e cancellazioni d’ufficio, hanno per lo più segnato un saldo negativo dagli anni Settanta agli anni Novanta del secolo scorso. Solo nell’ultimo quindicennio il bilancio si è raddrizzato e, principalmente grazie a due picchi nel 2005 e 2013, è stato in grado di mitigare il deficit naturale. È da notare come il numero di cancellazioni sia piuttosto stabile sin dagli anni Ottanta, intorno a un valore medio di 11/12 mila, con un rallentamento a 10 mila nella media dei primi dieci anni del Duemila e una risalita a 13 mila nell’ultimo quinquennio. L’andamento delle iscrizioni è stato invece più altalenante: dopo un massimo di 17/19 mila trasferimenti medi annui di residenza in città tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il dato è sceso quasi della metà nei tre decenni successivi; è tornato a crescere negli ultimi quindici anni, arrivando a lambire i primati di metà secolo scorso anche grazie a due picchi d’iscrizioni nel 2005 (31.137) e 2013 (34.725). È dal 2008 che le iscrizioni di residenza non scendono sotto quota 10 mila, ma dal 2014 il saldo dei trasferimenti è tornato in campo negativo per la prima volta in sette anni.

Il saldo naturale è stato dunque sempre negativo negli ultimi quarantotto anni. In seguito a un rapido dimezzamento tra la metà degli anni Sessanta e gli anni Settanta, dal 1980 al 2014 il numero di nascite è sempre stato compreso tra le 4 e le 5 mila; il 2015 con appena 3.833 nati segna un record negativo. In corrispondenza di una graduale riduzione del numero assoluto di morti, il saldo negativo è lentamente risalito dai minimi dei primi anni Ottanta. Fino a oggi, era dal 2004 che il decremento naturale dei residenti a Genova non superava quota 4 mila.

A causa della riduzione del numero assoluto di residenti, l’andamento dei livelli di natalità e mortalità può essere meglio descritto in forma di tassi per mille abitanti. La stabilizzazione del numero di nascite è conseguenza di una ripresa della natalità dalla metà degli anni Ottanta. Tuttavia, dopo aver raggiunto un massimo di 7,8‰ nel 2008 e 2009, quasi ai livelli di trent’anni prima, il tasso di natalità sembra di recente subire un’inversione: nel 2014 è calato al 6,9‰ e nel 2015 ancora al 6,5‰, un valore che Genova ha visto l’ultima volta nel 1995. La corrispondenza con la Grande Recessione potrebbe essere non casuale, conoscendo il legame che corre tra la condizione economica delle famiglie e la disposizione ad avere figli. Il tasso di mortalità, da parte sua, ha teso a stabilizzarsi dagli anni Novanta intorno al valore di 13,5‰, spiegando la progressiva — e lenta — riduzione del numero assoluto di morti. Forse, in modo speculare alla natalità, la mortalità sta ultimamente sostenendo una lieve crescita: negli ultimi cinque anni è stato superato due volte il valore del 14‰ e la media del tasso nel quinquennio (13,8‰) è poco più grande del valore nei due decenni precedenti (13,5‰). Con un tasso di mortalità che si è attestato sul doppio del tasso di natalità, dal 1982 a Genova sono mancati mediamente 4.300 bambine e bambini all’anno per tenere il saldo naturale in equilibrio. Scrivendo di giovani, il dato corrisponde a una schiera virtuale di 146 mila under 35 che oggi avrebbero potuto abitare nella nostra città.

Quest’ultima tabella riassume le considerazioni precedenti per medie di periodi decennali.

È possibile studiare in particolare l’evoluzione della popolazione giovane a Genova, sempre grazie ai dati dell’Ufficio di Statistica del Comune. Il primo indicatore è il tasso di concentrazione, cioè il peso percentuale sul numero totale di residenti, a ogni censimento decennale. Il confronto tra i tassi di concentrazione della popolazione giovane (fino a 24 e fino a 34 anni) e quello degli anziani (da 65 anni) rivela un veloce avvicinamento delle curve. In particolare, nel 2011 il 28,9% dei residenti aveva meno di 35 anni e il 27,7% 65 o più. Quarant’anni prima il dato era 43,8% contro 14,6%; in una generazione, dal 1991 al 2011, il peso della popolazione più giovane è sceso di 3,5 punti percentuali, dal 23,1% e quello dei cittadini più anziani è cresciuto di 6,5 punti, dal 21,2. Fatto 100 il peso degli under 35 e degli over 64 nel 1991, il dato si è attestato a 78 e 131, rispettivamente, nel 2011 ed era a 118 e 69 nel 1971. La ripidezza delle curve si è ridotta col censimento del 2001 in corrispondenza del rallentamento del crollo demografico e, addirittura, la quota di giovani under 25 è cresciuta dal 18,3 del 2001 al 19,6% del 2011. Al calcolo del 2014 la curva riferita alla concentrazione di anziani non aveva ancora superato quella dei giovani fino a 34 anni, leggermente in risalita, in quella che potrebbe essere una tendenza a stabilizzarsi, per i momento, dei valori.

I numeri assoluti raccontano di 358 mila residenti fino a 34 anni al censimento 1971, 253 mila vent’anni dopo, nel 1991, e 170 mila altre due decadi a seguire, nel 2011. È una fetta di popolazione dimezzata nel corso di quarant’anni; ridotta di un quarto solo nell’ultima generazione: 188 mila giovani in meno dal ’71, altri 83 mila dal ’91. Soprattutto guardando al periodo 1991–2011, la diminuzione è stata più marcata nelle due fasce di ragazzi dai 15 ai 24 anni e giovani adulti dai 25 ai 34 anni, in cui, al censimento del 2011 su quello del 1991, sono andati persi 39 e 41 mila residenti, pari al 45 e 43%.

Le prospettive demografiche della nostra città, con queste premesse, non sono buone, in un contesto globale dove le zone urbane sono destinate a essere sempre più protagoniste. Le Nazioni Unite, Divisione Popolazione del Dipartimento Affari economici e sociali, mettono a nostra disposizione i dati sull’evoluzione storica e le previsioni demografiche fino al 2030 di tutti gli agglomerati urbani nel mondo che abbiano almeno 300 mila abitanti. Se prendiamo in considerazioni gli agglomerati urbani dell’Unione Europea, quello di Genova è destinato a collocarsi al 58º posto nel 2030 per numero di abitanti; tra gli stessi agglomerati era 26º nel 1950, 49º nel 2000. Limitando lo sguardo all’Italia, l’agglomerato genovese era il 5º per dimensioni nel 1950, dopo quelli di Roma, Milano, Napoli e Torino; nel 2000 era il 6º agglomerato, superato da Palermo; al 2015 e in prospettiva fino al 2030 la zona urbana di Genova scivola al 9º posto, dietro Bergamo, Bologna e Firenze.

In termini di sviluppo demografico, questo significa che l’agglomerato di Genova non è stato e non sarà in grado di tenere il passo, anche se il peggio del tracollo demografico sembra passato e ora pare prospettarsi una più lenta discesa e una limitata ripresa nei prossimi anni ’20. Mentre la popolazione degli agglomerati urbani dell’Unione Europea e d’Italia è rivolta a crescere nel 2030 del 70% circa sul 1950 e, rispettivamente, del 19 e del 12% sul 2000, i residenti di Genova saranno diminuiti del 10% sul 1950 (ma del 30% sul 1970) e del 3% sul 2000. In tutta l’Unione Europea, nel 2030 sul 1950 l’agglomerato urbano di Genova risulterà uno tra i pochi con almeno 300 mila abitanti ad aver subito una diminuzione di residenti, meglio di Liverpool e Glasgow nel Regno Unito — se facciamo finta di nulla sulla Brexit! — , che avranno perso rispettivamente il 30 e il 23% della popolazione, ma peggio di Essen, Wuppertal e Lipsia in Germania, Newcastle di nuovo nel Regno Unito e l’Aia nei Paesi Bassi (tutti agglomerati in cui la popolazione scenderà meno del 5%). Pure se guardiamo al prossimo quindicennio, Genova segnerà la 10ª crescita media quinquennale più lenta pari allo 0,9%, meglio solo di Milano (0,7%), Napoli (0,4%), Bratislava in Slovacchia (0,3%), Łódź in Polonia (0,2%), Sofia in Bulgaria (0,1%), Tallin in Estonia (-0,8%), Plovdiv ancora in Bulgaria (-1,4%), Vilnius in Lituania (-1,7%) e Riga in Lettonia (-6,6%). Al contrario, nel 2030 sul 1950 Tolosa in Francia avrà quadruplicato i residenti, Avigone e Montpellier, sempre Oltralpe, li avranno quasi quintuplicati; guardando al prossimo quindicennio, 70 agglomerati urbani nell’Unione Europea accresceranno i loro abitanti almeno del 10%, tra cui alcuni centri della grande industria novecentesca come a esempio Brno in Repubblica Ceca (con un 25% da record), Preston, Leicester, il West Yorkshire, Cardiff, Sheffield e Manchester nel Regno Unito, Amburgo e Dortmund in Germania.

In tutti quelli che erano i cinque principali agglomerati urbani d’Italia nel 1950 si è verificato un calo o una stagnazione demografica dagli anni ’70, tuttavia mai delle dimensioni della crisi genovese. Inoltre, diversamente da Genova, a Roma, Milano e Torino è in corso una ripresa demografica iniziata nel 2000: si prevede che nel 2030 sull’inizio del Millennio i residenti in queste aree urbane saranno cresciuti, del 14, 8 e 6%. Napoli invece ha e continuerà ad avere lo stesso numero di abitanti sin dagli anni ’80.

Nel 2030, Genova sarà l’unico agglomerato urbano d’Italia con almeno 300 mila abitanti ad aver perso residenti sul 1950 e anche l’unico ad averne persi sul 2000 (con Napoli, che però segnerà una discesa impercettibile dello 0,25%). Questo grafico mette a confronto l’evoluzione demografica a Genova e negli altri agglomerati medio-grandi centrosettentrionali. Spicca l’evoluzione costante dei centri lombardi e veneti (eccetto Venezia), che avranno raddoppiato la loro popolazione in ottant’anni e in alcuni casi l’avranno accresciuta di almeno un quinto e fino a quasi un terzo (Bergamo) nei primi trent’anni di questo Millennio.

Mobilità territoriale

I prossimi grafici sono costruiti sui dati dell’Ufficio di Statistica del Comune di Genova ed esaminano i numeri dell’immigrazione ed emigrazione in questo decennio con riferimento ai movimenti reali, cioè senza tenere conto d’iscrizioni e cancellazioni d’ufficio, per le fasce d’età dai 16 ai 24 anni e dai 25 ai 34. È possibile notare come il numero di emigrati sia rimasto abbastanza costante nel tempo per entrambe le fasce d’età, mentre quello d’immigrati dopo un picco nel 2010 si sia successivamente ridotto di un terzo. Il saldo migratorio complessivo dal 2013 segna un attivo che è del 77% minore rispetto al triennio precedente (una media di 947 nuovi residenti netti all’anno contro i 4.186 del periodo anteriore). In questo modo, il fenomeno migratorio è sempre meno adeguato a coprire il decremento demografico, che ci vede perdere mediamente circa 4.000 cittadini all’anno. Il flusso riferito ai giovani adulti è piuttosto interessante per i nostri studi perché, rilevando una dinamica tendenzialmente riferita a persone appena entrate nel modo del lavoro e che stanno andando a costruirsi una loro famiglia, può rappresentare un buon indice dell’attitudine di Genova ad attrarre e trattenere nuove energie. Non è un caso, probabilmente, che la quota di migranti in questo segmento costituisca la parte più rilevante dei flussi in entrata e uscita dalla città: in media in questo decennio, circa il 26% dei migranti in arrivo e il 20% di quelli in partenza si colloca tra i 25 e i 34 anni, mentre le persone appartenenti allo stesso gruppo anagrafico sono appena il 9% della popolazione residente; nel complesso dell’ultimo triennio, sono immigrate in città persone in numero pari al 4,5% dei residenti al 2014 ed emigrate nella misura del 4%; nella fascia d’età 25–34 anni l’immigrazione ha pesato per il 13,7% e l’emigrazione per il 9,5% dei residenti nella stessa sezione anagrafica (cioè, rispettivamente, il triplo e il doppio dei valori globali). Anche in questa fascia demografica l’arrivo di nuovi cittadini è diminuito, ma un po’ meno del valore generale: a fronte di un livello stabile di emigrati (1.729 in media nel 2013–2015 e 1.732 nel 2010–2012), il numero d’immigrati è calato di un quarto (8.804 in media nel 2013–2015 a fronte di 12.705 nel 2010–2012). In questo modo, il saldo demografico nel segmento dei giovani adulti è disceso da 1.494 nuovi residenti netti nel triennio 2010–2012 a 765 nel 2013–2015, ovverosia il 49% in meno.

I flussi d’immigrati per zone di provenienza sono rimasti costanti negli ultimi dieci anni, a parte i casi dell’Italia meridionale e insulare e dell’estero. Per la prima zona, il numero di arrivi è aumentato: la media annua del periodo 2011–2015 è di un quarto maggiore della media del quinquennio prima. Gli arrivi dall’estero sono stati ancora più variabili: dal 2006 al 2010 gli ingressi sono cresciuti del 396% (da 442 a 2.192), per poi ridursi a quasi un terzo fino al 2015 (820 immigrati nell’ultimo anno). In media nel decennio, il 60% degli immigrati proviene da una zona d’Italia e il restante 40% da oltre confine; il 22% degli arrivi è interno alla Città metropolitana di Genova.

L’emigrazione, invece, ha visto un rilevante calo dei movimenti interni alla Città metropolitana e, in misura minore, al Nord-Ovest, in corrispondenza di uno sviluppo dei movimenti verso l’estero. In particolare, i flussi verso la Città metropolitana si sono ridotti del 27% dal 2006 al 2015 (616 partenze nell’ultimo anno, contro 844), quelli verso le altre Regioni del Nord-Ovest del 20% (519 partenze contro 648) e quelli verso l’estero sono cresciuti del 610% (da 63 partenze a 447). In questo modo, quando i movimenti verso l’estero erano appena il 5% in media dell’emigrazione nei primi cinque anni del periodo considerato, in questi ultimi cinque anni sono cresciuti fino a pesare in media il 18% del valore globale.

Nel complesso degli ultimi tre anni, a Morego (dove si trova l’IIT) sono immigrate dall’Italia persone dai 25 ai 34 anni pari al 32% dei residenti nella stessa fascia d’età contro un valore cittadino del 9%. L’immigrazione ha interessato in modo cospicuo anche i vicini quartieri di Pontedecimo (16%) e San Quirico (15%). Per il resto, il fenomeno è stato più intenso nei quartieri della fascia costiera orientale: Sturla — che è tra i più popolari di questa zona — si colloca al 20%, seguito da Molo e San Vincenzo oltre il 15%, Maddalena, Prè, San Giuliano, Sant’Agata, Nervi, Chiappeto, Carignano, San Martino, Foce, Borgoratti e Brignole oltre il 10%. Appare in questa classifica anche Volti, col 12%, benché collocato da tutt’altra parte. Tra i quartieri che, all’opposto, hanno attratto un minor numero di nuovi giovani residenti dall’Italia in rapporto a quelli presenti si conta solo Quartara (5%) nella zona più benestante, mentre figurano alcuni più remoti come San Desiderio e Bavari (3%), altri più in difficoltà come Ca’ Nuova e Multedo (4%).

Guardando i livelli d’immigrazione dall’estero, a fronte di un dato cittadino del 5% i tre quartieri del Centro storico raggiungono valori fino a quattro volte superiori: dal Molo al 10%, alla Maddalena al 13% fino a Prè al 19%. San Teodoro supera il 13%; per il resto i quartieri che ricevono più nuovi residenti dall’estero in rapporto alla popolazione presente sono misti per natura: da un lato abbiamo Albaro (7%) e Carignano (9%), dall’altro Angeli e Sampierdarena nel Centro Ovest, Campi nel Medio Ponente e San Quirico in Valpolcevera (dall’8 al 10%). All’opposto, diciotto quartieri hanno ricevuto immigrati dall’estero in misura minore della metà del valore cittadino e, di nuovo, questo insieme ha una struttura diversificata: tra gli altri, ci ritroviamo ancora Bavari, Ca’ Nuova e San Desiderio (sotto l’1%), i quartieri residenziali popolari della Media Valbisagno da Sant’Eusebio (sempre sotto l’1%) a Prato (1%), Borzoli Est e Begato (2%), Voltri (sempre circa il 2%) e alcuni dei quartieri per così dire meno celebrati della costa levantina come Castagna, Quinto e Sturla (2%). Le zone più interne del Ponente e della Valbisagno si distinguono in generale per la minore attitudine ad attrarre immigrati.

L’emigrazione verso il resto d’Italia nel triennio 2013–2015 si è collocata al 7% dei residenti in quello stesso segmento anagrafico. Troviamo in cima a questa classifica i quartieri che svettavano nella corrispondente: Morego al 24%, Pontedecimo e San Quirico al 15 e 13%, Sturla all’11%. Compare anche Crevari al 12% e torna Prè all’11%. Metà dei dieci quartieri che hanno, invece, registrato i minori livelli di emigrazione verso l’estero, si colloca nel Medio Ponente: Campi, San Giovanni Battista, Borzoli Ovest, Cornigliano e Calcinara (dal 3 al 6%); l’altro gruppo si trova a cavallo della Valbisagno e della Valle Sturla: Apparizione, Prato, Bavari e San Desiderio (tutti intorno al 5%).

Questa è l’ultima cartina della serie ed è la più interessante perché descrive la struttura del recente fenomeno di fuga dei giovani verso l’estero, che — ricordiamo, ha visto il flusso in uscita crescere del 610% in dieci anni. A fronte di un dato cittadino del 2% di emigrati verso l’estero nel triennio 2013–2015 sul complesso di residenti nella fascia d’età 25–34 anni al 2014, il dato è più grande almeno del doppio in nove dei quartieri più benestanti, dalla Foce (4%) a San Giuliano (6%) e Puggia (8%). In generale, dei ventotto quartieri dove il valore supera il dato cittadino, solo Crevari (col 5%) non è situato sulla costa orientale o ai suoi confini.

La correlazione tra i livelli di reddito dei quartieri di origine e dei flussi in uscita verso l’estero è molto stretta, in un disegno dove scappa da Genova e dall’Italia chi può permetterselo. Vista la correlazione tra i livelli di benessere e quelli d’istruzione, è poi possibile desumere che la città stia perdendo più rapidamente persone con più qualifiche.

Mobilità universitaria

Genova/Bologna: il confronto tra abitanti e studenti.

Un fattore di prima grandezza che incide sulla mobilità giovanile è l’università. L’Ufficio di Statistica, Settore Università e Ricerca, del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) mette a disposizione una quantità di dati per delle elaborazioni. Le seguenti tabelle riguardano il numero di studenti immatricolati in tutte le università italiane per anno accademico, area di residenza e della sede didattica di ogni corso di studio. Prendiamo in considerazione le immatricolazioni ritenendo che le scelte circa l’ateneo e il luogo dove intraprendere gli studi possano essere ritenute collettivamente un efficace indicatore sull’attitudine di un territorio ad attrarre, o no, giovani. Non terremo conto, quindi, del dato inerente ai trasferimenti. I dati del MIUR di cui scriveremo non includono la mobilità degli studenti liguri che s’immatricolano all’estero, né collegata a programmi internazionali, in primo luogo Erasmus; riguardano inoltre l’Università degli Studi di Genova (UNIGE) nel suo complesso, incluse dunque le sedi extragenovesi. Precisiamo infine che il MIUR determina l’appartenenza territoriale degli studenti universitari in funzione del luogo di residenza; pure in assenza d’informazioni sul numero di universitari che cambiano residenza quando si recano a studiare fuori sede, possiamo ritenere questo dato un indicatore piuttosto fedele della provenienza geografica delle matricole.

Chi va e chi resta.

Il primo fatto che merita evidenza riguarda il calo, in quindici anni, sia del numero di matricole provenienti dalla Liguria, sia di quello di studenti che s’immatricolano presso l’UNIGE. Dopo un picco intorno agli anni accademici 2003/2004 e 2004/2005, i due valori sono calati nel decennio seguente: il dato riferito agli studenti provenienti dalla nostra Regione è, nell’anno accademico 2014/2015, inferiore di circa un decimo al picco del 2003/2004, per 800 studenti in meno; quello relativo agli immatricolati presso l’UNIGE, invece, è calato a velocità doppia, attestandosi nel 2014/2015 su un valore inferiore di un quinto, pari a ben 1.200 studenti in meno (una media di 120 matricole perse ogni anno).

La diminuzione di nuovi studenti universitari è imputabile per prima cosa alla riduzione di studenti liguri che s’immatricolano all’UNIGE. Negli ultimi dieci anni il numero è sceso di circa 800 studenti, per un calo corrispondente al 15%.

Il secondo fattore, pur meno rilevante in termini assoluti, riguarda gli studenti liguri che decidano d’immatricolarsi in atenei italiani, snobbando l’UNIGE. Questo dato, dopo un massimo raggiunto a inizio millennio pari a circa 1.800 matricole in uscita dalla Regione nell’anno accademico 2001/2002, si è attestato in una forbice tra i 1.300 e i 1.500 studenti in uscita per gran parte dell’ultimo quindicennio. Solo dal 2013/2014 il valore sembra aver subito un’impennata, comunque restando sotto i valori d’inizio periodo, superando quota 1.600 nell’ultimo anno accademico.

Il dato della mobilità in entrata è speculare a quello della mobilità in uscita e tendenzialmente non ha compensato l’emigrazione di matricole. I due indicatori si sono progressivamente avvicinati dopo i primi anni Duemila, al punto che tra il 2008 e il 2011 il numero di matricole in arrivo è stato anche superiore (ma poco) a quello delle matricole in uscita. Il saldo positivo tuttavia non è durato a lungo: col tornare a crescere dell’emigrazione di neoiscritti si è corrispondentemente ridotto il movimento di giovani verso l’UNIGE. Nell’ultimo triennio il numero di nuove matricole provenienti da altre Regioni e dall’estero si è aggirato intorno al valore di 800, cioè la metà degli studenti in uscita.

Ricordiamo quando già menzionato in premessa: i dati delle tabelle precedenti tengono conto del flusso di matricole dall’estero verso l’UNIGE, ma non di quello in uscite di Liguri verso atenei stranieri. Il saldo reale di matricole per la Liguria, quindi, è necessariamente peggiore di quello che possiamo raccontare grazie ai dati del MIUR, quanto peggiore dipende dall’entità del flusso di matricole in uscita verso l’estero.

Possiamo però compilare una tabella che riassuma il saldo dei flussi rispetto all’Italia. Verifichiamo, così, come la Liguria abbia sempre segnato un deficit di matricole con il resto del Paese per tutti gli ultimi quindici anni. Dopo un valore record di quasi 1.200 matricole in negativo tra entrate e uscite nell’anno accademico 2001/2002, il bilancio della mobilità studentesca è migliorato del 60%, seppure rimanendo sottozero, stabilizzandosi su un valore medio di circa 500 studenti in perdita tra il 2004 e il 2011. Negli anni successivi, fino a oggi, il bilancio tra matricole in uscita dalla Liguria e in entrata è andato peggiorato di nuovo, arrivando a un valore di circa meno 900 nell’anno accademico 2014/2015.

È interessante leggere come il saldo negativo sia costruito rispetto alle varie macroregioni della Penisola. Per tutto questo quindicennio, la Liguria ha costantemente perso matricole verso il Nord-Est (meno 200 all’anno, in media) e il Centro (addirittura meno 500); anche rispetto al Nord-Ovest il saldo è stato mediamente negativo (poco inferiore a meno 100 per anno). Il saldo negativo col Nord-Est è andato migliorando nel tempo e oggi si è ridotto a un terzo del valore d’inizio millennio. Il saldo col Nord-Ovest è pure riuscito a entrare in campo positivo per un certo periodo, dal 2003 al 2009, ma è successivamente andato peggiorando e oggi è tre volte peggiore rispetto all’anno accademico 2000/2001. Un’immediata analisi dei dati racconta di una città e una Regione e della loro università che sono incapaci di esercitare abbastanza attrazione verso le aree immediatamente limitrofe e che, almeno per un certo tempo, hanno pure subito la forza gravitazione di un’area più distante come il Nord-Est. Rispetto a Centro e Nord-Est si verifica probabilmente una vera e propria fuga dalla Regione di studentesse e studenti spezzini: ulteriori elaborazioni sui dati del MIUR consentirebbero di ricostruire i flussi a livello provinciale, ma solo per dare un’idea della grandezze in campo, fatte le debite proporzioni, possiamo stimare in circa 800/900 le matricole di La Spezia nel 2014/2015 e porle a confronto con gli 805 giovani liguri che si sono iscritti in atenei del Centro e Nord-Est nello stesso periodo.

Il quadro tratteggiato fino adesso si può riassumere in due indicatori sintetici, che misurano il tasso di matricole in arrivo all’UNIGE e quello di matricole in uscita dalla Liguria verso il resto d’Italia. Nella media di questo quindicennio, il tasso di matricole in uscita si è attestato sul 25%, quello delle matricole in entrata sul 19%. Il massimo divario a favore del tasso di matricole uscenti si è registrato nei primi anni Duemila e, di recente, dopo un riavvicinamento, i due indicatori si sono riavvicinati ai valori iniziali, testimoniando un peggioramento della capacità di Genova e della Liguria di attrarre iscritti all’università. Nel leggere questa tabella dobbiamo ricordare ancora che il tasso in uscita non tiene conto del flusso di studentesse e studenti verso atenei stranieri.

Concludendo questa parte di ragionamento, dobbiamo sottolineare l’importanza, scrivendo della mobilità universitaria, di analizzare i saldi e non semplicemente i flussi in entrata e uscita. Infatti, non può essere considerato un male in assoluto che degli studenti lascino la loro Regione per immatricolarsi fuori: ritornati a casa, porterebbero con sé un patrimonio di esperienze che sarebbe una ricchezza. Siamo però dinanzi a un fenomeno negativo quando le uscite sopravanzano costantemente, e non di poco, le uscite dalla Regione. Ciò significa che il sistema universitario di Genova e della Liguria (e, in generale, anche sociale ed economico) non è comparativamente più attrattivo rispetto ad altri sistemi vicini e perfino più lontani. La conseguenza immediata è la parziale deprivazione di giovani per il tessuto regionale; il rischio sul medio periodo è la perdita definitiva di una risorsa difficile da rinnovare in termini di ragazze e ragazzi con ricchi bagagli d’istruzione ed esperienze diverse.

Guardando alle iscrizioni, l’UNIGE ha perso tendenzialmente più iscritti rispetto al numero totale del Paese, passando da 35.700 studenti nell’anno accademico 2000/2001 a 32.000 quindici anni dopo, cioè il 10% in meno. Nello stesso periodo le iscrizioni in tutti gli atenei italiani si sono ridotte del 2%, ovvero di un quinto a confronto con Genova. Il diverso andamento è però imputabile a un divaricamento avvenuto nei primi anni Duemila; in seguito a una stabilizzazione delle iscrizioni tra il 2003 e il 2010, dal 2011 a oggi il numero di studenti si è ridotto seguendo la stessa curva per Genova e l’Italia, con un dato pari al 9 e 7% rispettivamente. In una graduatoria di tutti gli atenei, l’UNIGE è stabilmente collocata al 16º posto; ha scalato il 15º nel 2001/02 e 2008/09; è scesa al 17º nel 2004/05 e 2009/10.

La popolazione universitaria in Liguria come quota del numero nazionale di studenti è sempre stata circa di un quarto minore della popolazione residente al 31 dicembre come quota della popolazione residente totale del Paese (in base ai dati dell’ISTAT). È un dato su cui incidono allo stesso tempo la maggiore anzianità della Liguria e la minore attrattività dell’UNIGE e del sistema cittadino e regionale nel suo complesso.

Il numero di studenti universitari è, di conseguenza, relativamente più ridotto nel territorio metropolitano di Genova rispetto alla maggior parte delle altre aree metropolitane dell’Italia settentrionale e centrale. La media d’iscritti all’UNIGE nei cinque anni accademici dal 2010/2011 al 2014/2015 è stata pari al 3,9% della popolazione residente nella Città metropolitana (per l’ISTAT, al censimento 2011). Questo dato fa sì che Genova sia 6ª tra le Città metropolitane centrosettentrionali, quindi penultima solo davanti a Venezia (2,8%), per la percentuale d’iscritti all’università sulla popolazione residente. Il valore mediano per le sette Città metropolitane del Nord e Centro si attesta sul 5,3% (la differenza si pesa in quasi 12 mila studenti non iscritti all’UNIGE), includendo l’8,1% di Bologna, il 6,2% di Milano, il 5,8% di Roma e il 5,3% di Firenze, che divide appunto l’insieme in due metà. Allargando la panoramica anche alle Province, vediamo che il valore mediano, considerando solo i territori che ospitino atenei con almeno 10 mila iscritti, scende al dato di Torino, cioè il 4,1%; una percentuale sempre superiore a quella della Città metropolitana di Genova (la piccola differenza di circa 2 decimi di punto equivale comunque a oltre mille iscritti mancanti). Cinque territori provinciali riescono ad attestarsi sopra la mediana metropolitana: si tratta di Pisa, che supera Bologna e detiene il primato nazionale in questa classifica raggiungendo l’11,5%, Trieste, Padova e Siena, che fanno meglio di Milano, Parma, che scavalca Roma.

I flussi di studenti in entrata e uscita dal territorio ligure si compongono in modo differente anche del fenomeno Erasmus. I dati forniti dalla Commissione europea ci permettono di svolgere alcune analisi sul decennio dall’anno accademico 2004/2005 al 2014/2015 (ma per il numero di studenti in entrata all’UNIGE nel 2012/2013, la fonte è l’Ateneo genovese: infatti, in quell’anno la nostra Università aveva ottenuto un risultato troppo basso perché fosse citato individualmente dalla Commissione). Innanzitutto si tratta di una mobilità breve: in media studentesse e studenti Erasmus trascorrono all’estero un tempo di sei messi. Possiamo sempre considerare il movimento Erasmus come un ulteriore indicatore del livello di attrattività del sistema genovese e ligure. In questo caso, ben più che per il dato sulle immatricolazioni, il livello di studenti in uscita e anche la presenza di un saldo negativo dei flussi non sono in assoluto fenomeni negativi: il fatto che numerosi studenti vadano a svolgere un’esperienza all’estero per ritornare poi a concludere gli studi in Liguria è senza dubbio un valore aggiunto. Può invece indicare una situazione negativa che le variazioni del numero di studenti in entrata, cioè di chi decide di fare un’esperienza in Liguria, non tengano il passo con quelle di universitari in uscita e dei flussi globali.

L’analisi dei numeri assoluti di studenti Erasmus in entrata e uscita dall’UNIGE ci porta a dividere l’ultimo decennio in due fasi. Nella prima metà, fino al 2008/2009, il flusso in entrata è stabilmente cresciuto fino a un massimo di 533 studenti (il valore più grande per il periodo considerato), mentre quello in uscita si è mantenuto piuttosto stabile introno al valore di 450 Erasmus. Per la maggiore parte di questa fase, il saldo è stato positivo per l’UNIGE: a fronte di una media di 462 universitari in entrata, sono stati 457 quelli in uscita. Nel corso del quinquennio successivo, la media di studenti in uscita è rapidamente aumentata (579 studenti per anno accademico), di circa un quinto, mentre quella di studenti in uscita si è ridotta di quasi un decimo (422 studenti). Soprattutto negli ultimi due anni, gli studenti in arrivo nella nostra Università sono diminuiti sotto il livello di dieci anni fa. Proprio quest’ultimo, come si diceva, è il dato che deve destare preoccupazione. Va notato che in coincidenza di questi anni abbia ripreso a peggiorare anche il saldo d’immatricolazioni presso l’UNIGE.

Se decliniamo i numeri con una differente prospettiva, vediamo come nel periodo di cinque anni dal 2004 al 2009 l’UNIGE abbia visto complessivamente 2.309 Erasmus in entrata per 2.285 in uscita, su una media d’iscritti nel periodo pari a 35.315 studenti; nel quinquennio successivo, gli Erasmus in entrata sono scesi a un valore complessivo di 2.109, contro 2.893 in uscita, su una media d’iscritti ridotta a 34.197 studenti.

In termini relativi, nell’ultimo quinquennio quasi uno studente su dieci dell’UNIGE (facendo riferimento alla media d’iscritti in cinque anni) ha svolto un periodo in Erasmus. L’incidenza di universitari in arrivo è invece rimasta stabile poco sopra il 6% del numero d’iscritti (anzi, poiché la riduzione in assoluto degli universitari in arrivo è stata più brusca della riduzione d’iscritti nel complesso, la percentuale ha patito una leggera riduzione).

I flussi Erasmus riferiti all’UNIGE non hanno tenuto il passo con i valori globali del Paese. Solo nel primo quinquennio il numero di studenti Erasmus in entrata è cresciuto col ritmo di studenti in arrivo in Italia, per subire una brusca divaricazione. Il flusso di studenti in uscita è invece sempre cresciuto, ma con una velocità inferiore del dato riferito a tutta la Penisola. Così, se nel decennio il numero di studenti in arrivo all’UNIGE è sceso mediamente di 0,4 punti percentuali all’anno, lo stesso dato riferito a tutta l’Italia è cresciuto in media per anno di 5,7 punti percentuali; per quanto riguarda i numeri in uscita, i valori riferiti all’UNIGE sono aumentati in media di 3,8 punti percentuali ogni anno, ma quelli riferiti al Paese di 6,7 punti. Questi ultimi dati ridimensionano parzialmente le considerazioni in merito alla crescita di studenti dell’UNIGE che vanno in Erasmus: se il dato resta positivo, possiamo vedere che non ha tenuto il passo con la tendenza segnata globalmente in Italia. Nello spiegare il rallentamento della mobilità Erasmus da e verso l’UNIGE dobbiamo anche considerare che l’Ateneo ligure, come quota dei valori nazionali, è stato al centro di movimenti Erasmus superiori al suo peso sul numero nazionale di studenti universitari: nel decennio in esame, gli Erasmus in arrivo e partenza dall’UNIGE sono stati circa il 2,5% del dato nazionale, contro un’incidenza sul complesso d’iscritti pari al 2% circa. Il rallentamento ha riallineato i valori: a fronte di un peso dell’1,9%, sul totale degli iscritti nell’anno accademico 2013/2014, la quota di Erasmus in entrata si è anche ridotta allo stesso 1,9% del movimento nazionale, mentre l’incidenza sugli Erasmus in partenza è scesa al 2,3%. La frenata dei flussi Erasmus dell’UNIGE si è poi tradotta in una perdita di posizioni nelle classifiche europee: per numero di studenti ospitati, il nostro Ateneo è scivolato fuori dalle prime 100 posizioni, dopo aver occupato il 54º posto nell’anno accademico 2004/2005 e il 42º nel 2008/2009; allo stesso tempo, rispetto agli studenti in partenza, dopo il migliore posizionamento al 46º gradino nel 2004/2005, l’UNIGE è scivolata al 71º nel 2012/2013 e 65º nel 2013/2014.

L’Università di Granada domina le classifiche europee per gli Erasmus, in partenza e in arrivo. La città, con poco meno di 240 mila abitanti, è Capoluogo della Provincia omonima (circa 900 mila abitanti) situata nella zona orientale (3,9 milioni di abitanti) della Regione autonoma dell’Andalusia (8,4 milioni di abitanti in tutto). I tre principali atenei di destinazione in Italia sono Bologna (4ª), La Sapienza di Roma (11ª) e Firenze (17ª); di partenza sono ancora Bologna (2ª) e La Sapienza (15ª), assieme a Padova (5ª).

IIT e start-up innovative

Concludendo questo studio e facendo seguito ai numeri sul sistema universitario, per disegnare un quadro completo è il caso di sconfinare in un ambito attiguo e fare menzione, con due brevi cenni, all’IIT — Istituto italiano di tecnologia e al tema delle start-up innovative. Per l’IIT ci rifacciamo ai dati forniti dallo stesso istituto, a maggio 2016; per le start-up innovative invece ricorriamo a quelli pubblicati da InfoCamere, al terzo trimestre 2016 salvo che sia diversamente specificato, riferiti alle società iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese ai sensi del Decreto-Legge 179/2012 (cosiddetto “Decreto Crescita 2.0”).

L’IIT ha in città, a Morego, il Laboratorio centrale di ricerca, la sua struttura principale. L’istituto, secondo i dati che fornisce direttamente, aggiornati a maggio 2016, si configura come un polo di attrazione dall’estero nell’ambito scientifico e della ricerca: il 46% del suo personale arriva da Paesi stranieri, incluso un 16% d’Italiani rientrati nello Stivale. Attiene alla nostra analisi perché occupa una buona quota di giovani: l’età media delle sue 1.468 donne e uomini si colloca sui 34 anni. Tenuto conto che gli spazi dell’IIT a Genova ospitano circa mille persone, il centro di ricerca costituisce un presidio in città, forse piccolo nei numeri assoluti ma significativo, di resistenza al fenomeno di abbandono di giovani.

Il discorso sulle start-up innovative, infine, c’interessa per un punto di vista un poco differente che riguarda la loro natura di imprese, per così dire, dei giovani. Premettiamo che si definisce a prevalenza giovanile quella società in cui la partecipazione di persone fino a 35 anni, calcolata mediando le quote di possesso e le cariche amministrative detenute, risulti complessivamente superiore al 50%; è a presenza giovanile quella società in cui almeno una persona fino a 35 anni detenga una carica amministrativa o possegga una quota societaria. Ebbene, il 22,4% delle start-up innovative è a prevalenza giovanile, contro un valore del 6,9% riferito a tutte le società di capitale; il 38,2% è a presenza giovanile, a fronte del 13,4% di tutte le società di capitale. Le start-up innovative, in altre parole, hanno un’attitudine a essere imprese di soci o amministratori giovani che è il triplo di tutte le società di capitale. Un’analisi quindi della diffusione e densità di start-up innovative può rivelare un altro, piccolo ma qualitativamente importante, indicatore della capacità di un territorio a creare opportunità per la popolazione giovane. Ora, in triste coerenza con gli altri dati esaminati, anche qui le notizie non sono buone: la Liguria si colloca al 16º posto per numero assoluto di start-up innovative, con 111 pari all’1,7% del totale nazionale, ma soprattutto appena al 15º posto per rapporto di start-up innovative e numero totale di società di capitale presenti nel territorio. La densità in Liguria di start-up innovative è, precisamente, dello 0,35%, contro un valore nazionale dello 0,38% e una mediana delle densità regionali allo 0,44%: la nostra Regione ha in pratica un quinto in meno delle start-up innovative che potrebbe avere se riuscisse a collocarsi sul livello mediano. A parità di popolazione, le start-up innovative liguri iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese sono circa un terzo di quelle delle Marche.

Un aspetto almeno positivo è che il numero di start-up innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese in Liguria è aumentato con un ritmo più marcato rispetto al dato nazionale dal primo trimestre 2015; allo stesso modo anche la densità. Il numero d’imprese è cresciuto del 95% contro il 71% nazionale (rispettivamente, da 57 a 111 società nella nostra Regione e da 3.711 a 6.363 in tutto il Paese); la densità in Liguria è passata dallo 0,18% allo 0,35%, quando la densità mediana è aumentata più lentamente dallo 0,25% allo 0,44%.

Con 93 registrate (l’81% della Liguria), al 31 ottobre 2016 la Città metropolitana di Genova è 17ª tra le aree metropolitane e provinciali di tutto il Paese per numero di start-up innovative; penultima tra le sette Città metropolitane del Nord e Centro, davanti solo a Venezia. Tra le prime dieci aree per numero di start-up innovative figurano anche Napoli, l’unica zona del Sud, e le Province di Modena, Trento, Padova e Brescia. Al medesimo periodo, le start-up innovative a prevalenza giovanile nell’area metropolitana genovese sono il 18,7%, quando il valore nazionale è del 22,6% (sicché possiamo dire che a Genova si trovi quasi un quinto in meno di imprese giovanili).