Ansia di un volo di mezza estate

(o forse no)

“flying airplane surrounded by clouds” by Frame Harirak

Il racconto del viaggio estivo di un nostro viaggiatore da Milano a Lisbona

Nonostante non sia un patito di volo, anche quest’anno mi tocca prendere l’aereo per raggiungere la mia destinazione per le vacanze. Farò un giro in Portogallo partendo da Lisbona, una città che ho già visitato qualche anno fa e che mi ero ripromesso di rivedere, prima o poi.

Stamattina la sveglia suona alle 7, anche se il gate chiude alle 10.50 — colpa della mia ansia di perdere l’aereo, un’ansia che non provo con nessun altro mezzo di trasporto — così da avere tutto il tempo di sciacquarmi la faccia, vestirmi, controllare che tutte le finestre di casa siano chiuse, che la manopola del gas sia girata nel verso giusto, che le varie spine degli elettrodomestici siano staccate, che tutti i documenti siano con me, comprese le carte d’imbarco che ho stampato in doppia copia nonostante le abbia tutte nell’app del cellulare, via email e per sms. Oltre a queste verifiche , diciamo, “standard”, per essere più sicuro faccio un check anche dello zaino che ho preparato ieri sera, e che in effetti ho anche ricontrollato prima di andare a dormire. Vestiti ok, il computer c’è, la macchina fotografica è al suo posto… sì, c’è tutto.

Quando finisco di dare corda alle mie paranoie sono le otto, ho il tempo di bere un caffè e fumare una sigaretta prima di uscire, così magari mi tranquillizzo. Mentre lo sorseggio penso a quanto sia irrazionale questa mia agitazione legata al volo, agli aerei e agli aeroporti. E dire che sono anche abbastanza abituato: ho volato per la prima volta all’età di sei anni, un volo nazionale che partiva da Linate e faceva scalo a Roma prima di arrivare a Bari, dove ho alcuni parenti da parte di mia madre. Da allora avrò preso sì e no una ventina di aerei tra andate e ritorni, tutti senza particolari intoppi e tutti vissuti con agitazione.

Eppure le statistiche parlano chiaro: la percentuale di incidenti è nettamente più elevata quando si parla di treni o autobus (le automobili sono fuori classifica), senza pensare che i controlli di sicurezza sono infinitamente più approfonditi e precisi quando si parla di passare da un aeroporto. No, non è una questione di statistiche o numeri, né di garanzie o altro.

Semplicemente per me l’esperienza del volo è qualcosa di così adrenalinico da mettermi agitazione sin dalla sera prima della partenza.
“person skydiving on air during daytime” by Muzammil Soorma

Jovanotti diceva che la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare. Forse ha ragione. Io, tra le altre cose, soffro di vertigini. Sopra al terzo piano di un palazzo mi guardo bene dall’appoggiarmi al balcone e sopra il sesto proprio non ci vado, sul balcone. Eppure, nonostante la mia paura incontrollabile, ogni volta ho bisogno di sbirciare di sotto, tenendomi stretto al parapetto e bilanciando il peso del corpo all’indietro, di fatto inclinandomi in maniera ridicola. Devo guardare il baratro, provare il brivido dell’altezza prima di rinunciarci, puntualmente, ogni volta. Gli altri se ne fregano, ho visto addirittura degli operai camminare tranquillamente sul tetto dei grattacieli di Milano come se si trovassero ai giardini Indro Montanelli. Mi chiedo come facciano, nonostante l’imbragatura e tutto il resto, a stare lì sopra così sereni.

Istintivamente uno direbbe che l’altezza non è roba per quelli come me, eppure mi sono persuaso del contrario: l’altezza è di chi prova le vertigini più che di coloro che la ignorano. Loro sono immuni, manco se ne accorgono che stanno in alto, mentre noi quasi contiamo i metri che ci separano dal suolo, anche se ci troviamo su di un sicurissimo balcone o in terrazza, e più saliamo più non vediamo l’ora di quantificare l’altezza e provare quel sacrosanto senso di paura, quel brivido che, dopo un rapido sguardo, ci farà rintanare il più lontano possibile dal ciglio del balcone.

La vertigine, in poche parole, è davvero voglia di volare. Noi lo sappiamo, per questo abbiamo paura. Ciò che temiamo è la fascinazione dell’altezza, non l’altezza in sé.

Arrivo alla stazione del treno del Terminal 2 di Malpensa in anticipo di mezz’ora buona sull’apertura del gate, come da programma. Partendo da Cadorna ci ho messo sì e no 40 minuti, i quali ho passato alternando letture di poeti portoghesi e controlli della borsa, perché è solo quando è troppo tardi per rimediare che le mie ansie da mi-sono-dimenticato-qualcosa danno il meglio di loro. Appena salite le scale mobili, passo in mezzo a una serie di pannelli che riportano reperti e storie circa una certa popolazione celtica, gli insubri, alla quale inizialmente non presto particolare attenzione, salvo poi essere rapito da un vaso (o quel che ne resta). È in pezzi, tutti attaccati uno all’altro per dare l’idea di come doveva essere all’epoca in cui ancora veniva usato per conservare l’acqua e il vino. Mi fermo a guardarlo un momento, il tempo di immaginare il lavoro dell’archeologo che avrà dovuto ricomporlo. Dopo pochi secondi, però, l’ansia da volo riprende il sopravvento. Devo assolutamente superare i tornelli di sicurezza e poi potrò finalmente sedermi da solo davanti al gate vuoto, senza nemmeno l’hostess di servizio, come capita sempre.

Supero i negozi, esco all’esterno della piccola stazione ed entro subito nel Terminal vero e proprio avviandomi ai controlli, non senza una certa preoccupazione. Badate, non che abbia nulla da nascondere, soltanto che l’idea alla base dei tornelli è un po’ la stessa dei posti di blocco: uno ansioso come me sa di non aver fatto nulla di male, ma comunque teme di non essere del tutto in regola. Magari mi sono dimenticato di pagare il bollo, chissà l’assicurazione quando scade, forse il tachimetro è guasto e sto andando troppo veloce… i pensieri di noi paranoici.

Ovviamente gli agenti non mi rimproverano nulla, scandagliano il mio bagaglio e mi fanno passare attraverso il metal detector. Sono dentro. Attraverso la zona cosiddetta “duty free”, che mi ha sempre incuriosito tantissimo, sin da quando ero bambino. Voglio dire: ti trovi in un aeroporto con il trolley e tutto il resto, fai la coda ai tornelli e poi — sbam — sei nel paradiso terrestre. In Italia, poi, sembra di entrare in una enorme enogastronomia gestita da un collezionista, con vini pregiati e delizie da ogni regione, ovviamente con una particolare predilezione per i prodotti lombardi, e una miriade di altri prodotti di diverso tipo.

Non compro nulla, mi limito soltanto ad ammirare i prodotti mentre seguo il percorso di uscita. Vado di fretta, devo arrivare al gate e poi potrò rilassarmi e godermi l’attesa. Guardo il tabellone. Gate 21, ormai manca poco all’apertura. Accelero il passo, sfilando davanti ai negozi di cibo e vestiti che costellano la zona partenze del Terminal 2. Sarei quasi dell’idea, visto il leggero anticipo, di fermarmi a prendere un cappuccino in uno di quei bar così invitanti, se non fosse che poi non me lo godrei davvero, passando il tempo a guardare l’orologio e il tabellone, il tabellone e l’orologio.

Eccomi, ci sono. Tra cinque minuti aprono il gate. Mi siedo e aspetto che la zona si popoli di persone. Alla spicciolata arrivano prima i miei colleghi paranoici, poi i passeggeri più anziani, le famiglie coi figli piccoli, quelli con figli un po’ più cresciuti, le coppie… Poi arrivano le due hostess della compagnia, pronte a imbarcarci, e infine un gruppetto di ragazzi che immagino stiano andando anche loro in vacanza, credo proprio a Lisbona. Sono arrivati quasi all’ultimo, cosa che solo a pensarci mi fa sentire male. Chissà come fa la gente a essere così tranquilla in queste situazioni.

Passiamo tutti, uno per uno coi documenti in mano, davanti alle hostess, e ci avviamo per il corridoio che ci porta sull’aereo. Il mio miglio verde. Salgo, prendo posto al lato del finestrino e guardo fuori. Vedo l’ala, l’asfalto, l’erba poco oltre. Lontana vedo la torre di controllo e una serie di altre strutture adibite alla logistica dell’aeroporto. In mezzo a tutto questo, un bellissimo gioco di colori dato dalle diverse livree degli aerei che ci circondano. A fianco a me si è seduta una signora, mi ha detto che questo per lei è qualcosa come il cinquantesimo volo o giù di lì.

Sento i motori accendersi, le hostess si sono disposte nel corridoio per iniziare la spiegazione delle norme di sicurezza. L’aereo comincia a muoversi. Ci siamo.

Istintivamente stringo il bracciolo del mio sedile e smetto di guardare fuori (ma perché mi ostino a scegliere il posto vicino al finestrino?), concentrandomi sulla hostess più vicina intenta a indicare le uscite d’emergenza con quei gesti tipici che conoscono tutti, anche chi non ha mai volato. L’aereo è in posizione, accelera sempre di più per spiccare il volo. Ecco, questo è il momento in cui mi pento di aver preso l’aereo, in cui ripenso a tutto ciò che sto lasciando a terra e che già mi manca. Cerco gli occhi della signora per avere un po’ di conforto, ma lei si è già addormentata (tipico di chi vola spesso, il fatto di addormentarsi in aereo prima del decollo).

Stiamo andando velocissimi, sento che ci siamo. Ecco. L’aereo si inclina verso l’alto, le ruote si staccano da terra, il rumore diminuisce. Guardo fuori dal finestrino: siamo già altissimi. All’inizio ho paura, ma poi l’aberrazione delle altezze fa il suo e non riesco più a quantificare a quale piano saremmo, se fossimo in un palazzo. Mi calmo, il peggio è passato. Ora provo quel misto di adrenalina e sollievo che mi permetterà di godermi il resto del viaggio col sorriso, mentre continuerò a leggere i miei autori portoghesi.

Guardo fuori dal finestrino: è bellissimo. Ogni volta è come se fosse la prima, penso mentre mi giro verso la mia vicina di posto. Continua a dormire, non si è nemmeno accorta che siamo partiti. È proprio vero, l’altezza l’apprezza davvero soltanto chi un po’ la teme. E dopo le vertigini, quello che resta è soltanto una gran voglia di volare.