Sulla rampa di lancio

Quella volta che abbiamo corso sulla pista di atterraggio di Linate

L’invito parlava chiaro: il rendez-vous era fissato all’aeroporto di Linate alle 21, ciascuno munito di carta d’imbarco. Sono un tipo che ci tiene a essere puntuale, di quelli che si presentano come minimo venti minuti buoni prima dell’ora dell’appuntamento, giusto per essere sicuro di non arrivare in ritardo. Così, come mi accade spesso, quando sono sceso dalla 73 che da San Babila mi aveva portato dritto all’aeroporto, mi sono subito reso conto di essere effettivamente il primo.

Solo io, vestito da sportivo con la mia sacca a tracolla e la mia carta d’imbarco in mano, stampata a colori per l’occasione. Fosse stato un giorno qualsiasi, mi sarei sentito un tantino in soggezione ad aggirarmi per Linate vestito da podista, ma tale non era: quella sera non sarei partito per nessuna parte. Quella sera avrei corso là dove soltanto gli aerei (e pochissimi addetti ai lavori, mi han detto) possono muoversi. La Milano Linate Night Run sarebbe iniziata a mezzanotte, e io ero uno dei fortunati ad aver avuto la prontezza di iscriversi per tempo. Non come Marco, il mio amico che aveva aspettato fino all’ultimo per poi scoprire, una settimana prima dell’evento, che la corsa era sold out, un po’ come quando si aspetta che i prezzi per un certo volo diminuiscano, salvo poi scoprire che non solo non sono diminuiti, ma i posti in economy sono pure esauriti. A differenza sua, non mi sono fatto sfuggire l’occasione. Per nessuna ragione al mondo avrei perso la “gara dell’anno”, come l’avevano definita sui social (10 km sulle piste d’atterraggio in notturna, quando ricapita?).

Finalmente ero lì, al piano arrivi dell’aeroporto, carichissimo e super-motivato. Osservavo le reazioni sui volti di chi incrociavo, mi chiedevo se la gente sapesse che quella notte ci sarebbe stata una corsa sulle piste. Probabilmente chi era appena arrivato non lo sapeva, me ne rendevo conto dai loro sguardi allibiti. Mi guardavano sorpresi, li vedevo scrutare il mio abbigliamento sportivo, la mia sacca e i pantaloncini corti e di un giallo acceso, quasi evidenziatore. Potevo serntirli chiedersi: “Chissà dove starà andando, vestito così”.

Mentre mi avvicinavo verso il gate segnato sul foglio per le operazioni di check-in, continuavo a incrociare turisti, pendolari e milanesi di ritorno da chissà dove. Proprio quando iniziavo a temere di aver sbagliato giorno (o aeroporto, o sport) perché non vedevo nessuno vestito come me, ecco che finalmente ho incrociato altre casacche fluo come la mia, quelli che sarebbero stati i miei “compagni di avventura”.

Pensavo che, venendo da solo, mi sarei ritrovato in disparte a scaldarmi prima dell’inizio della gara. Invece ho trovato persone eccitate quanto me all’idea di correre di notte all’aeroporto, tutti gasati per questa esperienza più unica che rara. Mi sono fermato a parlare con un gruppo di ragazzi in attesa che aprissero “gli imbarchi” e che ci facessero procedere alle agognate piste.

“Check-in aperti, prego signori mettetevi in fila per ricevere la vostra pettorina con il numero personale e la sacca della Milano Linate Night Run”

Evviva! Ci siamo messi ordinatamente uno dietro l’altro, come si fa in chiesa, in attesa di ricevere quello che per me era già di per sé un trofeo da appendere al muro: la nostra pettorina personale, assieme al pezzo di carta che ci avrebbe accompagnato in quella corsa insolita e un po’ pazza.

Il selfie prima dell’”imbarco” non può mancare

Mentre aspettavo il mio turno mi sono guardato intorno. Iniziavamo a essere tanti, potevo vedere le prime braccia alzarsi per i selfie di rito, le risate tra gli amici, i sorrisi. Un’atmosfera così è quasi insolita per un evento di questo genere (che poi, in quale genere rientra una corsa notturna in aeroporto?), ma sicuramente era bella da vivere. Ero felice di essere lì, nonostante fossi da solo, proprio perché non mi sentivo affatto solo.

La fila era scorsa veloce, toccava a me. Ho preso con fierezza ciò che mi spettava e ho proseguito fino ai controlli di sicurezza. Lì gli addetti ci hanno controllato con calma uno alla volta, proprio come prima di salire su un aereo di linea, facendoci posare gli oggetti sul rullo dello scanner prima di attraversare il metal detector. Ogni tanto scattava un beep, colpa delle chiavi di casa lasciate in tasca da qualcuno, o per via dell’orologio, finché non siamo passati nella cosiddetta area duty-free: eravamo dentro.

Stare lì a quell’ora (erano sì e no le dieci e mezza di sera) faceva una certa impressione. Il duty-free era vuoto, non c’erano più voli in partenza e quindi le uniche persone presenti, oltre al personale, eravamo noi runners. Duemila pettorine giallo fosforescente stavano attraversando insieme gli ambienti dell’aeroporto fino al finger numero 12, quello designato per “l’imbarco” della Night Run. Pochi metri ci separavano dalle tanto agognate piste.

Ognuno di noi ha mostrato la sua carta d’imbarco alle hostess dell’aeroporto, che le hanno passate sui lettori di codici a barre uno dopo l’altro e tac, in un attimo eravamo nel corridoio. Trenta passi, una piccola rampa di scale ed eccoci. Davanti a noi l’hangar Armani, proprio quello che vedo per pochi istanti ogni volta che prendo il mio aereo per Roma, se sono seduto dal lato giusto, appena prima di decollare. Ci siamo radunati tutti lì e, dopo esserci cambiati, abbiamo iniziato il riscaldamento con il sottofondo musicale offerto dall’organizzazione. Visti da lì, l’hangar e la scritta Emporio Armani, tutta illuminata, sembravano ancora più imponenti.

Giuliana Moreira con Edoardo Stoppa

All’inizio non mi ero reso conto di quante effettivamente fossero duemila persone. L’ho capito quando abbiamo iniziato a radunarci nel piazzale: eravamo tanti, tantissimi. Sentivo nell’aria qualcosa di insolito, non il consueto agonismo, con la concentrazione e il silenzio che ne derivano, ma piuttosto una forte intesa tra ognuno di noi.

Avevo visto Giuliana Moreira e il suo compagno Edoardo Stoppa di Striscia la Notizia, entrambi vestiti da runner, poi un politico fare stretching in un angolo accanto a un ragazzo che non avrà avuto più di vent’anni e che probabilmente nemmeno lo aveva riconosciuto. C’era anche un pilota, che poco prima era con noi agli imbarchi con tanto di cappello e divisa, adesso vestito come tutti noi. Non credevo che avrebbe partecipato anche lui, pensavo che stesse per mettersi in viaggio. Invece, nemmeno lui aveva resistito alla tentazione di correre dove di solito fa “rullare” gli airbus della sua compagnia. Mi sono avvicinato per esprimergli la mia sorpresa e fare due parole, e lui mi ha raccontato qualche aneddoto legato a Linate e al volo.

“La prima volta che sono atterrato a Linate è stata più di venticinque anni fa. Mi fa effetto pensare che stasera correrò dove nemmeno io ho mai avuto la possibilità persino di camminare” , mi ha detto, condividendo il mio entusiasmo.

Ho completato il mio stretching e poi mi sono messo insieme agli altri in prossimità della partenza. Abbiamo guardato tutti l’ultimo aereo atterrare prima dell’inizio della gara: si è avvicinato, ha abbassato il carrello e poi si è appoggiato a terra con qualche piccolo sobbalzo. Il tempo di un sospiro e aveva percorso i 2 km di pista, gli stessi su cui a breve avremmo corso noi. Erano passati appena dieci minuti quando la musica si è interrotta per dare l’annuncio, i voli del giorno erano terminati. Stava per iniziare la corsa.

Non sono sempre stato un runner. Da ragazzino giocavo a calcio, come quasi tutti i miei coetanei, anche se in realtà non ero così bravo. Crescendo, poi, ho iniziato ad apprezzare gli sport individuali, così mi sono appassionato al tennis e, soltanto negli ultimi anni, alla corsa. Proprio questo sport mi affascina particolarmente, almeno da quando sono diventato un po’ più grande: mi piace molto il fatto che sia proprio tu il tuo primo avversario, che l’agonismo sia innanzitutto nei confronti della propria persona e dei propri limiti. Ho sposato da tempo questa filosofia, perciò anche quella sera non mi interessava troppo di essere tra i primi, quanto piuttosto di migliorare il mio tempo personale, se possibile, e di godermi l’esperienza.

Siamo partiti tutti insieme, ma già dopo i primi 500 metri si sono iniziati a formare i diversi scaglioni di corridori, ognuno con la sua velocità di gara. Così, mentre il gruppo di testa (ovvero quelli forti e in forma, gruppo di cui ancora non posso dire di fare parte) prendeva “il largo”, avventurandosi nel buio della pista prima degli altri, io sono rimasto tra quelli di mezzo, che corrono, sì, ma che non hanno fretta di finire prima degli altri. Dietro di noi qualcuno già camminava, com’è normale per una corsa aperta anche ai non professionisti.

Si correva, certo, ma nel frattempo c’era chi rideva e scherzava e chi si lasciava andare al selfie in pista. Di tanto in tanto commentava insieme quello che stavamo facendo, non sembrava vero di essere lì, con le luci di segnalazione a terra e i fari puntati su di noi per illuminarci la via. Il percorso era segnalato dalle luci verdi messe a terra, così che non ci potessimo sbagliare. L’unica raccomandazione era stata quella di non avventurarci fuori dalla pista, perché a quanto pare (non lo sapevo) tutte le parti esterne sono zeppe di rilevatori e allarmi, nonostante sembri che ci sia soltanto erba.

C’era un silenzio insolito, totale, che nel buio di quel tratto si percepiva ancora di più. Si sentivano solo i nostri passi e il vociare dei gruppetti arretrati, che incontravamo lungo il percorso a S che era stato allestito per la corsa. Dopo qualche minuto passato a correre al buio, però, i miei occhi si sono abituati e piano piano riuscivo a vedere i dettagli, l’asfalto che rifletteva la luce della luna, gli aerei parcheggiati a bordo pista che non erano illuminati dai fari altissimi dell’aeroporto, distinguendone la livrea. Era uno spettacolo suggestivo, non mi stanco di ripeterlo, che emozionava non soltanto me. “È pazzesco” diceva alla sua amica una signora che correva vicino a me “Chissà quando ci ricapiterà”. Sentendo quel commento ho iniziato a pensare all’unicità di quella situazione: 2000 persone che non si conoscono unite in qualcosa di inedito e irripetibile. Ho iniziato a rallentare, volevo vivere quel momento il più a lungo possibile. E chi se ne importa del tempo personale.

Rallentando mi sono ritrovato nel “gruppo vacanze”, come chiamo quelli che passeggiano durante le corse. Ormai ero nell’ultimo chilometro, l’arrivo si avvicinava inesorabile nonostante il ritmo lento dei miei passi. Passavamo a fianco agli airbus fermi, rientrando nel cono di luce dei fari aeroportuali, abbandonando definitivamente la parte buia della pista. Ormai parlavano in pochissimi, i più ansimavano affaticati, evidentemente fuori forma, ma motivati nel finire la corsa. Sentivo lo speaker all’arrivo annunciare i primi arrivati, che ci avevano staccati da un pezzo e che probabilmente stavano già riposando i muscoli dopo quella che, per loro, sarà stata una sgambata all’aeroporto più che una corsa podistica. Adesso, però, anche noi eravamo in dirittura d’arrivo, pronti ad atterrare in prossimità del traguardo.

Ho tagliato il traguardo con le braccia aperte, a mo’ di aereo, da vero cretino quale sono. Gli aeroporti mi affascinano da sempre, sin da quando mio padre mi portava a Malpensa a guardare gli aerei da bambino, ma quella sera ero davvero soggiogato, al punto da dimenticare persino che quella, in fondo, era sempre una corsa e non una gita sulle piste. Quando mi sono fermato per prendere fiato e allungare un po’ le gambe, sentivo già salire la nostalgia per ciò che avevo fatto. “Una cosa divertente che non farò mai più”, mi è venuto da pensare citando lo scrittore David Foster Wallace.

Felice per ciò che avevo vissuto, ma triste per il fatto che fosse già finito, ho iniziato ad aggirarmi tra i runner arrivati, in attesa che ci raggiungessero gli ultimissimi per poter dire conclusa la corsa. È stato in quel momento che ho sentito uno degli organizzatori dire: “È stato un successo, dovremo riproporre la gara anche l’anno prossimo”. Ecco, proprio ciò che volevo sentire. Ho preso la mia roba senza nemmeno cambiarmi, e sono uscito al termine della manifestazione per andare ad aspettare che mia moglie passasse a prendermi fuori dall’aeroporto. È arrivata in poco tempo, non c’era traffico a quell’ora di notte. Sono salito in macchina, un po’ stanco ma felicissimo.

“Com’è andata?” mi ha chiesto, guardandomi sorridere mentre mi distendevo sul sedile del passeggero. “È stato bello” ho risposto chiudendo gli occhi. Ci siamo avviati in macchina verso viale Forlanini, non c’era nessuno in strada. Lei continuava a chiedermi di raccontarle i dettagli, nonostante non sia una patita di corsa. “L’anno prossimo dovresti venire anche tu”, le ho detto. “Lo sai che non mi piace correre”. L’ho guardata mentre teneva saldo il volante della macchina, un po’ assonnata per via dell’ora. “Quello che ho fatto stasera non è stato propriamente correre”.

E cosa, allora?

“Qualcosa di diverso. È stato come volare”