Intervista a Patrick Ness

Perché essere amati non dovrebbe essere potente come vincere gli Hunger Games?

Da quando ho iniziato bazzicare per il mondo dell’editoria per ragazzi mi sono capitate tante cose belle: ho incontrato scrittori ed editor, conosciuto lettori, tradotto libri e stretto grandi amicizie.
Tra queste cose, però, l’aver incontrato e intervistato Patrick Ness è sicuramente una delle più emozionanti e surreali — ancora fatico a capacitarmene.
È divertente il modo in cui ci siamo conosciuti (qui una foto ricordo), e forse ve ne parlerò in altre sedi — questo articolo invece è dedicato esclusivamente al piacevolissimo scambio di parole che si è tenuto durante il secondo giorno del festival Mare di libri.
Che voi abbiate già letto Chaos e Sette minuti dopo la mezzanotte, o che vogliate solamente cercare nuove informazioni, questa intervista può fare al caso vostro: abbiamo parlato di scrittura, rappresentazione LGBTQ+, libri YA e film.
Vi ricorco che sul blog è presente anche un’intervista al traduttore della Trilogia Chaos, Giuseppe Iacobaci, e vi auguro una buona lettura.


Parliamo de La Fuga. Nell’incontro coi ragazzi di Mare di libri hai detto una cosa interessante sul modo in cui è scritto: hai detto che per te la scrittura deve essere una sfida, dunque ti sei imposto dei limiti durante la stesura del romanzo. Questo ha dato vita a idee brillanti, come ad esempio l’uso peculiare prima persona.
La domanda è: pensi che i libri debbano essere una sfida anche per il lettore? Pensi che un libro debba essere impegnativo per essere un buon libro?

Deve? No. Può esserlo, ma quando scrivo mi piace rendere l’atto una sfida perché mi preoccupo sempre di essere troppo auto-indulgente. Di pensare “Oh, l’ho già fatto, posso rifarlo facilmente”, e questo per me è assai pericoloso. Temo mi possa rendere pigro, e da lettore è una cosa che odio. Lo odio.
Tempo fa scrivevo recensioni, e quelle negative erano dovute alla pigrizia degli autori, dunque è qualcosa a cui faccio molta attenzione. Non cerco di certo la difficoltà, ma sono attratto da quelle storie che non mi fanno sentire al sicuro, dove so di dover prestare attenzione assoluta.
Inoltre i limiti ti costringono a essere creativo, e sentirsi intrappolati è ottimo per uno scrittore: devi inventarti qualcosa di strano, qualcosa di diverso, qualcosa di sorprendente che ti piaccia, e che, si spera, piacerà anche ai lettori.

Mi piace leggere libri impegnativi, ma come per tutte le cose ci sono sfide e sfide: non mi piacciono i libri eccessivamente violenti o eccessivamente sentimentali, trovo che entrambi siano un esempio di manipolazione. La reazione dei lettori è qualcosa che va meritato. Per questo sono sempre molto contento di leggere libri che siano impegnativi, ma non in modo ovvio.

Credo ci si debba fidare dell’autore. Adoro ritrovarmi in un libro, non sapere cosa stia succedendo ma in qualche modo fidarmi dell’autore e lasciarmi guidare. È il tipo di lettura che preferisco, ed è quello che voglio. È quella la sfida migliore.

Hai scritto un altro bellissimo libro, Sette minuti dopo la mezzanotte, e hai anche lavorato alla sceneggiatura per l’adattamento cinematografico. Quali sono le differenze principali tra la stesura di un romanzo e quella di una sceneggiatura? In questo caso particolare, è stato difficile?

Ci sono un paio di grosse differenze: un film non è mai un romanzo in termini di lunghezza, al massimo può essere un racconto. O una novella, ma principalmente un racconto.
Comprimere un romanzo in un racconto è difficile, ma è una bella sfida. Ricollegandoci a quello che dicevo prima, anche scrivere sceneggiature implica delle sfide: l’opera deve avere un formato preciso, deve fare cose diverse da ciò che fa un romanzo, poiché è un lavoro anche visivo e le scene vengono sempre ridotte e ridotte, quindi è un’esperienza diversissima rispetto a scrivere un romanzo. È questo che volevo fare: volevo che fosse difficile, volevo che fosse spaventoso, volevo essere nervoso, volevo essere cosciente. Ma alla fine la più grande differenza è che un libro è totalmente mio, e una sceneggiatura è una cosa condivisa: lavori col regista, lavori con gli attori, ed è così che deve essere, dovete lavorare tutti assieme per creare qualcosa. Quindi sono esperienze diversissime.
Le persone mi dicono, “spero sia un bel film”. Io stesso spero sia un bel film! Ma qualunque cosa accada, ognuno fa del suo meglio, e il film è bello, le poche cose che ho visto in anteprima sono molto belle; ma il libro ci sarà sempre, il libro sarà sempre mio. Non mi dà fastidio l’adattamento.

Dunque non sei preoccupato di avere controllo sulle tue opere?

Mi piace essere parte della conversazione. In particolare, con Sette minuti dopo la mezzanotte, pensavo di sapere come Hollywood avrebbe cambiato la storia, così ho pensato, “non sono un filmmaker ma mi piacerebbe dare il via alla conversazione e vedere le reazioni della gente”. Juan Antonio Bayona, il regista, e Belén Atienza, produttore, hanno reagito molto bene: abbiamo discusso tantissimo, e loro hanno fatto moltissime aggiunte, così l’abbiamo trasformato in un vero e proprio film.

Non voglio avere il controllo, perché lo trasformerei in un brutto film, ma sono uno scrittore e posso portare qualcosa di mio al processo. Essere parte della conversazione mi va più che bene.

Mi sono appena accorto di non aver introdotto il blog! Si chiama Galassia Cartacea, e noi dello staff trattiamo la narrativa YA con occhio critico, ma diamo spazio anche a tematiche LGBTQ+. Il mio amico e collaboratore Matteo ha scritto un bellissimo articolo, Libri che avrei voluto leggere a 15 anni, e tutti hanno a che fare con la scoperta di sé stessi e della propria sessualità, oppure presentano protagonisti gay o bisessuali. Ovviamente More Than This è uno di quei libri.
La mia domanda è: ci sono libri in commercio adesso che avresti amato o desiderato a quindici anni?

Beh, è una delle ragioni per cui ho scritto More Than This. Anche se in realtà l’ho fatto per la storia, perché prima ci deve essere quella: anche se sei d’accordo con tutte le parole di una predica, non vuoi leggere una predica, vuoi leggere una storia. Dunque, prima è venuta quella.

Ho pensato, per fortuna siamo in un’era in cui posso scrivere [di tematiche LGBTQ+] senza paure. Che sollievo poter dire “questo è ciò che farò”, e farlo senza compromessi, senza crearci attorno sensazionalismi. Semplicemente dire: “Ecco, questa è la storia che voglio raccontare, e non mi scuserò, né chiederò il permesso per scriverla”. E questo è bellissimo, mi piace.

Libri specifici? Beh, i libri di David Levithan mi fanno ridere. In senso buono.
Io credo che il grande quesito nella narrativa YA sia: rappresento il mondo com’è o come dovrebbe essere? E bene o male è sempre una combinazione tra i due. Ripensando ai miei libri credo che il mio preferito tra i due approcci sia rappresentare il mondo per come appare, perché là fuori c’è qualcuno che vuole rivedersi nei libri — io stesso voglio ritrovarmi nei libri — ma una spruzzata di “come dovrebbe essere” è un po’ di speranza. E i libri di David Levithan sono pieni di speranza e positivi. Il fatto che entrambe le realtà possano coesistere nella narrativa YA è bellissimo.

Quindi, piuttosto che un libro in particolare avrei adorato il fenomeno YA che esiste adesso, perché allora non c’era. C’era Judy Blume (dio la benedica, la adoro), e basta. Leggevamo tutti Stephen King. Mi sarebbe piaciuto avere tutti questi libri scritti per me, e per nessun altro — su di me e sulla mia realtà, che mi prendessero sul serio in quanto adolescente. Lo avrei adorato.

Parlando di YA, una cosa molto triste è successa due giorni fa con John Green. Cosa ne pensi del modo in cui alcuni autori YA vengono trattati sui social media? Com’è per te essere visibile online? Ti fa sentire vulnerabile? Quando è importante per un autore essere parte della conversazione?

Sai, ci ho pensato molto. I social media sono complicati, e quelle persone là fuori che si comportano in modo orribile, quelle pochissime persone, sfortunatamente fanno parecchio rumore. Come autore, devi solo continuare a ricordare a te stesso che sono poche, e che il 99,99% delle persone è costituito da gente normale con opinioni normali. Ad alcuni piaci, ad altri no.
Per quanto riguarda la questione di John Green: siamo ancora nell’epoca dei social media in cui dobbiamo capire quali sono le regole, e ci sono anche sfumature negative. Mi preoccupo meno della mia presenza sui social, e di quella di John Green — anche se ciò che gli è stato detto è orribile, ed è successo semplicemente perché qualcuno voleva fare il bullo. Ma mi preoccupo meno di noi e più del tredicenne vittima di cyberbullismo. Lui non può sfuggire al bullismo, perché i bulli sono ovunque: arrivano fino al tuo telefono, fino a casa tua, nella tua camera da letto. Oggi è più difficile sfuggire ai bulli, e questo mi preoccupa di più.

Non so quale sia la risposta, ma dobbiamo trovarla assieme. Credo la troveremo, ma ancora non sappiamo cosa stiamo facendo — ed è ok, ma questo ha grosse conseguenze negative, come questa. A volte penso, “che seccatura enorme, perché qualcuno dovrebbe fare una cosa simile?”, ma poi mi dico “no, c’è un quattordicenne adorabile che mi ha twittato per parlarmi di More Than This“. È importante che qualcuno ci ricordi che al mondo c’è più amore rispetto all’odio, e io mi sento responsabile in questo. Nel dire, tieni duro, perché le cose cambiano.

Certi giorni vorrei abbandonare i social media, però poi ricordo di com’ero a quattordici anni; mi sarebbe piaciuto avere qualcuno che mi dicesse: non preoccuparti, andrà tutto bene.
Quindi è un rapporto di amore/odio. Ma capiremo come fare. Non ci siamo ancora arrivati, ma capiremo.

L’ultima domanda è su The Rest of Us Just Live Here, che parla di gente normale in un mondo sovrannaturale/paranormale. Ma penso tu abbia sempre scritto di persone normali. Come dicevi ieri, Todd e Viola sono persone normali, e la stessa cosa potrebbe venir detta per Seth e Conor. Cosa ti affascina della normalità? E cosa c’è di così straordinario nell’essere ordinari?

È iniziato tutto da una battuta. Riflettevo sui nomi dei personaggi degli YA, sempre molto divertenti — e lo dico in maniera positiva, non per deridere qualcuno — ma la battuta consisteva nel fatto che tutti si chiamano Finn. Io non ho mai incontrato un Finn in vita mia, ma sono sempre nei libri!
Io e i miei amici abbiamo iniziato a inventare nomi, quindi è iniziato tutto da una lista che è presente nel libro, dove gli hipster sono i prescelti; a un certo punto questi vanno a nascondersi, e ne ho approfittato per elencarne i nomi, tipo Kerouac, Winsconsin, e Finn, Finn, Finn, Finn, Aquamarine, Finn.
È nato tutto come satira amichevole, ma poi ho pensato: e Mike? Povero Mike, nessuno scrive mai la sua storia.
Tantissimi libri YA parlano di prescelti, e lo capisco, perché quando muovi i primissimi passi nell’adolescenza ti accorgi di essere diverso dalla tua famiglia, da tutto ciò che conosci, quindi devi scoprire chi sei in opposizione al resto del mondo, e questo è una violenta rottura. È molto difficile, e deve accadere, ma è violento. Quindi per quegli anni è normale sentirsi soli e incompresi. In realtà tutti possono capirti, e nonostante in realtà sappiamo che molti altri hanno passato le nostre stesse esperienze, da giovani pensiamo di essere totalmente da soli. La storia del prescelto è potente perché motiva il sentirsi soli. Ti dice: “Va bene che tu sia diverso”. Ed è davvero un concetto potente.

Ma ho pensato alla quantità di libri sui prescelti e mi sono chiesto se i lettori si sentissero mai esclusi.
Che ne è dei ragazzini in fondo alla classe frequentata da Buffy, che vogliono solo andare al college prima che la scuola esploda per l’ennesima volta? Questo pensiero mi divertiva.
Quindi non si tratta tanto di celebrare l’ordinario, quanto celebrare l’unicità di ognuno. Non vuol dire che ognuno di noi sia buono o fantastico, semplicemente che siamo tutti diversi.
Scoprire sé stessi è una cosa miracolosa. E perché mai dovresti essere un grande eroe e salvare il mondo per scoprire te stesso? La vita è composta da decisioni: chi amerò, dove andrò al college, quanto tengo ai miei amici; quelle decisioni sono tanto importanti quanto l’atto di salvare il mondo.
È di questo che tratta il libro: è iniziato tutto come una battuta, ma si è trasformato in qualcosa di tenero e dolce.
Mike soffre — non soffre in maniera palese, ma soffre d’ansia. E credo che sia comune a ognuno di noi. Alla fine del libro c’è una frase importante — lui dice di sentirsi la persona meno utile anche nel gruppo di amici che più ama.

Mi ci rivedo molto.

Esattamente! È così per tutti noi. Dunque il succo è questo: esprimersi a gran voce e poter dire che sì, è un sentimento normale, ma non per questo debole. Non è sbagliato, solo ordinario.
Perché siamo amati dai nostri amici? Quando scopriamo di essere amati è un così gran sollievo — e perché mai quel momento non dovrebbe essere tanto potente quanto vincere gli Hunger Games?
Lo è.


Acclamato autore di Sette minuti dopo la mezzanotte,Patrick Ness ha vinto numerosi premi, fra cui la Carnegie Medal, il Guardian Children’s Fiction Prize e il Booktrust Teenage Prize. Da piccolo ha vissuto in svariati luoghi, da grande ha deciso di fermarsi a Londra, dove tiene corsi di scrittura creativa e collabora con numerose riviste letterarie.
Sette minuti dopo la mezzanotte e la Trilogia Chaos diventeranno dei film, con la regia rispettivamente di Juan Antonio Bayona e Robert Zemeckis.

[Per la realizzazione di quest’intervista si ringraziano di cuore Marta e Giulia di Mondadori e tutto lo staff di Mare di Libri, con menzione speciale per Anna e Anna Paola.
I miei ringraziamenti saranno anche scritti in piccolo, ma vi sto mandando cuori enormi.
GRAZIE.]


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