Cinque libri che mi hanno salvata nel 2018

consigli letterari per ricordarsi di cercare il bello anche quando sembra che tutto faccia molto schifo.

Ci siamo, è di nuovo quel periodo dell’anno. Posso finalmente tornare a scrivere su uonnabi in compagnia di quei cinque libri che, più di tutto e tutti, mi hanno spinto a pensare e poi a dire, ancora una volta nella mia vita, qualcosa che suona più o meno così:

Ehi, sarà pure vero che ho trascorso mesi e mesi in balìa dell’insicurezza più totale; sarà pure vero che, da quando si è insediato ‘sto governo dei giallocosi, ogni mattina mi sveglio con l’ansia quella brutta, paralizzante; sarà pure vero che su diecimila curriculum inviati mi hanno risposto in due e questi due che mi hanno risposto neanche mi volevano, ma ho letto delle storie davvero belle quest’anno, posso continuare a tirare avanti.

Gli affezionati di uonnabi sapranno già che, anche se questa rubrica si chiama Cinque libri che mi hanno salvata nell’Anno Domini Tal Dei Tali, non si tratta di una classifica di fine anno: mai piaciute le classifiche di gradimento, mi servo dei numeri solo perché mi fanno comodo, per dare ordine a quello che scrivo, per il resto zero dimestichezza con la materia, sono sempre andata male in matematica.

Un’altra nota: i libri di cui leggerete più avanti sono tutti pubblicati da case editrici indipendenti. Non che non legga anche libri pubblicati da editori più grandi, ma il mio grido di battaglia da qualche anno a questa parte è Leggete indipendente - leggete indipendente - leggete indipendente!

E, proprio a questo proposito, spero di darvi qualche spunto. Cominciamo.

5. La rampicante, Davide Grittani (LiberAria)

Nel caso abbiate un tremendo bisogno di una storia dalla trama fitta fitta e che vi tenga incollati alle pagine, La rampicante è il romanzo che fa per voi. In poco più di duecento pagine, Davide Grittani racconta la vita, il dolore, le gioie (sempre poche, non sia mai) e la morte in modo ineccepibile. Dentro ci troverete gli ultimi quindici anni di vita di Riccardo Graziosi, trentenne che si imbatte presto nell’esistenza di Edera, bambina dal nome curioso, i capelli lunghissimi e troppi fardelli da sopportare. Sullo sfondo (ma neanche tanto) le Marche, bellissime e forti dopo il terremoto che ha sconvolto i suoi territori nel 2016 e tanti altri avvenimenti che fanno più o meno parte della vita di tutti noi.

La rampicante di Davide Grittani è il romanzo che mi ha salvata quando la notte non riuscivo a dormire perché le mie giornate erano troppo vuote.

Se volete saperne di più, ne ho parlato qui poco tempo fa.

4. Un ragazzo d’oro, Eli Gottlieb (minimum fax)

…ma leggiti Un ragazzo d’oro!

Questa è forse la frase che ho ripetuto di più quest’anno da marzo, praticamente il mio tormentone. Su questo romanzo, dell’americano Eli Gottlieb, probabilmente non dovrei aggiungere altro: l’ho consigliato a tutti, amici e non, conoscenti, parenti (lo leggerebbe persino mia nonna pur di farmi stare zitta) e ne ho parlato davvero con tutti i mezzi a mia disposizione: a voce, con una recensione, persino in un video… Insomma, Un ragazzo d’oro è un romanzo importante e toccante che, grazie alla bravura dell’autore, riesce a rendere bene (molto bene) cosa voglia dire soffrire di autismo. Todd Aron del Payton LivingCenter, ragazzone d’oro e protagonista della storia, vi strapperà un sorriso con le sue avventure, le sue piccole incrollabili certezze e con la forza della narrazione in prima persona, mostrandovi il mondo da un altro punto di vista: il suo.

Un ragazzo d’oro è il libro che mi ha salvata a inizio di quest’anno, quando mi ero rintanata a pensare di essere la più sfigata dell’universo tutto.

3. Stoner, John Williams (Fazi)

Eccolo, un altro romanzo che non avrebbe bisogno di presentazioni. Perché dell’ordinaria e straordinaria vita di Stoner di John Williams avrete sicuramente già letto o quanto meno sentito parlare. Per quanto mi riguarda, avevo deciso di stargli alla larga — come succede ogni volta con tutti quei libri per cui si urla al capolavoro — almeno fino a quest’autunno, quando poi è successo che Stoner ho finito di leggerlo e, arrivata all’ultima pagina, ho persino pianto.

Quella di William Stoner è una vita come tante, ma John Williams la racconta così bene che fa il giro e diventa straordinaria. Stoner è i suoi anni di studio e poi di docenza universitaria, il rapporto di non amore con sua moglie, quello di amore immenso per sua figlia e altri amori vari ed eventuali. Il tutto raccontato più che sapientemente, in modo da restare nella testa del lettore per sempre.

Stoner è quel libro che mi ha salvata quando pensavo di avere le idee chiare, invece non era vero manco per niente.

2. Il confine del paradiso, Esmé Weijun Wang (Edizioni Lindau)

Per me un romanzo come Il confine del paradiso dell’americana di origine taiwanese Esmé Weijun Wang è la dimostrazione che, non importa se è un libro di più di quattrocento pagine, se è bello io me lo leggo anche in due giorni. Senza mai staccarmi e ripensandoci giorno e notte fino a che non trovo qualcuno con cui parlarne.

Il confine del paradiso è la storia della famiglia Nowak e di chi ha gravitato attorno alle esistenze dei suoi componenti, raccontata attraverso tre generazioni diverse e altrettanti sbalzi temporali. Al centro, un tema delicatissimo: la malattia mentale, incarnata in questo caso da David Nowak, uomo che non trova pace e, fino all’ultimo ha continuato a vivere sull’onda della nevrosi, influenzando sé stesso e gli altri. Gli altri — ossia Daisy, la sua mogliettina asiatica, i due figli William e Gillian e altri personaggi che all’inizio del romanzo sembrano collaterali, ma che poi si rivelano essenziali — sono quelli che più a lungo sentiranno il peso che la malattia mentale ha scatenato su di loro.

Il confine del paradiso è quel libro che mi ha salvata quando non avevo idea di quanto la malattia mentale potesse essere raccontata così bene.

Trovate di più sulla complessità della trama e dei suoi personaggi qui.

1. Disobbedienza, Naomi Alderman (nottetempo)

A volte ritornano (e per fortuna!): nei Cinque libri che mi hanno salvata nel 2017 vi avevo raccontato quanto salvifica era stata la lettura di Ragazze Elettriche.

Quest’anno, complice la riedizione italiana del suo esordio del 2007 e un film a questo ispirato, eccomi di nuovo qua, salvata di nuovo e a sorpresa da Naomi Alderman.

Santa Naomi Alderman, santa Disobbedienza! E mi voglio proprio sbilanciare: se Ragazze Elettriche mi era piaciuto tanto, Disobbedienza mi è piaciuto almeno il triplo.

Altro mattoncino che divorerete in pochissimo, nel suo esordio la Alderman racconta di qualcosa che conosce molto molto bene: gli equilibri nella comunità ebraica ortodossa di Hendon, a Londra. Ed è qui che fa ritorno, da New York, Ronit, la figlia emancipata e libera del Rav, capo spirituale della comunità che è venuto a mancare. Con il ritorno a casa della donna, prende il via un racconto serratissimo e pieno di forza in cui verranno messe in discussione le certezze della stessa Ronit ma soprattutto quelle di Dovid, suo cugino e pupillo del Rav, e di Esti, migliore amica (ma non solo!) di Ronit e ora moglie di Dovid.

In un ambiente claustrofobico come sa essere quello di una comunità ebraica, grazie alla scrittura potente di Naomi Alderman, in Disobbedienza trovano spazio un amore LGBT e tanta, tantissima voglia di disobbedire per essere finalmente liberi.