Confessioni di un millennial: il segreto della felicità.

La cosa più importante che ho capito sulla vita a 23 anni

Primrose Hill, foto di Alessandro Sorbello

Sognatori, appassionati, wannabe imprenditori e nativi digitali.

Ma anche incoerenti, sfacciati, impazienti, troppo spesso fuffaroli.

In una parola: Millennial.

Sono sicuro che i 20 anni fossero un’età complicata anche ai tempi dei nostri genitori.

Ma almeno loro non hanno dovuto vivere nell’era dei social.

Dove ogni giorno scopri fenomeni di 15 anni che sono già capaci di imprese incredibili, tuoi coetanei che fanno discorsi ispirazionali all’ONU a favore della pace o che hanno fondato aziende miliardarie, a ricordarti che non hai ancora combinato un cazzo della tua vita.

Voglio dire, magari c’erano, ma non lo sapeva nessuno.

Chissà se anche loro hanno vissuto quella brutta sensazione di sentirsi vecchi quando un loro amico li aggiornava di essersi fidanzato con una duemila…

“E’ del 70'?? Cosa sei, un pederasta?! Mi devo aspettare un invito ufficiale ad un simposio??”

“Guarda che siamo nell’87', ha 17 anni, è quasi maggiorenne ormai.. e poi fidati che a quell’età ha fatto più cose di te”.

Bho, non mi suona bene sinceramente.

Ma nonostante tutto, non c’è nulla di più affascinante di crescere, guardarsi indietro dopo diversi anni e scoprirsi una persona completamente diversa.

Penso che diventare adulti significhi soprattutto eliminare l’espressione “mai” dal tuo vocabolario.

“Non andrò mai in affitto, è come buttare soldi…”

“Non tornerò mai a lavorare in Italia dopo essere partito…”

Eppure, spesso l’incoerenza è sinonimo di maturità.

Perchè il mondo di un bambino è come un film degli anni 50'. Tutto bianco o nero.

Mi ricordo ancora quando a 10 anni ho cominciato ad avvicinarmi alla politica, guardando i talk show del martedì sera.

Indicavo il politico di turno e chiedevo a mio padre: “Questo è uno dei buoni o dei cattivi?

La maggior parte dei bambini impara questi concetti grazie a Scar e Mufasa, Topolino e Macchianera, Cappuccetto Rosso e il lupo cattivo.

Io avevo Di Pietro e Berlusconi

Poi cresci e cominci a vedere tutto in una scala infinita di sfumature di grigio.

Ora, potrei tagliare corto e saltare subito alle conclusioni.

Ma la verità è che il messaggio che vorrei trasmettere con questo personale articolo non è nulla di particolarmente geniale o rivoluzionario.

Anzi, a dir la verità è anche abbastanza banale, concetti che avrai già letto o sentito mille volte se bazzichi il web e i libri come me.

Quello che lo rende speciale è il percorso che ci sta dietro.

Tutta quella serie di momenti belli o brutti che, come gocce che scavano nella roccia durante un periodo di tempo abbastanza lungo, danno forma a nuove idee.

Cambiando per sempre il tuo modo di concepire la vita e il tuo rapporto con gli altri.

Perchè diciamo la verità, oggi è sempre più difficile trovare qualcosa di “unico” o “speciale”.

Una volta ci impressionavamo a sentire una bella voce.

Poi è arrivato X-Factor.

Una volta scattare una bella foto era un’impresa alla portata di pochi eletti.

Poi sono arrivati gli smartphone con i loro ultra-mega-extra-sticazzi-megapixel.

Una volta credevamo in qualcosa, avevamo degli idoli.

Poi è arrivata Asia Argento.

Battute a parte, ci siamo abituati alla bellezza, all’eccezionalità.

Tutto è diventato normale, alla portata di tutti.

Eppure qualcosa rimarrà sempre unico e inimitabile: le nostre storie e ciò che ognuno di noi prova nel viverle.

Due persone nello stesso posto allo stesso momento possono scattare la stessa foto di un paesaggio mozzafiato, ma le emozioni e l’impatto che il momento ha su di loro sarà sempre e comunque differente.

Ma ti ho promesso il segreto della felicità, perciò torniamo alla mia storia.

Non si sa mai che possa interessarti ;)

Il primo impatto con il mondo del lavoro

Febbraio 2014, sono all’Università.

Frequento il secondo anno di Economia aziendale e, come molti studenti della mia età, sono frustrato nei confronti di un’università troppo teorica, che penso non mi stia trasmettendo le competenze che mi servono davvero nella vita reale e nel mondo del lavoro.

Vorrei mettermi alla prova con un lavoro vero, rendermi economicamente indipendente e mollare gli studi.

In fondo, a che serve una laurea?

Insomma, un povero coglione.

Basilica di San Gaudenzio. Simbolo di Novara, città dove sono cresciuto

Spulciando i vari annunci online copia-incolla per ragazzi senza esperienza faccio qualche colloquio con recruiter improvvisati che ti invitano fuori a prendere un caffè al bar e poi se lo fanno offrire da te.

La prima offerta di lavoro della mia vita corrisponde ad un contratto da procacciatore per bibite energizzanti su “lauta e interessante” base provvigionale.

Poiché per raggiungere uno stipendio degno di questo nome avrei dovuto piazzare un ammontare settimanale di bottiglie pari alle vendite mensili di Coca Cola nell’America settentrionale decido di lasciar perdere. La prospettiva di tornare sui libri improvvisamente non sembrava più tanto male…

Avanti il prossimo: procacciatore per un’improvvisata aziendina locale che cerca di piazzare sul mercato una soluzione per il mobile payment tramite NFC a piccoli esercenti.

Ora, lo so che oggi la tecnologia è stata sdoganata da servizi come Apple Pay o Satispay, ma 3 anni fa era come cercare di vendere macchine elettriche Tesla ad una remota tribù africana parlando in greco antico.

Ma la voglia c’era, la passione per le nuove tecnologie pure, la coglionaggine abbondava, fatto sta che dopo pochi giorni mi ritrovo a girovagare per tabaccai e gelaterie a sbattere la testa contro infinite porte chiuse.

Causa il supporto praticamente nullo e l’impossibilità dell’impresa l’esperienza dura poco.

Ma non prima di aver annunciato ai miei amici che sarei diventato un ricco venditore dopo aver mollato gli studi, ovviamente.

Ci mancava solo che il giorno dopo la firma del contratto fossi entrato in Università a natiche spiegate stile Braveheart a sbeffeggiare i professori e l’opera sarebbe stata completa.

In ogni caso ogni fallimento è maestro di vita, e da quest’ultimo avevo appreso perfettamente il concetto del termine “carne da macello”.

Fidati di me, ogni volta che ti imbatti in un annuncio di un’azienda giovane e dinamica che cerca espressamente ragazzi alla prima esperienza per contratti a provvigione vade retro, difficilmente troverai qualcosa che non vada oltre lo sfruttamento bovino.

Tornando a noi: incasso la delusione, testa bassa e si torna sui libri.

Startup life

Flash forward, gennaio 2015.

Ultimo anno di università, ormai ho accettato il mio triste destino da studente.

Ma la voglia di mettersi in gioco è sempre lì, a spingermi a cercare qualcosa di più, qualcosa che desse corpo alle decine di articoli e libri che affollavano quotidianamente il mio cervello con storie di grandezza e successo altrui.

Visto che la fortuna aiuta gli audaci, chiedo ad un professore particolarmente interessante se conoscesse qualche Startup digitale o realtà innovativa per un percorso di stage, così da entrare nel mondo del lavoro, quello vero.

Il grand’uomo (sia benedetto), mi introduce ad una Startup Milanese di mio grande interesse e fisso un colloquio.

Long story short, inizio ufficialmente il mio stage semestrale in una realtà 100% digital, avviando una nuova fase della mia vita che mi piace chiamare “La lunga strada verso il dropout”.

Unico mantra della vita da Startup: “Alzati e fattura”

Sono mesi intensi, bellissimi, divisi tra giornate lavorative da 10 ore con pendolamento integrato, esami dati in modo forsennato studiando nei pochi momenti buchi, persone meravigliose che forgiano la mia conoscenza del business insieme a centinaia di articoli, libri e podcast quotidiani.

Peccato che, quando il tuo cervello lavora sempre al 200% senza pause, non ne può venire nulla di buono.

Neanche a dirlo, raggiungo il burnout.

Dopo diversi mesi di questa vita il mio corpo cede allo stress durante un treno di ritorno nel periodo di Rho Fiera Expo. Finisco all’ospedale per attacco di panico e passo la notte in osservazione.

Imparo la lezione, rallento e mi laureo. Nel frattempo la mia assunzione era già stata confermata e la voglia di dropout era ormai insostenibile, ma la mamma ci teneva al pezzo di carta…

Passo da uno stage gratuito ed esami a profusione ad un buono stipendio e totale assenza di impegni scolastici.

Ero sopravvissuto all’inferno ed ora mi aspettava il paradiso.

Eppure, quel senso di insoddisfazione non ne voleva sapere di scomparire…

Il Master e Bruxelles

Ultimo flash-forward.

Passa un altro anno e siamo nell’estate del 2016.

Amo il mio lavoro e i miei colleghi, ma sento il bisogno di cambiare aria.

Voglio fare un’esperienza all’estero, ampliare i miei orizzonti e forse anche staccare un po’ dallo stress di un mondo startup che mi stava lentamente divorando.

Do le dimissioni, lavoro fino a fine agosto e con tutti i miei risparmi mi imbarco in un master internazionale tra Milano e Bruxelles, insieme ad altri 30 ragazzi provenienti da tutto il globo.

L’emblema dei miei 6 mesi a Bruxelles

Oggi, dopo più di anno ed essere tornato in Italia, posso dire che questa esperienza mi ha cambiato completamente e mi ha fatto capire la verità fondamentale che tutti i ragazzi di 20 anni segnati dalla determinazione e voglia di spaccare il mondo come me dovrebbero imparare per non lasciarsi divorare dalle proprie ambizioni.

Durante quest’anno ho fatto tutto quello che desideravo, senza pormi limiti.

Ho imparato moltissimo sul mondo e, soprattutto, su me stesso.

Sono uscito dalla mia zona di comfort guardando sempre avanti e mai indietro.

Ho conosciuto persone da tutto il globo, tra chi è entrata nella mia vita per il tempo di una birra e chi ci rimarrà per sempre.

Ho imparato a pensare in un’altra lingua e a comunicare con chiunque.

Ho imparato a stare da solo.

Ho capito la differenza tra fare l’amore e fare sesso.

Ho capito che mentire alle persone care è il modo più stupido per spianare la strada verso l’infelicità.

Ho capito che l’Italia è davvero uno dei paesi più belli al mondo dove vivere, nonostante tutto.

Ho amato, ho sofferto, ho vissuto.

Ho capito esattamente cosa voglio realizzare nella mia vita.

E, cosa più importante, ho capito che non c’è fretta.

E’ meraviglioso avere dei sogni, degli obiettivi.

Ma non dobbiamo dimenticare che non viviamo per fare soldi o per inseguire un successo che neanche riusciamo ad identificare.

Non dobbiamo dimostrare niente a nessuno, se non a noi stessi. E nessuno ci insegue.

Perchè il bene più prezioso che abbiamo è il tempo.

Per questo dobbiamo goderci il viaggio ogni giorno, insieme alle persone che ci fanno stare bene.

Può sembrare stupido che ci sia voluto tanto per capirlo, ma per me è stata una vera epifania.

Ora non fraintendere le mie parole, sono il primo a pormi grandi obiettivi nella vita e darò tutto me stesso per realizzarli.

La differenza è che non lascerò che la fretta e il desiderio di realizzarli subito, bruciando ogni tappa, mi consumi nella frustrazione del paradosso dell’impostore.

Riprendendo le parole di Simon Sinek, noi millennial abbiamo troppa fretta nella vita. Siamo bombardati da storie di successo di chi ce l’ha fatta, senza guardare ai fallimenti e a ciò che sta dietro quel successo.

La verità è che le cose importanti richiedono tempo e non ci sono scorciatoie.

Una relazione duratura, un’amicizia profonda, una carriera di successo, sono basate su sforzi quotidiani e fondamenta cementificate negli anni.

Con il giusto tempo e la voglia di spaccare il mondo, non ci sono limiti a quello che possiamo fare.

La parte più difficile è capire solo che cosa vogliamo, o almeno così è stato per me.

Io ho capito che non ero ancora pronto a sacrificare tutte le mie risorse fisiche e mentali per fondare un’azienda solo per potermi fregiare del titolo di imprenditore.

Volevo spendere il mio tempo per quella che ritenevo una delle realtà digital italiane più interessanti del panorama italiano, dove mettermi alla prova ogni giorno e imparare sempre qualcosa di nuovo, condividendo aspirazioni e traguardi con persone meravigliose.

It’s time to make digital great again

Conclusioni

Forse “segreto della felicità” non è l’espressione adatta. La felicità non è la luce in fondo al tunnel che possiamo raggiungere una volta per tutte. La vita ci metterà sempre davanti a delle prove difficili che mineranno la nostra condizione.

Forse meglio parlare di serenità.

Quella sensazione di benessere che ti permette di apprezzare con gratitudine quello che hai, senza tormenti e scheletri nell’armadio.

Se anche tu ogni giorno vivi nella frustrazione generata dalla tua stessa determinazione, segui il mio consiglio:

smetti di leggere tutti quei libri sul successo personale e prenditi del tempo per te.

Capisci cosa ti fa stare bene, cosa vuoi fare davvero e se sei circondato dalle persone giuste per realizzare i tuoi sogni.

Trova il tuo equilibrio.

Perché alla fine tutti i soldi del mondo non ti daranno un briciolo della serenità che solo una persona che ti vuole bene veramente sa darti.

Perché in un mondo dove le persone diventano dei numeri su una pagina web è facile perdere di vista il vero senso delle parole “amicizia” e “amore”.

Perché per stare bene abbiamo bisogno di persone vere.

Poche.

Ma vere.

Un abbraccio,

Alessandro


Grazie per essere arrivato fino a qui :)
Se l’articolo ti è piaciuto ti andrebbe di condividerlo?