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Un racconto di Federico Fellini con un ricordo di Alvaro Zerboni

La mia amicizia con Fellini ebbe inizio quando entrambi eravamo molto giovani. In quel periodo collaboravo con altri ragazzi ventenni alla realizzazione di un cartone animato di cui Federico aveva scritto soggetto e sceneggiatura: Hallo Jeep! prodotto dalla società cinematografica che contemporaneamente stava girando Roma città aperta. Fellini allo stesso tempo fungeva da assistente alla regia di Rosselini.
Gli uffici della Nettunia Film a Roma erano in un unico stabile, pertanto ogni tardo pomeriggio Federico faceva la spola tra il salone dove disegnavamo il suo cartoon e la stanza attigua dove lo staff della produzione del film si riuniva per discutere su quello che era stato realizzato quel giorno.
Fellini era più grande di noi di qualche anno ma si intratteneva volentieri con noi fino a tardi e inevitabilmente finivamo sempre per ridere e scherzare insieme. …


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Quando mi chiesero come trasformare il luogo più felliniano del mondo. Di Antonio Tombolini

Un po’ di anni fa, diciamo circa quindici anni fa, sarà stato il 2003 o giù di lì, il Grand Hotel di Rimini, che stava progressivamente perdendo il suo smalto, sia dal punto di vista strutturale che commerciale, venne comprato da una coppia di imprenditori, due albergatori: uno di Rimini, l’altro di Cremona o dintorni.

L’albergatore riminese mi conosceva, e mi chiamò per un incontro con i due soci e con il direttore generale dell’hotel che avevano appena assunto, un signore tedesco proveniente da non mi ricordo più quale catena alberghiera.

Al primo incontro io ascoltai soltanto. Volevano che gli proponessi un piano strategico di rilancio del Grand Hotel, con suggerimenti su quali cose privilegiare, su cosa investire, quanto, cosa fare online, cosa fare del ristorante, che immagine ri-disegnare per l’hotel, avendo in mente quale tipo di clientela eccetera, eccetera.

La cosa mi entusiasmò subito. Per procedere nel lavoro chiesi di poter soggiornare presso l’hotel per due settimane, in periodo di bassa stagione, nella loro suite più bella e più cara, e di poter avere accesso anche agli archivi, agli sgabuzzini, ai luoghi di deposito, ovunque… per andare a vedere cosa c’era “dentro”, nel cuore del Grand Hotel.

Per la suite, quando arrivai, si scusarono perché non era ancora stata rinnovata, come invece lo erano altre camere che mi avrebbero dato perché migliori, ma io avevo insistito per quella, che però era vecchia, malandata e “scusaci ma devi immaginartela un po’ come verrà dando un’occhiata alle camere appena rinnovate”.
Diedi quell’occhiata e rabbrividii: stanze assolutamente anonime, che avrebbero potuto essere camere di un qualsiasi albergo 4 stelle di qualsiasi città del mondo (il Grand Hotel era e credo sia ancora ufficialmente classificato 5 stelle Lusso): nuovissime, “patinate”, tutte sui toni del bianco e del grigio, in nome di quella “eleganza minimalista” di cui (nota personale, sorry) siamo rimasti tutti inspiegabilmente catturati e ipnotizzati da almeno trent’anni.
Entrai nella mia suite. Certo, gli ottoni degli accessori del bagno erano da lucidare. Certo, un bel po’ delle meravigliose piastrelle giallo oro opaco e verde acqua che vi si alternavano a formare improbabili e meravigliosi motivi da “antica Roma” erano incrinate, o rotte addirittura. Certo, gli specchi non riflettevano più granché. Certo, la cinghia con cui tirar su la serranda in legno massiccio era lisa e sul punto di cedere, e certo, i listelli di quella serranda non serravano più granché, sbilenchi com’erano. Certo, la testiera in pelle lavorazione capitonné aveva visto troppe storie senza che nessuno la consolasse un po’ per conservare la brillantezza del bianco che si vorrebbe. Certo, il pavimento in quadrotti di granito multicolore avrebbero avuto bisogno di un bel trattamento per ricordare gli anni belli. Certo, la ringhiera liberty del balconcino aveva ampie aree colpite dalla ruggine…

MA CAZZO, lì tutto SAPEVA DI GRAND HOTEL! Era meraviglioso. Quella notte dormii con Fellini, in pratica, lo sentii lì con me.

Visitai poi tutti gli altri ambienti, e il ristorante che stava andando in malora, ormai trasformato in un freddo ambiente di pasti a buffet su vassoi raggelanti in acciaio che avresti senza stupore notato tali e quali nella sala operatoria dell’ospedale.

Cominciai a frugare negli archivi e negli sgabuzzini: mobili accatastati, suppellettili, tutto rigorosamente in uno stile così snobisticamente spurio, tra il liberty e l’art déco ma tutto con quell’inconfondibile tocco di provincia che li rendeva meno seriosi, ironici nella loro materialità esagerata.
E soprattutto scovai quello che a me parve il Sacro Graal, da cui trassi ispirazione definitiva per la mia proposta ai proprietari: un set di cancelleria da camera, con cartellina, carta e busta da lettera, dépliant pubblicitario. E anche un set di confezioni per accessori da bagno: le scatoline della minisaponetta e della cuffia per signora, quella per lo shampoo e quella per il bagnoschiuma, e la scatolina per lo spazzolino col minidentifricio.
Embè?, vi starete chiedendo. Embè: su tutte queste cose, fatte in cartoncino bianco, la decorazione era costituita da *disegni originali fatti da Federico Fellini per il Grand Hotel*, probabilmente in cambio di parecchie notti passate lì a scrocco e in compagnia.

Tornai a casa, avevo l’ispirazione giusta, e misi in fila per iscritto le mie proposte. All’incontro di presentazione ero eccitatissimo, avevo le idee chiare su tutto.
Il Grand Hotel di Rimini doveva SUDARE FELLINI da ogni poro. Quel Fellini ormai diventato mito per ogni Americano. Quel Fellini ormai divento mito e archetipo anche per chi non ne ha mai visto un film. Quel Fellini che si è portato dietro Rimini e la sua Riminesità in ogni sua opera. Di cos’altro parlare al Grand Hotel di Rimini?

La hall andava ripensata, a partire dal percorso esterno che vi conduceva, perché l’ospite in arrivo percorresse il suo Red Carpet, ed entrando si sentisse su un set, anzi no: sul set di Fellini, grazie agli arredi alle immagini alle foto. Le divise del personale ad ogni livello sarebbero state ispirate nel taglio e nei colori a Fellini e ai suoi disegni. Perfino il linguaggio sarebbe stato cinematografico. E le camere avrebbero dovuto essere “camerini”, per ospitare l’artista nel momento della sua privacy. Mentre negli spazi comuni tutto sarebbe stato uno spettacolo esagerato. Il ristorante sarebbe dovuto diventare un luogo di culto del piacere, della ricchezza, dell’abbondanza. Avevo perfino individuato lo chef che avrebbero dovuto assumere: un cuoco mio amico che oggi è riconosciuto tra i migliori d’Italia e del mondo, all’epoca giovanissimo, che io stimavo molto per le sue qualità di cuoco, ma che aveva un nome, un nome vero, non un nome d’arte, che più felliniano di così non avrebbe saputo inventarlo neanche Fellini: Ciccio Sultano! E il ristorante si sarebbe chiamato “La Gradisca”: Ciccio Sultano chef alla Gradisca. Chi non avrebbe sognato di cenare lì almeno una volta nella vita?

Tre ore durò la mia presentazione, tra racconti spiegazioni immagini bozzetti. Tutti erano col fiato sospeso nella sala. Al termine attaccarono a guardarsi tra di loro. Il socio mio amico, riminese, era visibilmente commosso. L’altro, il socio cremonese dal nome assai felliniano anche lui, Casto, un po’ spaesato vagava con gli occhi a destra e a manca per capire se quel che aveva ascoltato era una cosa meravigliosa o una stronzata.

Fu il nuovo direttore generale appena “strappato” alla catena alberghiera multinazionale a rompere il ghiaccio: “CreTo che qVeste Kose Vanno Pene a Las Vegaz, noi qVi doPPiamo proTure fatturato e ci Konviene ristrutturare tutto Hotel per funzionalità KonKressi e KranTi Kruppi, con prezzi più Passi, altro che Cinema!”.

Non aveva rotto il ghiaccio: con le sue parole ne aveva prodotto tanto da riempire la stanza. Casto, il socio cremasco, guardava interrogativo il socio riminese mio amico, il socio mio amico guardava interrogativo e un po’ terrorizzato me.
Presi a parlare dopo un buon minuto di silenzio: “Le cose camminano con le gambe delle persone. Se la mia proposta vi piace, il primo intervento da fare è licenziare subito il vostro direttore generale.” E me ne andai.

Non si fecero più vivi, neanche il mio amico che credo si sentirebbe un po’ in imbarazzo nell’incontrarmi. …


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La storia di Rimini raccontata attraverso i libri. Di Manuela Angelini

I turisti che giungono a Rimini attratti dal mito dei gelati e le bandiere cantato da Fabrizio De Andrè, o da quello del divertimentificio (neologismo coniato da Camilla Cederna negli anni Ottanta) quasi sempre non sanno che la città ha un centro storico.
Vi si arriva oltrepassando la ferrovia e andando verso monte. Dimenticando le migliaia di alberghi pensioni e residence che affollano la zona mare, Rimini svela la sua storia antica che affonda le radici nei tempi dei Romani.
Come si legge sul sito del Comune, «nel 268 a.C. il Senato di Roma decretò la fondazione della colonia di Ariminum, nome tratto da quello del fiume Marecchia (Ariminus), così che il toponimo significa “la città sul Marecchia”. La colonia era una sorta di repubblica autonoma, alleata di Roma, ma priva della cittadinanza romana: caratteristiche proprie di una colonia “di diritto latino”. Solo attorno al 90 a.C., la città entrò a far parte a pieno titolo dello stato romano come municipium».
Di queste antichissime origini qualcosa è rimasto nei monumenti che punteggiano il centro, e molto è stato scritto in numerosi saggi di studiosi locali.
Va citato, tra questi, il recente Storia di Rimini (Il Ponte Vecchio, 2015) in cui Angelo Turchini — in collaborazione con Cristina Ravara Montebelli — racconta le vicende cittadine Dalla preistoria all’anno Duemila, come recita il sottotitolo. Merita una segnalazione anche il volume collettaneo omonimo Storia di Rimini (Bruno Ghigi editore, 2004) con una presentazione di Anna Falcioni, in cui si indaga Dall’epoca romana a capitale del turismo europeo. All’editore Luisè va invece riconosciuto — tra gli altri — il merito di avere ristampato nel 1993, la pubblicazione Guida del forestiere nella città di Rimini scritto nel 1864 dall’allora bibliotecario Luigi Tonini. …


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Rimini 1927 (o 1928?) e un racconto di Giulio Trasanna scritto due volte. Di Lorenzo Mercatanti

Di che puoi parlare,
se non di noi?
Siamo mediocri, siamo dimenticati,
nelle nostre povere cose.
Parlerò dei malanni, del vero,
così siamo stati, io e te,
due buoni ragazzi,
e basta.

È una poesia di Giulio Trasanna (1905–1962) che, oltre che un buon ragazzo, è stato un maestro, prima nascosto poi dimenticato, della cultura italiana del Novecento. Poche le opere pubblicate in vita: Annate (1937); Soldati e altre prose (1941); Pamphlet (1965); Poesie (1974).
Nato nel 1905 a Wattwill, nel cantone svizzero di San Gallo, la madre, abbandonata dal suo compagno, è costretta a lasciare gli studi per crescere i figli.
Trasferitosi a Udine, lui e la sua famiglia vissero in prima persona la disfatta di Caporetto; sempre a Udine, nel dopoguerra, trascorse gli anni felici, sebbene in povertà, della giovinezza.
Per amore di una donna divenne campione regionale di pugilato. Sul finire degli anni Venti girò l’Italia con una valigetta per combattere su ring improvvisati per poche lire.
È un suo racconto in particolare che mi interessa, intitolato per l’appunto Il ring, apparso su l’Unità, scritto in prima persona, quindi ripubblicato su La gazzetta dello sport, intitolato Pugile provinciale, scritto in terza persona. In tutto quattro pagine scarse: un pugile scende dal treno alla stazione di Rimini, deve combattere un incontro che sa già di perdere, dovendo confrontarsi con un avversario di una categoria di peso superiore al suo. Appena sceso dal treno un ragazzo gli prende la valigia e lo accompagna prima al ristorante quindi al teatro sociale dove si terrà l’incontro, nel mezzo il tempo per andare in spiaggia, a guardare il mare. …


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Storia di un giovane letterato nato nel luogo sbagliato, ma non troppo. Di Stefano Rossini

«Ah! Sei di Rimini?! Che culo! Starai tutto il giorno in spiaggia e la notte sempre in discoteca».
«No. Odio le discoteche, e pure la spiaggia».
Fine del discorso e fine di una potenziale amicizia o relazione.
Quante volte ho sentito questa domanda e quante volte ho dato questa risposta? Non lo so. Non le ricordo più. Ho cominciato a ribattere in questo modo a 16 anni, travolto dall’amore per la poesia e dall’odio per la discoteca.
Certo, essere poeta o, meno pretenzioso, amante della poesia a 16 anni è difficile in ogni parte del mondo, ma qui, a Rimini, dove tutti si aspettano che un sedicenne per bene vada in discoteca fino alle 3 di notte, si sfondi d’alcol come una idrovora fuori controllo e si sballi come se non ci fosse un domani, è un tantino più complicato.
Negli anni ’80 qui il mito era Zanza, il vitellone che si portava a letto vagonate di turiste straniere. I miei compagni di classe lo osannavano. Era l’unica forma rituale e religiosa che vedevo in loro — almeno in questo, c’è da dire, erano in linea col dissacrante anticlericalismo di questo lembo settentrionale dello stato della chiesa.
I miei modelli erano invece Foscolo e Leopardi. Io andavo di endecasillabi sciolti, avevo la pelle lattea che un raggio di sole a giugno mi avrebbe costretto per un mese al reparto grandi ustionati dell’Ospedale Infermi di Rimini, e se bevevo un bicchiere di vino mi partiva un’emicrania che mi marciava in testa per tre giorni. Lo sballo non era per me. …


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Creatività e paesaggio del poeta del retrobottega della Riviera. Di Sanzia Milesi

“Abbiamo bisogno di luoghi che siano uno specchio per le nostre riflessioni. Luoghi che ci allontanino dalla vita che stiamo facendo. Luoghi che ci facciano camminare lungo i sentieri creati dalla nostra fantasia. (…) Insomma bisognerebbe creare luoghi per fermare la nostra fretta e aspettare l’anima”. Questi sono i “luoghi dell’anima”, così li chiama in una pagina di diario del 2008, Tonino Guerra, al secolo Antonio Guerra, nato nel marzo del 1920 a Santarcangelo di Romagna, il bel borgo da cui, nel marzo di 92 anni dopo, lascia questa vita. Poeta, ma anche sceneggiatore e artista di fama internazionale, le mortali spoglie che ha svestito (guarda caso proprio un 21 di marzo, nella Giornata Internazionale della Poesia) sono custodite, in cenere, dalle mura della sua Casa dei Mandorli a Pennabilli, città di cui divenne cittadino onorario trasferendovisi a vivere nel 1989. “Il posto dove trovi te stesso”, com’ebbe a definirlo, con vista sull’intera vallata del Montefeltro e Valmarecchia.
“Pennabilli, questo paese che potrebbe stare indifferentemente in Valmarecchia, in una favola di Rodari o in un racconto di Italo Calvino, l’epicentro dell’universo creativo di Tonino”. Come lo descrive Salvatore Giannella, ben riassumendo il portato onirico rievocato dalla scrittura del Guerra e tracciando ne’ La valle del Kamasutra proprio una guida tra Romagna e Marche ai luoghi dell’anima da cui ha preso (e perché no, dato) linfa la sua poetica. Dal Giardino Pietrificato di Bascio Alto alle due chiesine di Montefiffi a Secchiano, “così piccole che somigliano a macinini da caffè, una vicina all’altra, a un passo di distanza”; dalle fontane a Sant’Agata Feltria, Cervia, Sogliano, Poggio Berni, al Bosco della Pioggia di Riccione; Torriana e l’albero dell’acqua; il Castello di Azzurrina a Montebello; i cimiteri abbandonati nella valle di Maiolo; il tappeto delle conchiglie montanare e il Santuario dei pensieri; le sette splendide stufe a la Sangiovesa di Santarcangelo e l’Orto dei frutti dimenticati a Pennabilli, “un piccolo museo dei sapori per farci toccare il passato”; le installazioni come L’Arco delle Favole, la Cappella di Tarkovkji, il Gelso della Pace o le sette meridiane; i museo di Santarcangelo e quello all’oratorio di Santa Maria della Misericordia a Pennabilli, che è “Il mondo di Tonino Guerra”. Come lui stesso si auspicava “una volta finito il viaggio attraverso queste pagine, possiate chiudere il libro e andare nella valle a vedere queste mie piccole invenzioni romagnole…”.
Figlio di contadini analfabeti e maestro elementare; deportato in un campo di concentramento tedesco durante la seconda guerra mondiale; poeta e prosatore, precursore della lingua dialettale, sin dagli anni ’40; laureato in pedagogia all’Università di Urbino nel 1946; con oltre 120 film all’attivo, sceneggiatore per registi del calibro di Fellini, Antonioni, De Sica, Petri, Monicelli, Rosi, Anghelopulos, Tarkovskij e i fratelli Taviani; volto noto in televisione in forza di uno spot ottimista per una catena di elettrodomestici; Tonino Guerra ha realizzato anche una pregevole produzione pittorica e sperimentato, grazie alle mani di sapienti artigiani, sculture ed opere in ghisa, vetro, ceramica, ferro battuto, legno riciclato… Per un design dalla bellezza semplice e poliedrica com’è l’immaginario dei suoi testi, dai primi I scarabòcc (Gli scarabocchi) e La s-ciuptèda (La schioppettata), passando per I bu (I buoi) e Il miele, fino a La valle del Kamasutra e Polvere di sole.
Il suo caleidoscopico mondo è infatti quello delle piccole cose, le gioie pure. La magia di “Rémin” con i dieci chilometri che la separano da Santarcangelo: “A quel tempo fino a quindici anni, si stava in paese e si andava a Rimini soltanto per cercare la guarigione dalle malattie o per la cura dei denti; anche per questo quei dieci chilometri che portavano verso un dolore o verso una cura erano lunghissimi”. E le sue valli, dal Montefeltro alla Valmarecchia, la fascinazione dei muri vecchi dove “le crepe scendono come fulmini” (I scarabòcc). La “contrada degli sbadigli abitata dai poveri con le porte spalancate” e la strada morta dove nessuno ci passa, le porte coi batacchi arrugginiti “lo sa dio da quanti anni non picchiano” (Préim vérs). E i buoi che non servono più, portati via con la corda lunga al macello, perché ad arare si fa prima col trattore (I bu). Là, dove “le vecchie barche muoiono nel porto” (Al fóli) o dove in inverno “la gente è chiusa nei caffè stretta intorno alla stufa” (La chèsa nóva). Là, dove “la mia casa sta così in alto che si sente la tosse di dio” (Éultum vèrs). “La mi chèsa a Pennabilli”, la sua casa di montagna dove passa il tempo a “raccogliere l’ombra delle foglie”, “con l’aria piena di lucciole e la bicicletta e la fionda” e “i mulóin abandunèd”, i mulini abbandonati nel fosso che porta l’acqua al Marecchia, dove “l’aria mossa dalle farfalle avrà l’odore del pane e della vita che non muore mai”, oppure “al cisi ‘d lègn”, le chiese di legno (L’albero dell’acqua). E ancora, Pietracuta, un borgo proprio sulla strada del fiume, e Rico che a Zaira “le diceva di avere pazienza ché da un momento all’altro arriva il mare”. Oppure il borgo di case vecchie a Petrella Guidi, il mulino e la fontana del lavatoio, il frantoio e l’altare, e quell’odore di rosmarino “così forte che ti buttava la testa all’indietro”, raccontato ne’ Il viaggio dedicato “al Marecchia che nasce sul monte Zucca e arriva all’Adriatico, nella speranza che molti occhi si accorgano di lui”.
Il tema ricorsivo dell’infanzia, vista come età dell’oro a cui tornare con il pensiero per ritrovarlo intatto e incontaminato, così come la realtà che lo circonda. E quella incantevole sinestesia, di cui i suoi versi sono capaci. Sensazioni e sensi che si intrecciano nell’incontro con il vero e lo trasmutano in un richiamo seducente e portentoso che quel vero trascende. Come in Una foglia contro i fulmini. La necessità di isolarsi, il vuoto polveroso della mente e il dover “toccare con le mani e coi pensieri la mia infanzia”. Che poi, “da un momento all’altro dovrò pur dire a qualcuno che non sto cercando solo la mia infanzia, ma addirittura l’infanzia del mondo”. E “l’incontro con la vecchiaia e col tempo (…) le vecchie porte che proteggono i casolari abbandonati, o stalle o rifugi per animali”. Perché “ho capito che il silenzio si può annusare come se fosse un odore. E senza accorgerti scopri che puoi guadagnare lunghi momenti di immobilità.”
I cinque sensi coinvolti, il gusto della pioggia in bocca, una foglia in mano, l’odore di erbe selvatiche e i cigolii delle docce arrugginite. “I rapporti con le piante, le luci, gli odori, i rumori. Lunghe conversazioni zitte. E adesso erano proprio questi incontri imprecisi che volevano trattenermi”. La valigia per la partenza e il pavimento coperto di foglie di erba luisa, riportato alla memoria l’odore di limone della chiesuola distrutta. “I profumi della memoria” che gli mancano quando abita a Roma. Perché “ormai ho una convinzione definitiva: ho bisogno di strade non asfaltate, terreni fatti di crosta secca… Ho bisogno di sentire la presenza di spessori, di incrostazioni create dalla pioggia, dal sole e dalle pietre che si smarrivano, così capisco che la natura dà un suo contributo fondamentale all’architettura regalando l’impronta del tempo e della morte”. Perché “abbiamo bisogno non soltanto di parole per toglierci dalla monotonia di questa vita. Anche un paesaggio può ributtarti addosso una vita primitiva abbandonata da milioni di anni e farti sentire l’odore dell’infanzia del mondo.”
Sì, quello che crea è anche una sorta di Dizionario fantastico capace di descrivere il mondo, il suo mondo, poiché il mondo di ciascuno, altro non è che percezione della propria mente, o sarebbe meglio a dire, anima. L’ombra ovale del dirigibile tedesco, precipitato nel 1917 oscurando la piazza, percepito simile a un’eclissi, e da quella caduta l’ombra di uova su quaderni o giornali vista come la fine del mondo. Nel contemplare il mare, la scoperta di “una nuova dimensione del tempo. Un tempo misurato attraverso i cambiamenti della cosa contemplata.” E il silenzio, “ogni tanto mi sorprendo a rimirare per ore e ore la valle sommersa dal silenzio, quasi fossi anch’io quel silenzio”. Uscire di casa “spinto da una necessità nelle gambe” e capire che “il mondo va incontro a un paesaggio di facce. (…) Il paesaggio non ci sarà più. I monti, gli alberi, l’erba e anche il mare sarà ricoperto di facce”. Così rivolgersi al Marecchia per ritrovare la “sensazione di esser fuori da tutto, vicino all’infanzia del mondo e dentro l’infanzia dell’umanità (…) assaporare l’idea di scoprire l’universo, di vederlo ora per la prima volta nel suo aspetto più vergine e intatto. Angoli che danno alla nostra vita uno spessore di millenni”. Così come il ricordo di quando da ragazzo andava al mare una volta l’anno col carro tirato dal cavallo a Igea Marina: “l’incontro col mare era l’incontro con l’infinito, un contatto autentico… quasi due animali che non si conoscono e si annusano per la prima volta anche se si tratta di una formica e di un elefante. Avevi lo sguardo lungo dell’astronauta che scopre il pianeta azzurro e la sua mente si allarga per contenere tutto questo spazio e intanto la sua fantasia ne è così umiliata.” Il bosco di cerri a sei chilometri da Pennabilli con i suoi scricchiolii e i piccoli tonfi di ghiande. Le visioni dell’infanzia a primavera sotto il colle di Santarcangelo attorno alle mura del convento, in un sentiero ora chiuso, proprietà privata, perché nessuno ha più bisogno di quella grande veduta. La nostalgia anche della miseria, del rapporto difficile ma sano coi grandi valori della vita. Risentendo il bruciore delle castagne tolte dalla padella infuocata, gli odori umidi dei terreni, le orme delle zampe di gallina.
La sua poetica è quella impregnata dell’“umore” che lui stesso descrive nel Dizionario fantastico. “Bisogna stare in un posto dove le parole diventano foglie e così possono rubare i colori alle nuvole e dondolare al vento. I nostri discorsi devono avere sulle spalle gli umori delle stagioni e il riverbero dei paesaggi dove stanno nascendo. Non è vero che le parole non sentono l’influenza dei rumori e del silenzio che le ha viste spuntare e vivere. Parliamo in modo diverso se piove o se ci batte il sole sulla lingua”. Ed è per mantenere viva questa sensibilità arcaica che come un ouroboros, un serpente che si morde la coda, la sua lirica vive e fa rivivere l’incantato immaginario di un immane “orto dei frutti dimenticati”. Si ciba di profumi altrimenti destinati all’oblio e al contempo rifocilla le menti dei lettori del sapore pieno di quella esistenza dal gusto semplice che è meta salvifica nell’ideale astratto di ognuno di noi per “affrontare questa vita che ci fa diventare robot”.
Gli danno ragione i commenti di tanti. Per Elsa Morante, “Tonino è l’Omero della civiltà contadina”. Carlo Bo, prefatore dei suoi Scarabócc quando ancora “la poesia in dialetto non aveva riconoscimenti o legittimità autentica”, lo definisce “una delle più alte voce della lirica italiana del nostro tempo” e commenta: “Viviamo tempi di estrema durezza, di esistenziale confusione. Ci salva la poesia nella misura testimoniata da Guerra, in quest’angolo di purezza che ancora agisce tra Urbino e la Romagna.” Per Italo Calvino “nel rappresentare squarci del nostro inconscio, ha la mano discreta e sicura che hanno i sogni”. Mentre per Vittorio Sgarbi, Tonino Guerra “continua a vedere il mondo come Francesco nel Cantico delle Creature, mantiene la stessa verginità dello sguardo. (…) Questo gli consente di non perdere il valore delle cose e di aiutarci, anzi, a guardarle con occhi nuovi, a sentirne lo spirito”. E Giuseppe Prezzolini, parlando di “vignette del Guerra” e “frecce di rapido schizzo”, riporta: “Scrivere semplice pare facile e invece è più difficile di quanto pensiate. (…) La semplicità del Guerra, in favore della quale ho scritto in modo forse complicato, è il risultato di un’arte sopraffina, che consiste soprattutto nello scavare e nel togliere tutto quello che è inutile”. “Viva tre volte e anche di più Tonino Guerra” invocava Cesare Zavattini. Ancora lo elogia Pier Paolo Pasolini, che in in merito alla S’ciupteda scrive: “Vorrei aver fatto per questi borghi della Bassa friuliana quello che Guerra ha fatto per la sua Contrada”. Laddove, per Renzo Piano: “lui è l’architetto dell’impossibile, io non ci riuscirò mai”.
Ecco allora che Tonino Guerra va ricordato anche per la sua attenzione proattiva all’urbanizzazione del suo territorio. I suoi moniti. Come Gli Avvisi, i poster con cui chiedeva venissero conservati i colori e i profumi delle terre di Romagna. Per non abbattere i ciliegi a Longiano “valle dei ciliegi”. Creare un grande bosco di fiori, dal mare al ponte di Verucchio. Per valorizzare “la strada dei giardini romagnoli” attorno a Cesena. Contro i brutti oggetti comprati a San Marino e per le vecchie case coloniche che invece raccontano favole agli occhi. Avverso le non accoglienti stanze d’albergo della Riviera e per la conoscenza dei poeti di oggi, il fare pratico, per dare alle case il colore delle case, in favore di tigli ed ippocastani. Contro gli occhi miopi dell’autorità e la malavita. Così insomma da lasciare ai nostri figli “questa valle ancora intatta e piena di quell’incanto che aveva quando ce l’hanno lasciata i nostri padri”.
Così è ne’ La valle del kamasutra l’intento della sua lettera per la nuova piazza al Sindaco di Santarcangelo di Romagna (e a tutti gli altri sindaci italiani). Una piazza che nel 1944 vedeva i tedeschi portar via i buoi e poi ha accolto tubi al neon e poltroncine in ferro fuori dai caffè. Dove un tempo c’erano campi e orti e poi lo spazio fu chiuso per farsi punto di incontro, “così tutte le farfalle e anche gli scarabei, le vespe e gli uccelli selvatici scomparvero da questo quadrato di terra ormai ridotto a un crocevia di strette di mano, di incontri, di biciclette, di automobili”. “Signor Sindaco, è dal centro di questa piazza che io continuo a misurare il mio spazio (…) calcolo le distanze sapendo che i pochi chilometri che ho fatto da ragazzo a piedi o in bicicletta, dalla piazza al mare, dalla piazza alle prime colline, sono gli unici che contano.” Così scrive affinché dal cervello del Sindaco, occupato da fogne e muri, asfalto e bisogni materiali, entri il ronzio degli insetti e gli occhi si riempiano di un grande sogno. “Solo così può rinascere la bella favola del nostro e del tuo paese”.
Non c’è dubbio, Tonino Guerra è stato un grande cantore della Romagna, aedo della sua anima più vera. E quanta ragione aveva Sergio Zavoli nell’auspicare che la regione affidasse a lui “il compito di comporre la sola vera grande guida poetica in grado di accompagnare chiunque venga in Romagna. (…) Sono sicuro Tonino. In capo a un anno si saprebbe che in Italia, sopra Rimini, sostando in un pianeta chiamato Pennabilli, e da lì lungo i percorsi immaginati da te, è possibile entrare in un mondo rifugiatosi così in aria perché, come diceva Federico (il genio che più ti deve) l’immaginazione è il modo più alto di pensare”. …


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Il disco scritto a quattro mani con Massimo Bubola raccontato da un genovese. Di Giacomo Revelli

Fabrizio De André pubblicò Rimini, il suo nono album, il 1 luglio 1978. Sono quarant’anni esatti, ma non è che un caso: prima di cominciare questo articolo non ricordavo la data esatta di uscita. Sarà che per me, per un genovese, Rimini non è la cittadina della riviera romagnola con le spiagge e i vitelloni; è piuttosto il disco di Andrea, Coda di lupo, Sally o della London Valour, canzoni che hanno fatto storia. Fuori Genova, la critica, quelli che se ne intendono (e, forse, anche lo stesso De André), lo ritengono un album di passaggio; ma per chi vive nelle vie di Faber, Rimini è vicina, a due passi, quasi una delle molte delegazioni, come Sampiedarena o Cornigliano, visto che anche quei luoghi, prima di essere divorati dal porto e dall’Ilva, possedevano straordinari litorali rinomati in tutta Europa.
De André arriva a Rimini da Vol. 8, un album lirico, intimista, realizzato in collaborazione con Francesco De Gregori e dopo la svolta dei concerti, in cui il timido Fabrizio si trasforma e intuisce la forza che il rock può dare ai suoi testi. Non a caso le canzoni di Rimini sono scritte con Massimo Bubola, un autore abituato al mondo nuovo e dirompente della chitarra elettrica, capace di rappresentare al meglio, in quegli anni, i sogni e le aspettative dei giovani.
Perchè l’album si chiami proprio Rimini non ci è dato saperlo fino in fondo, ma certo è che la Rimini che cercano Bubola e De André, non è tanto quella felliniana, quanto il luogo simbolo, la terra promessa delle vacanze, la Rimini “di gelati e di bandiere”. Lì andava nel ’78 la piccola borghesia, per godersi le ultime gocce di benessere consentite dallo sboom di fine ’70 e ripetere uno dei cliché della classe dominante: la villeggiatura. Di questa classe di droghieri, commercianti e impiegati, De André canta una crisi di cui, oggi, quarant’anni dopo, possiamo constatare, volenti o nolenti, la sistematizzazione. Sono solo cambiati i modelli, i cliché dell’ostentato benessere, nonché valori e pregiudizi: chi non ripete a bacchetta i modelli della TV e dei social alla ricerca disperata del proprio narcisismo? Nella foto di copertina Guido Harari, ritrae ragazzi, bagnanti, palme; la stessa scena che potremmo vedere oggi, magari con qualche smarthphone in più.
Di questo non sapremo mai se rallegrarci o rammaricarci: è meglio ora o allora? Rimini fa lo stesso effetto: testi poco lirici, narrativi e melodie bellissime, canzoni che lasciano un po’ storditi e che alla fine non si capisce se ridere o piangere tanto sono belle. Temi cari a De André che ci racconta di prostitute, di tossicodipendenti, emarginati, ma anche di ragazze madri, di aborto e omosessualità, di personaggi investiti dalla guerra e dai pregiudizi, e non si capisce che cosa sia peggio.
Così Teresa, la figlia del droghiere naviga con la fantasia come Cristoforo Colombo, ma poi si scontra con la dura realtà dell’aborto del figlio del bagnino; Sally si distacca dall’autorità dei suoi genitori, ma cade vittima di una realtà parallela, quella della droga. E Andrea che salta da una trincea sociale, quella dell’amore omosessuale, a quella sui “monti di Trento”, dove incrocia la mitraglia.
In Coda di lupo, invece, il fallimento è più generazionale che personale: quello di chi ha creduto nella fantasia e nelle idee del ’68 che dieci anni dopo si trova a contestare il sindacato e a non saper più a quale dio votarsi.
Rimini introduce altri due lati fondamentali della musica di Fabrizio De André. Uno ci è già noto, il suo amore per il folk e la tradizione: Volta la carta è una divertente allegoria popolare, mentre Avventura a Durango è un omaggio ad un re del genere, Bob Dylan. L’altro lato interessante, a suo modo dirompente e legato con un filo sottile al precedente, è quello di Zirichiltaggia: una canzone completamente in dialetto. …

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IL COLOPHON

RIVISTA DI LETTERATURA DI ANTONIO TOMBOLINI EDITORE

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