Quando finisce l’open-washing: proteggiamo il diritto alla conoscenza

Questa è la traduzione di un post del 2016 di Zara Rahman per The Engine Room, nato dalle conversazioni con Helen Darbishire e le correzioni di Alix Dunn.

Si tratta del terzo approfondimento che ho tradotto sul tema dell’open-washing (il primo parlava anche di civic tech, il secondo è una definizione a partire dalle mappe di Google). Ne ho fatto una specie di rubrica perché è fondamentale riflettere anche sulla sostanza delle cose, non solo sulla loro apparenza e l’open-washing è un fenomeno particolarmente interessante e rilevante anche per il civic hacking, in Italia, ma non solo.

Come sempre, i link nel blogpost rimandano a cose scritte in inglese.


Il movimento legato all’Open Data e all’Open Government è cresciuto con costanza negli ultimi anni. Siamo testimoni di una corsa alla pubblicazione dei dati da parte di Governi che, fino a poco tempo fa, ne erano completamente disinteressati. Ora le conferenze sull’Open Data sono piene sia di dipendenti pubblici, che di tecnici. Ma, non possiamo dare per scontati questi successi. Di fondo, il movimento sugli Open Data dipende completamente su un solido e rispettato diritto di sapere, anche quando il focus è sui dati.

Il mio ingresso nel mondo della tecnologia, dei dati e del cambiamento sociale è stato attraverso il lavoro ad Access Info Europe [Accesso all’informazione Europa, N.d.T.] nel 2009, quando ho capito quanto sia importante accedere alle informazioni in modo da poter spingere per il cambiamento sociale (e l’importanza di difendere il nostro diritto di conoscenza). Dopodiché, mentre proseguivo il mio viaggio nel mondo degli Open Data, ho visto un’enorme differenza nella percezione tra l’entusiasmo per gli Open Data e il più consolidato movimento per il diritto all’informazione.

Perché i Governi ci danno i dati grezzi, e ce li danno ora? Principalmente per due ragioni: 1. Perché ci fanno una bella figura. 2. Perché devono. Quando aprire i dati non sarà più innovativo o sexy, dobbiamo poter far appello alla seconda motivazione.

Il diritto alla conoscenza è l’infrastruttura che permette all’ecosistema attorno agli Open Data e all’Open Government di funzionare, anche se spesso viene dimenticato. Il lavoro delle persone che stanno proteggendo e difendendo il diritto alla conoscenza è dato per scontato, mentre noi ci concentriamo sulle parti che dipendono dall’esercizio di quel diritto, ma sono più eccitanti o innovative. Se siamo davvero seri riguardo alla possibilità di usare le informazioni come strumenti per spingere il cambiamento sociale positivo, questa cosa deve cambiare.

Diritto alla conoscenza significa che il Governo ha l’obbligo di condividere le informazioni. Anche dopo che sono stati pubblicati spontaneamente dataset chiave, dobbiamo supportare i difensori del diritto alla conoscenza per assicurarci, come cittadini, di avere ancora il potere di chiedere che anche i dati scomodi vengano rilasciati quando è nell’interesse pubblico.

Se vuoi capire cosa succede quando un Governo investe nei dati aperti in modo da insabbiare la propria resistenza alla libertà di informazione, non ti serve andare oltre la prossima settimana. Il governo federale spagnolo è uno dei partner chiave della Conferenza Internazionale sugli Open Data, che si terrà a Madrid la prossima settimana. Al contempo, è impegnato a creare ostacoli per la società civile spagnola che vuole accedere alle informazioni attraverso richieste FOI (Freedom of Information, libertà di informazione N.d.T.) — ironicamente, tra le barriere, troviamo il tentativo del governo spagnolo di nascondere le informazioni sugli impegni presi per l’Open Government. Lo scorso anno, come conseguenza, il sito web spagnolo per il FOI Tu derecho a Saber (il tuo diritto di sapere, N.d.T.) ha dovuto chiudere.

FOI e Open Data

Il lavoro di Silvana Fumega ha fatto da esempio su come creare connessioni tra la comunità legata al FOI e quelle legate agli Open Government Data. Scrive:

La capacità di esercitare il diritto all’accesso ad informazioni e documenti governativi è stata una tra le cause principali che ha reso realtà il movimento per i dati aperti governativi.

Grazie a una campagna massiccia per l’accesso all’informazione, molti Paesi hanno confermato nelle loro leggi che accedere alle informazioni è un diritto, non un privilegio, e i movimenti per l’Open Data e l’Open Government hanno usato quel diritto per richiedere più dati sulle attività governative, ma non solo.

Ho visto molta più attenzione da vari punti di vista — media, finanziatori e discorso pubblico — su Open Data e innovatori, imprenditori ed esperti, rispetto a quanta ne venga posta sui difensori dei diritti da cui queste cose dipendono.

Ora, forse, stiamo arrivando ad un punto di svolta. Il movimento per l’Open Data sta crescendo e si spera che abbiamo cominciato a capire che i dati aperti da soli non bastano. Sotto gli Open Data abbiamo bisogno di fondamenta e infrastrutture solide: il diritto di sapere e le leggi sul FOI che vengono supportate e rispettate. Oltre a questo, abbiamo bisogno di una buona comunicazione, di costruire comunità, di connessioni con i movimenti sociali esistenti e di un lavoro spinto dalle richieste.

Fare open-washing del diritto di sapere

A supporto dell’ecosistema dei dati aperti ci sono ricerche sull’impatto che hanno nel mondo, finanziamenti per sfide che si concentrano su progetti basati sui dati e un numero sempre maggiore di portali Open Data che spuntano in giro per il mondo.

Ma ci sono molte meno possibilità di finanziamenti per ricerche e campagne sul diritto di sapere e sulla libertà di informazione.

Il lavoro di Access Info Europe sta mostrando tendenze preoccupanti in Stati che stanno peggiorando progressivamente nel rispettare il nostro diritto di sapere. La Banca Mondiale ha appena deciso di chiudere il proprio dipartimento delegato al diritto di informazione. In India, almeno 39 persone che hanno usato le leggi sul diritto di informazione sono state uccise negli ultimi dieci anni — e moltissime altre hanno denunciato intimidazioni. E ci sono molti altri esempi di come il diritto di informazione sia a rischio nel mondo.

Questi doppi standard stanno mettendo a rischio entrambi i movimenti.

Partendo da queste minacce crescenti, combinate con la nostra maggiore consapevolezza della sorveglianza e segretezza governative e dalle potenzialità che si creano con la diffusione delle nuove tecnologie, sembra che dovremmo decisamente concentrarci sul rafforzare il nostro diritto all’informazione. Questo significa spostare i finanziamenti su questo tema, sostenere le comunità attorno al diritto di sapere già esistenti e investire risorse nell’esercizio del nostro diritto all’informazione, quando possiamo.

Dimenticarsi delle fondamenta, non porta a nulla di buono, e questo non fa eccezione. Tutti dipendiamo dal diritto all’accesso per la nostra tecnologia e per i nostri lavori con i dati e quelli che si impegnano a preservare questo diritto andrebbero ringraziati e supportati.


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