Tornare

Parte Seconda

Di Giulio Rubinelli

Continua da parte 1

“Non ci credo io al mondo,” cominciò a dire. “Non esiste. E, se esiste, non riesco a immaginarlo. Certo non mi metterò a dire parole come ‘il mondo’ o ‘globalmente’. Figurati. Perché generalizzare è da scemi. Esistono facce, nomi e cognomi, esiste tutto quello che puoi conoscere. Anche alle città non ci credo. Non credo a New York, ad esempio. Cosa vuol dire New York? Ma l’hai visto quanto è grossa? E se dico New York intendo anche te? E se non ti conosco? Come faccio a parlare di qualcosa che non conosco? Ma anche Sutri, o Ramacca. Ci abitano mille persone? Ti sembreranno poche, ma a me sembrano tantissime, finché non gli stringo la mano.” Queste cose, cominciò a dire. E quando attaccava, non smetteva più. E si arrabbiava. E gesticolava e alzava la voce. Lo mandava ai matti. Sembrava un gatto cui avessero tagliato via i baffi, privo di equilibrio, pareva sul punto di cadere da in piedi.


Annamaria aveva novantatré anni e tutti i giorni usciva sul suo gozzo a gettare le reti. Si portava sempre appresso le parole incrociate gonfie di sale e una vecchia matita spessa, di quelle che usano ancora le maestre delle medie, blu da una parte e rosse dall’altra. Di novantatré anni che aveva, ottanta li aveva passati per mare. Tutti e ottanta scalza. Tutti e ottanta con il velo in testa, tutti e ottanta con i suoi occhi verdi scintillanti. Anche a novantatré anni, scintillanti come le onde del mare quando mandano la schiuma.

Fino a quando, dopo ottant’anni per mare, dopo ottant’anni di partenze prima dell’alba e migliaia di parole incrociate blu e rosse, Annamaria, dal mare, non era più tornata. Trovarono però Agostina, il gozzo, sbattuta qui e lì, come un tappo di sughero, in mare aperto. Vuota.


Come Angelo fosse venuto a sapere della scomparsa di Annamaria, a me non lo disse. Una chiamata, probabilmente. O un telegramma; se ancora si inviano i telegrammi.

Io lo trovai lì, nella doccia, ancora vestito. Uno di quei gesti plateali che si può pensare siano fatti apposta; invece ti ci ritrovi, nella doccia. Questo è certo.

Poi quelle due parole: “Devo tornare.”

E basta, per un po’.

Due parole che suonavano come un cappio al collo, quando quell’omone tutto sbilenco si avviava alla porta di casa e la maniglia gli scottava nella mano come una teiera bollente.

Lui parlava di “Annamaria”, non la chiamava mai in altro modo; non “nonna”, non “mamma”, non “zia, né alcun altro nome che indicasse una parentela. Per questo mi ci volle un po’ per capire che tipo di rapporto intercorresse tra lui e Annamaria. Perché infondo non mi andava neanche di chiederglielo.

Quello che capii è che Annamaria era una figura molto importante per lui. Forse, l’unica.

“La pasta di Annamaria”, “Le mani di Annamaria”, “La voce di Annamaria”, “La barca di Annamaria” e le sue parole incrociate, e il suo pesce al cartoccio, e i suoi occhi verdi e i suoi capelli bianchi e la pelle scura e le dita dei piedi bruciate e senza unghie, battute tante e troppe volte contro gli scogli.


Io credevo di capirlo, perché ce l’avevo anch’io un tipo così, al mio paese. Era considerato un po’ il matto dalle mie parti, quello che girovaga per la biblioteca con un plico di giornali vecchi di dieci anni sotto il braccio e che si studia l’elenco del telefono. Aveva una passione per me e per i miei capelli rossi che ho preso da un nonno irlandese. Mi ci ficcava le mani come se sperasse di trovarci dentro qualcosa e si metteva a ridere per ore. Non si esprimeva neanche a parole, ma in una lingua tutta sua. Su di lui giravano voci incredibili, come succede con personaggi simili nelle periferie. Io non ci badavo. Per me non era un ex Marine che si era fregato il cervello in Corea, né un maniaco sessuale. Era Colin, e basta. Il vecchio Colin.

Non mi ricordo come era cominciato tutto, ma una volta ero finito a bermi un tè a casa sua. Probabilmente mi aveva preso per mano in biblioteca e mi ci aveva portato. In quella fogna che chiamava casa, piena di giornali e di ritagli dappertutto, appesi da parete a parete sullo spago come fossero lenzuola ad asciugare. Articoli qualsiasi, senza nesso; tranne quello che ci trovava lui nella sua zucca. E presto eravamo diventati amici.

A scuola non ero certo l’anima della festa e il mio unico amico era messo anche peggio di me, con chili di ferro in bocca a trattenergli certe zanne che neanche nei libri dell’orrore.

Il vecchio Colin non faceva domande, leggeva il suo elenco del telefono, ogni tanto ritagliava qualcosa e lo appendeva sopra il lavandino, o al centro del soggiorno, poi mi infilava una mano nei capelli e rideva come lo scemo che era. Niente più. Per me era un luogo come un altro dove stare tranquillo lontano da casa.

Quando mi chiamarono al college per dirmi che il vecchio Colin era stato investito da un bus — al tempo non l’avrei mai immaginato — dormii male per alcune settimane e spesso mi mancava l’aria.

Per questo mi sembrava di capirlo a me, Angelo. Gli provai a parlare del vecchio Colin e lui annuiva cortese, con un mezzo sorriso.


Attaccò quasi subito coi discorsi strambi sul mondo che non capiva eccetera.

Lasciò il lavoro. Il che mi mise una certa inquietudine. Perché senza lavoro non c’era più ragione per me di occuparmi di lui. E per quanto non mi desse fastidio e ormai lo reputassi, chessò, forse? un amico, questa cosa mi agitò parecchio. Ma non mi andava neanche di tormentarlo. Infondo non erano passati che un paio giorni dalla scomparsa della vecchia.

Lui continuava a fare e disfare le valigie, a vestirsi e poi a svestirsi, a dire addii e a ridare il buongiorno. Non contavo neanche più le volte che mi aveva stretto a sé, con le lacrime agli occhi e mi aveva detto “Ci vediamo in Italia” e poi me lo ero ritrovato in canotta sul divano.

“Ma vuoi che ti accompagni?”

“Dove?”

“All’aeroporto.”

“Non parto.”

“Non?”

“No.”

“Ok.”

“Rimango ancora poco, scusa.”

“Certo.”

“Grazie”. “Davvero”.

“Figurati.”

Come detto: gli era venuta semplicemente dalla parte sbagliata dell’Oceano. Quella specie di malattia che lo affliggeva nel momento in cui si apprestava a uscire dalla porta.

Dalla parte sbagliata dell’Oceano e nel mio appartamento, per essere precisi.

Non sapeva se avrebbero celebrato un funerale. Infondo si trattava di una donna di novantatré anni. La polizia italiana — come anche la nostra d’altronde — tende a non aprire grandi inchieste per pescatori centenari scomparsi. E dunque che fare? si domandava Angelo. Non ci provo neanche a cercarla? Non torno neanche a cercare? A guardare. A guardare cosa, poi. Non torno? Così. Dopo tutto quello —

e non concludeva la frase

“Che ci torno a fare? Per capire che sono solo? Sono solo, l’ho capito già. E se poi mi ritrovo a guardare il mare e capisco che Annamaria non c’è più per davvero, che ci rimango a fare io, qua? Al mondo.”

E fu in quell’esatto momento che dissi ciò che non dovevo dire. Ciò che non era previsto che io dicessi, che neanche pensavo, ma che mi uscì così, da solo, dalla bocca e che non potevo più rimangiarmi, perché certe cose, una volta dette, son dette e basta. Specialmente se poi l’altro ti guarda come lui guardò me.

“Veramente lo faresti?” mi chiese dopo una lunga pausa in cui a me smise di battere anche il cuore.

“Sì,” risposi. E solo allora mi resi conto, come risvegliato da un brutto sogno, che, solo qualche secondo prima, quello che gli avevo detto era:

“Vengo con te.”

“Veramente lo faresti?”

“Sì,” dissi io.

Continua.