Mole Audace (parte terza)

Un viaggio da Torino a Trieste sui treni di seconda classe, quelli dei pendolari (3)

Da Trento al Vajont

Trento è città universitaria, sociologia a Trento è ancora oggi LA facoltà di sociologia. Qui la dirigeva Alberoni, qui è nato quel che poi è stato Renato Curcio, qui sono nate — per certi versi — le idee che hanno portato alle Brigate Rosse.

Ha fatto il percorso inverso al mio, a pensarci bene, Curcio: da Trento al carcere di Casale Monferrato. Si respira un’aria che non sa già di montagna ma ancora di valle, un accento che non è tedesco e neanche più Veneto, la sensazione che sia un posto in cui le cose sono possibili: si possono pensare, si può trovare lo spazio per farle, e che magari poi, per poter vivere, quelle idee debbano essere lasciate libere di andare altrove, a mettersi in gioco con confini ed orizzonti più decisi e probanti.

Verso la Valsugana spuntano in treno succhi di frutta nella bottiglia di vetro, quella dell’acqua con la macchinetta a guarnizione che tutti usano per casa. Escono da borse di carta, il tedesco comincia a sentirsi nelle chiacchiere e fuori è tornato il mais, anche se in versione nana, e sono comparse le pere. A Grigno c’è il ritorno in Italia, anzi — pardon — il ritorno nella Nazione Veneta. I pomodori sono un grande problema quest’anno perché “i ga ciapà la malattia”. Qui si coltiva di tutto: del resto, se la montagna è il tuo compagno di vita, o tiri fuori qualcosa dalla montagna o dal pezzo di terra che lei ti lascia calpestare alle sue pendici.

“Gan fato a messa in tre lingue, a me szia, in Svissera

Per chiarire lei fa anche il paragone locale all’amica.

Sai, tipo Primolano che è un po’ Vicenssa e un po’ Beluno. Metà francese, metà italian per noialtri, metà tedesca. Na roba proprio, varda!”. 
Poi, anca a parlarse tra noialtri varda, ghe sera Tonin del maso che parla solo dialetto, sze un problema anca l’italian, sai per andare a parlare in un ufficio”. “L’omo dea Delfina, l’è ‘l fradel ad Fabio Meschi

Solo un’insegna “cucina bavarese, pizzeria” poco prima della stazione di Primolano, in una gola stretta e profonda in cui nemmeno il sole entra mai può distrarre da quell’avvincente racconto in lingua veneta della messa di sepoltura della zia più giovane (“aa gaveva 96 anni”) che stava in Svizzera.

“Aa Sviszera aa gà anca tanti protestanti sa?

Da Primolano si sale verso Cismon del Grappa, la gente giovane qui non parla italiano, siamo nella Nazione Veneta e te ne accorgi da come le esclamative hanno quell’accento con il tono che improvvisamente sale per poi precipitare e lasciare un finale illusorio, incompiuto.

Una gola stretta: il fiume, la statale, la ferrovia. Tre vene che scorrono vicinissime, come quelle sull’interno degli avambracci, distanziandosi di quei pochi metri che permettono di arroccare le case, il comune e la chiesa contro la montagna, separare il fiume dalla statale e poi mettere la parte nuova tra lì e la ferrovia.

Bassano del Grappa è meravigliosa. Il classico posto che da adolescente puoi solo odiare e pensare che di là dal Brenta, magari mettendo in acqua una canoa che sfidi le rapide dopo il ponte stradale, si possa trovare di meglio. Si possa trovare qualcuno che non conosce il tuo nome, la tua stirpe e le tue manie. Che non sa che hai baciato uno ma non avevi neanche tutta quella convinzione di farlo, che non sa dove abita tua madre per dirle, se fosse il caso, quel che sa di te. Se sei adolescente in un posto come Bassano del Grappa, sogni posti in cui non si esercita il ricatto del ci conosciamo tutti.

Ma se l’adolescenza l’hai passata, Bassano è meravigliosa. Tutto, una volta passato il vialone della circonvallazione, porta inevitabilmente giù, anche le piccole illusorie salite che ti aprono davanti piazze, fontane, targhe che ricordano le cicatrici di mille guerre e la voglia — sempre — di rimettersi in piedi. Tutto rotola giù verso il Brenta. Verde, con un’acqua che ti fa contare le pietre sul fondo. Abitato da salmoni che ti stupiscono per quanto tempo riescono a stare immobili, controcorrente, a farsi sferzare dal corso degli eventi che vorrebbe da loro un comportamento contrario. Solcato da una brezza estiva ai limiti del piacevole che viene giù dalla montagna, si incanala nella valle scavata dal fiume e ti fa volare i vestiti addosso e ti chiedi cosa sarà, quella brezza, d’inverno. Magari quando — per forza — devi attraversare il ponte degli alpini e il gelo ti trapassa vestiti, carne, ossa, fino a passare libero e indisturbato dall’altra parte.

Sembra che quasi tutte le guerre sian passate da qui e abbiano lasciato a Bassano del Grappa una medaglia, una lastra di marmo, dei morti, delle fenditure nell’animo. Ma i punti fermi ci sono, si sono riposizionati sempre al loro posto, come il ponte vecchio che adesso è il ponte degli alpini e che è venuto giù almeno un paio di volte, per i cannoni, per le bombe, per la piena del fiume, ma è sempre rinato. Fiero, saldo, funzionale per la vita della città. Il baccalà è un punto fermo, la grappa è un punto fermo, la penna nera è un punto fermo. Dalla Triade non si scampa, i tre pilastri su cui fondare una civiltà. Il baccalà arriva direttamente dalla Norvegia, isole Lofoten. Il tempio mondiale dello stoccafisso. Solo a Torino, a Porta Palazzo, c’è un negozio uguale a quello di Bassano del Grappa che dice, fiero, di andare a prendere il merluzzo dove il merluzzo ha scelto di vivere. La grappa viene da qui, dalle viscere di un acciottolato levigato dal vento, e da qui parte per tutti i banconi di acciaio inox della penisola, a correggere caffè, a sedare umori inquieti. Gli alpini invece Bassano l’hanno scelta, l’hanno eletta a loro capitale mondiale, e su scelte di cuore come queste, ogni parola è inutile. Chi riesce a muovere un mulo convincendolo di doverlo fare, ha diritto a non vedersi sindacare le decisioni.

Verso Castelfranco Veneto un vecchio esce dal bar della stazione, quello classico, del primo binario. Sembra mio nonno, vestito uguale. Il pantalone con la piega in fresco lana che ha quella caratura ascellare che solo i pantaloni addosso ai vecchi hanno, la camicia a maniche corte tra il bianco e l’azzurrino, le mani nodose dietro la schiena. E i capelli, quei pochi che sono rimasti ai lati della testa sono tirati indietro con un po’ di brillantina, e già rivedi il movimento con il pettine davanti allo specchio, quando impaziente aspettavi di andare fuori con lui in piazza, a comprare la guida tv e il pane. Perché se vieni dalla Bassa, ogni giorno che Dio o chi è manda in terra, con qualunque tempo, tu esci a un certo punto della mattina e vai a comprare il pane. La vita, vai a comprare.

La vita che, qualcuno, ha scelto di togliere per sempre a 1910 persone.

Longarone, strada ferrata per Calalzo-Cortina d’Ampezzo, valle del Piave, alla confluenza con la valle del torrente Vajont. 9 ottobre 1963, ore 22.39.

Di una scelta si tratta, perché si poteva evitare. La storia più o meno è conosciuta, Marco Paolini l’ha saputa raccontare meglio di chiunque, inutile cercare di darne un’altra versione. Quando arrivi a Longarone, senti di essere in un posto di quelli da film, o che hai letto nei libri, visto in tv, ascoltato raccontare in teatro. Longarone non è un posto reale, è come se fosse un villaggio western ricostruito in Basilicata per un film di Giuliano Gemma: c’è lo stesso senso di artificio e di “chissà com’era quello vero” (di paese di selvaggio West). Cerchi punti di contatto con quella realtà di racconto che hai in testa, ma è completamente inutile. Basta alzare lo sguardo e la vedi subito. La gola, profonda, stretta e lunga. Poi Lei, la diga. Vengono i brividi. Perché capisci in un attimo come è stato possibile che un’onda con la forza di una bomba atomica sia finita a schiantarsi proprio qui, nel punto in cui osservi, all’ombra di una costruzione brutta e recente. Longarone è esteticamente brutto, come paese, ma è inevitabile. Quel che c’è è stato fatto ex novo negli ultimi 50 anni, non può essere piacevole. Come non può più essere piacevole la vita di chi Longarone, quella vera, aveva fatto in tempo a vederla: come può? Con quale coraggio aggrapparsi a un ricordo fatto di sensazioni sbiadite, di qualche oggetto recuperato nel fango, di un momento in cui tutto sembrava perso, e invece non lo è stato. Ma la verità, è che tutto è stato perso. C’è un prima e un dopo il 9 ottobre 1963. Prima, c’era Longarone. Dopo, è venuto altro, e il legame con il paese distrutto è forte e tenace solo grazie alla testa e al cuore di quelle poche persone che la piena non si è portata via. Ma stanno finendo. La roulette russa gira, come a Casale Monferrato.

Nel disastro sono morte più di 400 persone minorenni su 1910 vittime: Longarone ha perso il suo futuro, quella notte. Quando l’acqua ha portato a valle Erto, milioni di metri cubi di pietra e fango, l’acqua del bacino artificiale del Vajont, ha tolto a una comunità di uomini e donne la possibilità di trasmettersi al futuro. Non ha ucciso soltanto, ha alterato la razza, ha commesso un genocidio. Ma l’acqua è stata mezzo inconsapevole di una bieca volontà umana di andare oltre i propri limiti per profitto, di sfidare la montagna (che è la prima cosa che ti insegnano a non fare mai quando nasci in montagna), di sentirsi “meglio di”. Nel museo dedicato alla tracimazione della diga e alla storia del paese è pieno di immagini che mettono a confronto il panorama del 1963 con quello di oggi, cercando una corrispondenza che, spiace dirlo, non c’è. Possono essere due posti figli della stessa voglia di lottare, dello stesso amore per la valle, ma non si chiamano entrambi Longarone. E non c’è nulla di male a chiamarli con lo stesso nome e a provare a ricominciare da quel presupposto, ma penso non ci sia neanche nulla di male, guardando tutto con la neutralità di chi arriva da fuori, dire che i due posti sono nello stesso spazio, ma il tempo e soprattutto la forma che hanno portano a pensarli come due realtà differenti. C’è una lettera, al museo. L’ha scritta, qualche settimana dopo il disastro, un tizio di Firenze, che si firma con nome e cognome. Come tanti, in Italia, è rimasto sconvolto da quel che è successo. Come pochi, forse, ne ha capito la portata, devastante. Ha preso allora la macchina da scrivere e ha indirizzato una lettera al “signor postino” di Longarone, che non conosce e del quale ignora anche il nome, rivolgendosi a lui con il ruolo. L’ha visto alla televisione. Forse si è chiesto cosa deve provare il postino di un luogo che è stato raso al suolo, ad essere ancora vivo, a non avere di fatto non più un paese, degli amici, la casa, e neanche delle persone a cui rendere il servizio che ogni mattina rendeva. Non ci sono più le persone, non ci sono più le case, le vie. non c’è la posta da recapitare, non esiste nemmeno più lui, anche se è vivo. Ma è l’unica autorità rimasta, è morto anche il vigile del paese, quello che qualche mese prima si era fatto fotografare al tavolino del bar con il grande pugile Primo Carnera, in visita in paese. Ma il tizio di Firenze gli scrive e gli dice che è rimasto impressionato da come stanno provando, i pochi rimasti, a mettersi in piedi. Gli scrive di come lo impressionino i pompieri, i militari, gli alpini accorsi da ogni parte per scavare, spostare melma, pulire e ricominciare. Scrive la sua stima e allega mille lire e qualche francobollo. Mille lire sono poche, lo sa, ma di più non può proprio mettere. Le spedisce al signor postino di Longarone perché le usi per offrire da bere un bicchiere di vino al primo gruppo di militari che incontrerà il giorno dopo, per testimoniare loro in quel modo semplice quanto siano apprezzati nella loro opera. Con i francobolli invece, se non disturba troppo come richiesta, chiede che gli siano mandate alcune cartoline di come era Longarone prima della tragedia, non avendo mai purtroppo potuto visitarla di persona. E’ una lettera che mette nero su bianco modi, forme e sostanza di un paese fatto di persone autentiche, solidali per il solo fatto di essere messe a condividere lo stesso momento di difficoltà seppur con diversi gradi di coinvolgimento e fatica. Fa piangere, nella sua semplicità. Tre anni dopo, a Firenze, l’alluvione, gli Angeli del fango. Chissà dove sarà stato, nel 1966, il “signor postino di Longarone”.

[continua: parte quarta, parte quinta | oppure torna all’inizio del viaggio]

A single golf clap? Or a long standing ovation?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.