Il trogolo degli Open Data

Questa è la prima parte di una serie di riflessioni che sto facendo in questo periodo sull’Open Data in Italia (grazie anche al confronto con Erika e altri attivisti). Volutamente, ho preferito partire con l’analisi delle potenzialità che vedo e concentrarmi di più sugli aspetti positivi. La seconda parte (che pubblicherò a breve) sarà molto più critica e, forse, più interessante per chi di dati aperti si occupa da un po’.


Non ricordo esattamente quando, ma qualche anno fa impostai alcuni Google Alert per tenere d’occhio le notizie che parlavano di Open Data in Italia: la quantità di alert settimanali mi ha spesso dato un’idea del peso dell’argomento all’interno dell’agenda setting dei media. Tra il 2017 e l’inizio del 2018, il numero delle notizie è stato molto basso, almeno in media, quindi mi sono fatto l’idea che l’Open Data fosse tornato ad essere di interesse solo degli addetti ai lavori. Con l’arrivo dell’estate, e ancora di più da settembre in poi, ho ricevuto molte più notifiche: qualcosa si sta muovendo, un segnale da interpretare e sul quale fare delle scelte di campo.

Negli articoli in cui mi sono imbattuto, ho notato davvero moltissima confusione: da utilizzi discutibili sia del termine che dei modi in cui si dovrebbe fare Open Data (spesso si tratta di open-washing mascherato da processo di sistema. Sul concetto dell’open-washing Erika tradurrà alcune cose nei prossimi mesi, nel frattempo trovi qualcosa in questa traduzione), fino a re-interpretazioni politiche infelici dell’ennesima supercazzola tecnologica (come se gli Open Data fossero un’arma segreta e recente a cui si può accedere solo con un’iniziazione magica, mmm). Al di là delle (prevedibili) comunicazioni istituzionali e relativi rilanci, ho trovato ben poche riflessioni giornalistiche vere e proprie, insomma inchieste che aiutassero a far emergere il complicato quadro del reale, non solo gli estratti dai comunicati stampa stessi. Manca sicuramente un processo di fact-checking delle dichiarazioni (mi viene in mente l’entusiasmo sul miglioramento della posizione dell’Italia sulla classifica DESI rispetto all’indicatore Open Data, che quasi nessuno ha approfondito in maniera seria) per avere un’idea più veritiera sullo stato degli Open (Government) Data in Italia.

Da opendataro della prima ora, questo flusso di notizie mi ha fatto arrabbiare e intristire allo stesso tempo (ma ne parlerò più approfonditamente nella seconda parte). Intanto, mi appunto alcune possibili direzioni per uscire da questa sorta di “trogolo della disillusione”, di cui abbiamo parlato anche nella scorsa newsletter di #CivicHackingIT. Possiamo considerarla una riflessione complementare alla sintesi sull’evoluzione della comunità di Spaghetti Open Data, sempre in ottica di analizzare in maniera autocritica aspettative e atteggiamenti degli attivisti italiani nei confronti del movimento Open Data in generale.

Prima di continuare nella lettura, un intermezzo leggero: una reazione intelligente allo stato di torpore che potrebbe bloccarci. Un modo di esserci molto hacker :).


Cose che si potrebbero fare per uscire dal trogolo

  • Sfruttare le cose che sembrano funzionare meglio, ad esempio segnalare puntualmente le criticità nei luoghi promossi dal Team per la Trasformazione Digitale, ovvero il Forum e le issue su GitHub per i singoli progetti. Negli ultimi due anni, pur con tutte le difficoltà del caso, si sono rivelati strumenti più monitorati di altri e, quindi, più efficaci e più rendicontabili. Alla lunga, sarebbe interessante che questi (o altri) strumenti di relazione tra cittadini e Amministrazioni diventassero (anche) fonti per i giornalisti;
  • riconoscere l’open-washing quando ce lo troviamo davanti e pretendere che il processo cambi. Lo so, più facile a dirsi che a farsi, ma se non lo facciamo l’unica narrazione esistente saranno i comunicati stampa e le pubbliche relazioni infarcite di specchietti per le allodole (è una pratica abbastanza diffusa, non è una questione di colore politico, ma di semplice ricerca del consenso);
  • confrontiamoci con chi di Open Data ne sa poco, includendo molto più di prima e lavorando per una maggiore divulgazione di questi temi all’esterno della bolla da addetti ai lavori. Lo avevo segnalato in una discussione in Spaghetti Open Data, citando un’intervista a Daniel O’Neil (Smart Chicago) che merita una lettura integrale — An education in community technology — ne cito un estratto chiave:
“When you build a ‘community,’ as it is currently defined in civic tech, you are by definition ignoring the existence of the other people who live near you and you supposedly seek to serve. […] There are so many meetings, so many places where people gather to discuss their common interests and goals. Go to them![…] we literally do meet people where they are”
  • ad oggi, non c’è un modo facile per incrociare il bisogno degli attivisti (l’accesso ai dati) con l’attività delle Amministrazioni: ci abbiamo provato anche nel 2017 con quello che avevamo chiesto al Dipartimento della Funzione Pubblica all’interno dell’Open Government Forum con risultati a dir poco deludenti. Serve “uno sportello unico” per aggregare tutte le richieste di dati della società civile (da quanti anni parliamo di CAP in Open Data?) e che, contemporaneamente, renda tracciabili ed evidenti le soluzioni delle Amministrazioni;
  • gli Open Data dovrebbero essere un’infrastruttura, dobbiamo pretenderli così, come un qualsiasi servizio pubblico. Questa dovrebbe essere parte di un accordo generale tra attivisti e Amministrazioni, di cui beneficerebbe tutta la società (dai giornalisti, alle aziende, ai Comuni, alle scuole, etc.);
  • bisogna supportare le azioni positive che nascono all’interno della macchina pubblica. Ad esempio, la richiesta di una creazione di strategia nazionale per la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico avanzata da Diego Piacentini in occasione della conclusione del suo incarico richiama un’esigenza che, come attivisti, abbiamo espresso da tempo. Quindi, nel caso specifico, trovare un modo per dare rilevanza alle parole di Piacentini potrebbe lanciare un messaggio costruttivo.

In conclusione

Siamo in un pantano e rischiamo di non venirne fuori. Abbiamo bisogno di ripensare il modo in cui facciamo attivismo, soprattutto quando si parla di dati. Abbiamo bisogno anche di cambiare il modo in cui vediamo i dati, senza dimenticarci che sono solo un pezzo del puzzle. Dobbiamo hackerare le comunità dall’interno e trasformare l’attivismo sugli Open Data in un virus che contamini realtà che finora ne sono state impermeabili.


Fine della prima parte: a breve la seconda parte, più critica e, forse, più interessante per chi di dati aperti si occupa da tempo.


Quello che hai letto ti sembra interessante? Ne parliamo anche nella nostra newsletter: un appuntamento settimanale per riflettere su civic hacking, Open Data e tutto quello che ci sta attorno. Se ti vuoi iscrivere alla newsletter, questo è il link (promettiamo di non rompere le scatole)! Se già segui la newsletter e vuoi farci sapere che la apprezzi, PayPal è un buon modo.