L’adultescenza


La fase principale della costruzione identitaria è rappresentata dall’adolescenza, un’età che oggi inizia prima rispetto al passato e non ha data certa di scadenza.
Se la pubertà è una tappa fisiologica, l’adolescenza è un fenomeno essenzialmente psicologico e sociale.
Dal punto di vista antropologico è un’invenzione dell’epoca moderna: nelle culture primitive e nelle società antiche non esisteva. In tali culture l’avvento della pubertà veniva celebrato con molteplici riti di iniziazione e di transizione, come danze, tatuaggi, mutilazioni, addestramento alla caccia e alla lotta, con metodi talvolta anche molto “invasivi” — si pensi che in alcune tribù australiane il ragazzo che ha raggiunto l’età fertile viene strappato in modo brusco alla famiglia e insediato in ambienti ostili, come la foresta, in isolamento, costringendolo a dover affrontare prove come il freddo e la fame, con l’intento di far “morire” il bambino e far sorgere l’uomo, in una vera e propria metamorfosi.

La mancanza di questi riti di iniziazione nell’attuale società occidentale e la durata consistente ed indeterminata di questo periodo di transizione, in cui l’individuo è descritto da una doppia negazione (né bambino né adulto), obbliga l’adolescente a trovare forme peculiari di affermazione sul piano psicologico, affettivo, sessuale e sociale.
Precisando meglio: i riti di passaggio esistono e sono molteplici, ma hanno cambiato forma e molti di quelli nemmeno troppo lontani nel tempo sono stati svuotati di significato.
Per la cultura cattolica alcuni di essi sono compresi all’interno dei sacramenti religiosi (comunione e cresima); per quanto attiene l’educazione, possiamo individuare delle transizioni nei passaggi d’ordine tra le varie scuole ed il conseguimento del diploma di maturità; altri possono essere rappresentati dalle trasformazioni dell’abbigliamento, dalla prima storia sentimentale, dal primo rapporto sessuale, dal possesso delle chiavi di casa, del motorino; più tardi, al riconoscimento legale della maggiore età, corrisponderà il diritto di voto e la possibilità di avere la patente di guida. Tutti questi eventi sono sicuramente tappe importanti che veicolano lo sviluppo ma, allo stesso modo dei mutamenti fisiologici naturali, non sottendono necessariamente un reale cambiamento di status da parte del giovane che li attraversa.

Un momento importante nella vita del ragazzo, ormai maggiorenne, è rappresentato dalla scelta della facoltà universitaria da frequentare. È la prima scelta progettuale con cui il giovane va a confrontarsi ed è frequente che egli sperimenti uno stato di disorientamento e difficoltà nel decidere, una mancanza di motivazione e di consapevolezza. L’inizio della vita universitaria si connota come ulteriore occasione di smarrimento quando le sue modalità vengono percepite come problematiche: viene a mancare la rigida scansione degli orari, si perdono i vecchi compagni, le rassicuranti abitudini acquisite durante gli anni precedenti. A seguito, o in concomitanza con la conclusione del percorso accademico, entrata nel mercato del lavoro, indipendenza abitativa, creazione di un rapporto stabile di coppia ed assunzione del ruolo di genitore possono costituire ulteriori corridoi che introducono il giovane nelle stanze dell’età adulta.

Nel primo rapporto dell’Istituto IARD sulla condizione giovanile in Italia, datato 1984, venivano considerati giovani coloro che rientravano nella fascia d’età compresa tra i 15 ed i 24 anni; col tempo la fascia è stata ampliata fino ai 29 anni, per arrivare — attualmente — ai 34 anni: un’epoca biografica molto dilatata che al suo interno va a comprendere una molteplicità di esperienze che rendono estremamente complicato lo sforzo interpretativo dei dati raccolti.

Non a caso alcuni psicanalisti francesi hanno coniato il termine adulescence, contrazione dei termini adulte e adolescence (tradotto in italiano con adultescenza ed in inglese con kidults).

Quella dell’adultescenza è una medaglia a due facce.
Da un lato vi è ritratto l’adolescente immobile, bloccato nella fase di latenza, che stenta a diventare adulto, esita su tutto ciò che riguarda la sua identità, non ha il senso della progettualità; nella maggior parte dei casi adotta un approccio ludico alla vita, rischia di cadere nel conformismo delle mode lasciandosi condizionare piuttosto che costruendosi a partire dalla propria originalità; altrimenti cerca di procurarsi ogni sensazione possibile, attraverso l’uso di alcool o sostanze stupefacenti, l’impulsività dell’atto sessuale, la trasgressione. Altri si ripiegano in sé stessi, nel proprio disagio, sostanzialmente incapaci di comunicare, di esprimersi, di raccontare sé stessi agli altri, prigionieri della paura di essere giudicati o criticati. È comunque un adolescente sottoposto a due tensioni opposte: trovare il modo di entrare nella realtà e contemporaneamente rifuggirne.

Dall’altro lato c’è l’adulto infantilizzato, affetto dalla cosiddetta sindrome di Peter Pan, con tutto ciò che psico-socialmente ne deriva: sogni di eterna giovinezza, giovanilismo, narcisismo; un adulto psicologicamente non adeguato, che abdica al proprio ruolo, fortemente condizionato com’è dal permanere di atteggiamenti e idee tipici della fase giovanile, fino ad apparire talvolta grottesco, tragicomico.
Bloccato all’interno dell’archetipo dell’Orfano questo adulto-non-adulto è un idealista deluso, ai suoi occhi il mondo è una giungla, nega che il drago esista oppure aspetta di essere salvato, sogna rimedi rapidi, vita facile, preferirebbe non lavorare, magari vincere alla lotteria o ereditare denaro, prova emozioni sorde di sofferenza, dolore e paura, ma si autogiustifica accettando che esse facciano parte della vita. Se per l’Innocente la vita è un paradiso, per l’Orfano è la cacciata da esso.
Le due facce della medaglia si “con-fondono”, rendendo faticosa la distinzione e la conquista della specificità di ciascuna delle parti.

Neil Postman ci aveva avvisato: l’infanzia sta scomparendo, poiché sotto alle sue fondamenta di categoria sociale con caratteristiche proprie, peculiari e diverse da quelle del mondo adulto, comincia a mancare terreno.
La cultura fondata sul libro, durata quattro secoli, è stata soppiantata con rapidità nel momento dell’avvento del mezzo televisivo, alternativa irresistibile alla logica lineare della parola stampata. La TV non ha bisogno di manuali, la sua fruizione è semplice e immediata, non impone complesse questioni di natura intellettuale o etica, ha accessibilità indifferenziata e svela segreti, rende pubblico ciò che prima era privato. In questo modo l’idea di pudore — filtro fondamentale per la separazione tra infanzia ed età adulta — viene attenuata, demistificata. Con la dissoluzione dei segreti viene meno il ruolo autoritario dell’adulto, che perde il suo potere di controllo: le gerarchie sono delegittimate.

Preservare l’innocenza dei figli, facendo sì che la loro età trascorra felice e spensierata, lontana dalle vicissitudini dell’esistenza, sembra ormai impossibile: prevale la convinzione che i bambini debbano essere subito esposti alle esperienze del mondo adulto per essere pronti a sopravvivere in un mondo sempre più complesso ed incontrollabile.
È così che l’Era della Protezione viene sostituita dall’Era dell’Iniziazione, in una specie di ritorno al periodo medioevale, nel quale l’idea di nascondere gli impulsi sessuali era aliena agli adulti, così come l’idea di proteggere i bambini dai segreti della morte.

Ne risulta una nuova configurazione degli stadi della vita che, nell’era della televisione, sono ridotti a tre: quello della prima infanzia nel primo stadio, e quello della senilità nel terzo; in mezzo vi è quello che potremmo definire del bambino-adulto.
Il bambino-adulto può essere definito come un individuo ormai formato, le cui capacità intellettive ed emotive sono non pienamente realizzate e, in particolare, non molto differenti da quelle che comunemente si attribuiscono ai bambini. Individui di questo genere sono sempre esistiti, ma le culture variano a seconda del modo con cui incoraggiano un tale modello caratterologico. Nel medio evo il bambino adulto costituiva una condizione normale, soprattutto perché, in una società non alfabetizzata e senza scuole o altre istituzioni educative, non si richiedeva alcuna particolare disciplina per essere adulto. Per motivi in un certo senso analoghi, il bambino-adulto sta tornando a costituire nuovamente una condizione normale della nostra cultura. — Neil Postman

L’ibridazione tra la figura del bambino e quella dell’adulto, come già ricordato parlando della doppia faccia dell’infantilizzazione, si riflette pienamente nel mondo dell’economia, della pubblicità e, quindi, del consumo.

Da tempo il posizionamento di alcuni articoli sugli scaffali dei supermercati contempla il fattore “altezza bambino”, cioè la collocazione del prodotto a portata di mano del bambino seduto sul seggiolino del carrello.
Il target delle campagne pubblicitarie si muove sempre più verso il basso, secondo l’ormai noto imperativo del cradle to grave (dalla culla alla bara) e internet sta diventando sempre più fondamentale per le aziende (uno dei maggiori produttori di giocattoli analizza ogni giorno 475.000 blog per scoprire cosa è stato scritto a proposito dei suoi prodotti). La maggior parte dei giocattoli resta in produzione per un periodo che non supera l’anno.

Per restare al passo coi tempi, Disney, Mattel e Hasbro si rivolgono all’agenzia Girls Intelligence, specializzata in viral marketing: essa arruola bambini dagli otto ai tredici anni, ai quali vengono regalati giocattoli; viene poi chiesto loro di organizzare feste durante le quali raccogliere le opinioni dei loro piccoli amici sui nuovi giocattoli.
Nel Regno Unito, ragazzine sono state ingaggiate dall’agenzia Dubit per conto di Mattel con contratti a provvigione per commercializzare il lettore mp3 di Barbie; i loro coetanei maschi sono stati coinvolti nel commercio degli automodelli Hot Wheels: questi giovani brand ambassadors devono diffondere i prodotti attraverso il passaparola del web, sfruttando la propria rete di amicizie e la loro grande conoscenza dei social networks e, settimanalmente, fornire un rapporto delle attività all’azienda.

Ogni età, genere, etnia rappresenta un segmento di mercato ed un messaggio da diffondere ad hoc attraverso i vari canali mediali. Ci sono conferenze annuali dedicate ad ognuna di queste categorie: agli adolescenti, agli afroamericani, all’America Latina, all’Asia, all’Europa. Esiste una precisa area di marketing, il tween market, dedicata ai tweens, ragazzini non più bambini ma ancora non adolescenti (da between, in assonanza con teen) che hanno una grande influenza sulle decisioni familiari.
Centinaia di rappresentanti di aziende si recano ad ascoltare le ultime novità sui bambini dalla viva voce di ricercatori e psicologi. Le aziende hanno ideato graduatorie di valutazione, sondaggi, hanno condotto studi antropologici, utilizzano metodi etnografici che scrutano i più intimi dettagli delle vite dei bambini.
Gli operatori del marketing riprendono i bambini nei loro spazi privati, analizzando attentamente la loro vita quotidiana, in strada, nei negozi, nelle scuole. Le aziende reclutano i bambini sui social, sui campi da gioco, ai festival, ai concerti nelle scuole pubbliche, all’interno di associazioni sociali riconosciute.

Il cosiddetto nag factor (fattore assillo), ossia il tormento che un bambino può infliggere ai genitori sottoforma di insistenze, capricci, paragoni con gli amichetti, al fine dell’acquisto di prodotti di varia natura, è una delle strategie di marketing in grado di mettere gravemente in crisi il rapporto genitori-figli.
Di fronte al genitore più critico, che ad esempio è attento all’alimentazione del figlio, si adotta il dual messaging, che fa sì che i messaggi pubblicitari siano strutturati a due livelli, uno diretto al bambino e l’altro all’adulto: questi cereali sono divertenti, il prodotto è vitaminico e a base di avena.

Innumerevoli, poi, sono gli esempi di come l’ibridazione tra bambino e adulto abbia preso campo.
L’adultescente, pur avendo superato i 35 anni, non disdegna di ostentare t-shirt che mostrano icone derivate dal mondo dei cartoons e dell’entertainment: Hello Kitty o Betty Boop per le donne, Lupin o Star Wars per gli uomini. Il mercato dedicato è vasto e spazia dagli accessori, passando per linee cosmetiche, oggetti hi-tech e giocattoli da collezione. L’altro fronte è la replica del modello adulto: le versioni mignon delle grandi griffe mostrate sulla passerella mondiale di Pitti Bimbo assecondano la naturale tendenza del bambino ad essere attratto per imitazione da chi è più grande di lui, dalle pop star, dai personaggi televisivi.

La Fun Department è una società ingaggiata dalle grandi imprese per organizzare ricreazioni nell’ambiente di lavoro a base di corse a staffetta, gare di rugby con le scope, battaglie a colpi di schiuma spray sintetica e pistole ad acqua. L’azienda punta sull’idea che offrire a serissimi dipendenti la possibilità di giocare come bambini contribuisca a rinsaldare lo spirito di squadra. I funsters rendono di più: si veda il boom degli uffici / parco giochi della Silicon Valley. “È ovvio che stiamo assistendo a un fenomeno di proporzioni impensate” dice Christopher Noxon: la reinvenzione regressiva dell’adulto è, a suo avviso, dovuta al fatto che “non ci sono più certezze, le norme sociali sono evaporate e così le generazioni”.

L’industria del benessere e della salute non è esente da questa tendenza: esistono beauty farm appositamente pensate per gli under 18 che desiderano rigenerarsi dallo stress imposto dalla quotidianità con massaggi, trattamenti estetici, corsi nutrizionali: gli Stati Uniti ne contano circa diecimila.
La SPAhhht (pron. spot) è un resort a San Antonio, in Texas, interamente dedicato alla bellezza per i giovani, con arredamenti e spazi architettonici che assomigliano più a una discoteca che a un’asettica stazione termale.
“Se non è lo stress a convincere i giovani a farsi belli, lo è l’ossessione per l’aspetto fisico alimentata dai media”, ammette lucidamente una cliente quindicenne del Belle Visage Day Spa di Studio City, California: “La nostra società mette sotto pressione le ragazze giovani come me: se non sei bella, sei fuori”.
Il 30% della clientela di Belle Visage è composto da ragazzi dagli 11 ai 20 anni, il 18% maschi, che pagano circa 55 dollari per una particolare pulizia del viso antiacne. Tutto questo con il beneplacito di genitori che, con un ottimo grado di probabilità, sono modelli a cui i propri figli non possono aggrapparsi per aspirare a un’identità adeguata alla propria età.

I pedagoghi e gli esperti di marketing d’oltreoceano hanno inoltre coniato due acronimi: il primo è KGOY (Kids Grow Older Younger), ed indica bambini cresciuti troppo in fretta, che hanno vissuto un’infanzia compressa ed accelerata, padroni di tutte le esperienze che riescono ad ottenere, che hanno fretta di crescere e gettarsi alle spalle l’infanzia, precoci anche dal punto di vista biologico (si pensi, ad esempio, all’abbassamento dell’età del menarca): li abbiamo ampiamente analizzati sinora.
Il secondo è KSYL (Kids Staying Younger Longer) e, in Italia, ha trovato l’equivalente nel ben più graffiante termine coniato dal prof. Tommaso Padoa Schioppa, ministro dell’Economia e delle Finanze durante il governo Prodi: i bamboccioni.

Spagna, Italia e Irlanda, rispettivamente con il 72, 70 e 61%, si contendono il primato di giovani tra i 20 e i 30 anni che scelgono di restare in famiglia, a fronte di Francia (35%), Gran Bretagna (28%) e Svezia (18%). Poco importa se la “colpa” non è strettamente individuale, entrando in gioco le usanze e i modelli familiari, i livelli di istruzione, la durata degli studi, i sistemi di welfare (dove non esiste sussidio statale per chi studia e cerca lavoro, restare in casa diviene spesso una scelta obbligata), il mercato immobiliare, la precarietà contrattuale, la crisi economica…

Ci sono poi i “bamboccioni di ritorno”, la cosiddetta Boomerang Generation, generazione di ragazzi che va a vivere da sola e, dopo qualche tempo, torna tra le mura domestiche. Secondo una recente ricerca inglese della Saga Home Insurance, società specializzata in servizi finanziari per over 50, quasi un genitore su tre assiste a questo ritorno, spesso per motivi economici, talvolta a seguito di divorzi o separazioni.

In Gran Bretagna vengono chiamati con una buona dose di humour inglese, Kippers, un altro acronimo che sta per Kids In Parents’ Pockets Eroding Retirement Savings; in Germania si chiamano nesthocker, “rannicchiati nel nido”; in Francia sono i giovani con la sindrome di Tanguy, il brillante ventottenne del film di Étienne Chatiliez, figlio unico che non riesce a staccarsi da mamma e papà: sono i genitori che non lo sopportano più!

L’espressione parasite single (パラサイトシングル, parasaito shinguru) appare per la prima volta in un articolo del 1997 del quotidiano giapponese Nihon Keizai Shinbun, coniata da Yamada Masahiro, docente di sociologia all’Università Gakugei di Tokyo, per definire i circa dieci milioni di giovani tra i 20 e i 34 anni (con una netta preponderanza femminile) che, pur potenzialmente indipendenti dal punto di vista economico, continuano a vivere a casa dei genitori e a dipendere da loro per vitto e alloggio, spesso senza contribuire alle spese domestiche, spendendo lo stipendio in prodotti di marca e oggetti hi-tech, viaggi e divertimenti.

Tutte queste categorie, denominabili nei modi più vari e fantasiosi, esistono, sono numericamente molto consistenti e, in quanto tali, non possono essere ignorate dalla politica, dagli educatori, dalla ricerca psicologica, sociologica e filosofica.

Tanguy, Étienne Chatiliez (2001).

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Bibliografia

T. Anatrella, Interminables adolescences. Les 12/30 ans, puberté, adolescence, post-adolescence. Une “Société adolescentrique” Parigi, Cerf/Cujas, 1998.
M. Giral, Les Adulescents, Parigi, Le Pré aux Clercs, 2002.
C. S. Pearson, L’eroe dentro di noi. Sei archetipi della nostra vita, Roma, Astrolabio Ubaldini, 1990.
N. Postman, La scomparsa dell’infanzia, Roma, Armando Editore, 1984.
M. Winn, Bambini senza infanzia. Cosa ne è dell’innocenza dell’infanzia?, Roma, Armando Editore, 1984.
E. Clark, The Real Toy Story: Inside the Ruthless Battle for America’s Youngest Consumers, Free Press, New York, 2007
J. B. Schor, Nati per comprare, Apogeo, Milano, 2005.
Christopher Noxon, autore di Rejuvenile: kickball, cartoons, cupcakes, New York, Three Rivers Press, 2006.


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