Cosa è la violenza?


Cosa è la violenza?

Per parlare di nonviolenza è necessario — o quantomeno utile — definire cosa sia la violenza. Cosa è? In quali forme si manifesta?

Spesso, la prima risposta a questa domanda, la prima che effettivamente potrebbe venire in mente a tutti noi, si riferisce alla violenza fisica.

Banalmente, questa convinzione si radica maggiormente ogni qualvolta i media ci raccontano dell’aumento della violenza nelle città, nei quartieri fino ad arrivare alle stragi familiari, quando ci parlano di omicidi, stupri, sparatorie ecc. Esiste inoltre una ripetuta spettacolarizzazione mediatica della violenza che si affievolisce solo quando “non fa più notizia”. Qui siamo ben oltre la violenza psicologica!

Possiamo individuare differenti tipi di violenza: fisica, razziale, psicologica, religiosa, economica, sessuale. Quali violenze possiamo riconoscere vicino a noi, nella nostra quotidianità? Noi che presumibilmente non siamo terroristi, non siamo potenti signori della guerra e che probabilmente non stiamo pianificando di sterminare i nostri cari, con quale violenza abbiamo a che fare?

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Quando parliamo di violenza non ci riferiamo solo alla guerra, alle armi con cui gli uomini distruggono gli uomini: questa è una forma di violenza fisica. C’è una violenza economica, quella per cui sfrutti l’altro, quando lo derubi, quando sei un carceriere che tiene una persona legata a sé col ricatto del denaro. C’è una violenza razziale: credi di non esercitare violenza quando diffami qualcuno perché è di razza differente dalla tua? Quando in nome della sicurezza organizzi ronde a caccia di topi? C’è una violenza religiosa per cui insorgono i fanatismi e il terrore della spiritualità dell’altro. Una violenza religiosa per cui si discrimina o non si evolve basandosi su dogmi. Credi di non essere violento quando allontani un altro solo perché pensa in maniera diversa da te?
Esistono poi altre forme di violenza, quelle che derivano dalla meschinità, dal gretto conformismo.

Su cosa riflettiamo?

Il problema non è la violenza in sè; il problema è piuttosto la violenza in me!

Abbiamo detto che l’interesse è riflettere e che lo faremo su ogni punto di questo percorso. Come si inquadra la riflessione esattamente? Ci sono tanti aspetti tecnici, storici o documentali estremamente interessanti su cui potremmo soffermarci. Al momento non vogliamo fare una lezione di storia o di strategia sociale; saranno sicuramente utili in un secondo momento.

Il punto di vista che adottiamo è quello che mira a riconoscere la violenza in sé stessi.

Ci stiamo interessando ad un testo che tratta un argomento particolare. A meno che non siamo di fronte ad uno studio forzato o puramente accademico, possiamo ipotizzare che siamo buone persone, sensibili, forse un po’ incostanti ma di base disponibili verso gli altri; magari in qualche forma lottiamo (o ci piacerebbe farlo!) per i diritti sociali, la giustizia, la pace. È probabile anche che non siamo nulla di tutto questo ma che in qualche modo ci si possa riconoscere in una sensibilità simile che riteniamo “giusta” e ci accompagna nella vita? […]

Possiamo riconoscere in noi, allo stesso modo, qualche forma di violenza? […]

Siamo nati in un mondo violento, il cui sistema si regola su equilibri violenti. É praticamente impossibile essere immuni dall’influenza violenta che ci circonda e che si insinua in noi fin da piccoli. Questo vale per tutti, anche se con differenti gradi di coinvolgimento dettati dal contesto vitale in cui siamo nati e cresciuti.

Grazie al lavoro personale che ho potuto svolgere, ho riconosciuto in me molta violenza. Certamente sono rimasto stupito e inizialmente anche un po’ affranto da quanto scoperto. Non è una violenza eclatante o particolarmente manifesta, non sono un picchiatore, un provocatore o un cacciatore di scontri; al contrario, tendo più a fare da mediatore nelle situazioni tese. Ciò che riconosco in me, piu che altro, è una violenza sottile, intangibile e tagliente con cui rivendico chissà quale diritto negatomi fin da piccolo, un risentimento per un’ingiustizia subita da qualcuno che, spesso e volentieri, non è ben identificabile, un entità astratta a cui dare la colpa delle mie sofferenze.

Proviamo a fare degli esempi: la relazione di coppia, in una situazione di normalità, nasce dal sentimento dell’amore che ci spinge alla condivisione, all’accompagnamento, all’aiuto reciproco, all’atto disinteressato verso la persona amata. In quest’ottica, la “coppia” sembrerebbe un ambito decisamente lontano da una spirale violenta. Eppure capita troppo spesso che, proprio qui, ci si possa permettere di dire e fare qualunque cosa. L’intimita ci porta a trattare la persona “amata” in un modo in cui, probabilmente, non ci permetteremmo con uno sconosciuto: possedere l’altro, pretendere che faccia ciò che vogliamo, trattarlo come un oggetto da sfruttare a piacimento, rivendicare torti subiti altrove, gelosie estreme ecc. In sintesi, pretendere che l’altro sia qualcosa di diverso da ciò che è.

Non sarà un caso che la stragrande maggioranza dei crimini avvenga proprio in ambiti familiari?

E’ sempre in famiglia che avviene il maggior numero di omicidi (175). Gli omicidi ‘nella coppia’ interessano quasi la metà delle vittime totali di uccisioni in famiglia. Nei primi sei mesi del 2013 sono state uccise 81 donne, di cui il 75% nel contesto familiare o affettivo. L’Italia è comunque tra i Paesi meno esposti in Europa a questa tipologia di delitto. — dati dal rapporto Eures-ANSA 2012

Consideriamo però come la violenza non risieda necessariamente nel lato “cattivo” della medaglia. Anzi, può essere proprio il lato “buono” quello che può nascondere, spesso inconsapevolmente, un’attidudine violenta.

Mi riconosco violento quando, per paura della solitudine, mi comporto in modo tale da convincere gli altri di quanto sia buono, un bravo ragazzo, gentile, intelligente, importante… più riesco nel mio intento di fare del bene, maggiori sono le possibilità che l’altro non mi giudichi male e quindi non mi abbandoni. Provando ad applicare il punto di vista con cui abbiamo definito l’interesse del nostro lavoro, osservo che nel mio atteggiamento, tutto ciò che faccio è riferito a me, ad acquietare la mia paura. Tutto è soggetto a un calcolo egoista in cui il bene desiderato per chi mi sta di fronte, non è altro che un vestito d’apparenza e poco ha a che fare con un sincero desiderio di occuparsi di lui/lei in modo disinteressato. Qui, senza ombra di dubbio, risiede una certa dose di violenza e di sofferenza.

Vogliamo però sottolineare un’ovvietà: questo non significa che essere buoni, intelligenti e gentili sia di per sé un errore o un atto di egoismo! Ciò che conta è la radice da cui parte la nostra azione. Dove c’è egoismo c’è un errore di calcolo per cui si crede che ricevere, sia più che dare. Il centro del mondo siamo noi con i nostri bisogni; gli altri sono secondari e ci servono solo per raggiungere il nostro scopo.

Beh, qualcosa è da rivedere in questo modo di vedere le cose!

Infine, un piccolo paradosso: può sembrare strano o addirittura contraddittorio che chi scrive un testo come questo, chi prepara una conferenza sulla nonviolenza, chi propone un incontro di studio, lo faccia dipingendo sé stesso come un violento. “Quantomeno bizzarro” diranno alcuni. È attraverso questo riconoscimento che si genera una concreta possibilità di intraprendere un percorso di trasformazione, di scegliere la nonviolenza come risposta alternativa. Altrimenti perché mai dovremmo farlo?
Quando riconosco la sottile linea violenta radicata in me, ho la possibilità di scegliere. Posso scegliere se seguire la tendenza oppure modificare concretamente il comportamento. Così si supera la violenza, si spezzano le catene che ci legano alla sofferenza e di fatto, si costruiscono passo dopo passo, le basi per la libertà.