Pitagora VII - la morte di Pitagora e il grande contributo dei pitagorici

Nel capitolo precedente abbiamo visto i tre modi possibili con cui probabilmente Ippaso individuò un oggetto la cui misura non si può esprimere come un rapporto tra numeri interi e che tale oggetto mise in crisi il modello cosmologico dei pitagorici. Nel quinto capitolo avevamo già detto che, secondo Giamblico¹, dopo la scoperta dell’oggetto incommensurabile e dopo il suo rifiuto di mantenere la segretezza su tale scoperta, Ippaso venne condannato a morte per annegamento.

Ma che successe alla scuola dopo il crollo delle fondamenta teoriche?
 Sembra che la scuola continuò a funzionare e che addirittura il suo potere crebbe. Si può quindi ipotizzare che una tale scoperta non ebbe così tanta risonanza al di fuori della confraternita.

Contemporaneamente crebbero però anche i contrasti tra Crotone e Sibari e a guidare le forze di Crotone nella guerra contro la vicina colonia fu proprio il più forte, potente e ricco tra i pitagorici: Milone di Crotone.

Ed è probabile che molti dei membri della scuola combatterono con lui. Dopo la vittoria su Sibari i pitagorici esercitarono quindi una forte influenza nella decisione sulla spartizione dei territori e sul nuovo tipo di governo per la città di Crotone che portò alla sconfitta dei sostenitori del sistema democratico. Secondo i pitagorici a governare doveva essere un’aristocrazia di pochi eletti. E chi poteva essere più eletto dei pitagorici stessi? Essi assunsero così il governo della città.
Ma il loro governo non durò molto.

Giamblico narra che mentre Pitagora era in viaggio a Metaponto i democratici, capeggiati da Cilone di Crotone, in passato escluso dalla scuola dallo stesso Pitagora, approfittarono di una riunione dei pitagorici in casa di Milone e appiccarono il fuoco alla casa bruciando vivi tutti i pitagorici tranne Archippo e Liside: i più giovani della scuola.

E che cosa fece Pitagora dopo l’annientamento della scuola?

Giamblico riporta due diverse versioni. Una delle quali afferma che il maestro trascorse i suoi ultimi anni di vita a Metaponto. E tale versione coincide con ciò che Kitty Ferguson² asserisce essere la memoria popolare di Metaponto secondo cui, qualche anno prima di morire, Pitagora avrebbe stabilito una nuova scuola nella città.
Quindi i Pitagorici non scomparvero dopo l’incendio della casa di Milone?

No, non scomparvero. La memoria popolare di Metaponto sarebbe coerente infatti anche con le testimonianze successive che narrano della presenza di pitagorici in varie città della Magna Grecia e addirittura nei loro governi. Polibio, lo storico greco del II sec. a.C., riporta infatti una descrizione trovata in fonti precedenti che parla di una rivoluzione, intorno alla metà del V sec. a.C., che disarcionò i pitagorici dai governi autocratici che avevano istituito.
 L’altra versione di Giamblico afferma, invece, che la scuola sia sopravvissuta a Crotone anche dopo la morte di Pitagora. E il successore di Pitagora sarebbe stato Aristeo di Crotone che sposò Teano, la vedova del suo maestro. Aristeo sarebbe poi stato rimpiazzato da Mnesarco, il figlio di Pitagora.

Se qualcuno poi si chiedesse: ma qual è l’eredità che ci hanno lasciato Pitagora e i pitagorici? Beh, sicuramente fu importantissimo il loro ruolo di pionieri dell’impostazione logico-deduttiva di cui parlavamo alla fine del primo capitolo; a loro è attribuita la prima applicazione del concetto si dimostrazione in campo numerico. Fondamentali per il futuro della matematica furono anche la scoperta dei numeri irrazionali e, in quell’ambito, la prima applicazione della dimostrazione per assurdo. Ma voglio concludere questi capitoli su Pitagora citando di nuovo Kitty Ferguson² che esprime con enfasi quasi poetica quale sia secondo lei la scoperta più importante dei pitagorici.

“Pitagora e i suoi primi seguaci non erano neppure in grado di concepire quale immenso paesaggio si aprisse dinanzi alla porta da loro dischiusa. Da guizzi di indeterminazione inimmaginabilmente piccoli alle innumerevoli galassie, a dimensioni multiple, e forse fino a un’infinità di altri universi. Eppure numeri e relazioni numeriche sembrano aver guidato il cammino in questo labirinto dell’universo fisico con un’efficacia quale lo stesso Pitagora non avrebbe mai osato sperare.
 Oggi molti scienziati e matematici aderiscono alla fede pitagorica secondo cui la verità dell’universo sarebbe intrinsecamente matematica e sarebbe quindi possibile cogliere frammenti di tale verità usando il nostro livello umano di matematica. Alcuni sottolineano che la matematica è l’unica disciplina in cui alcune cose sono indiscutibilmente vere, e non soggette all’opinione, mentre altri non lo concedono. Altri ancora ridefiniscono la “completa verità” come “verità” che gli esseri umani possono scoprire attraverso la matematica.’
 Ma la Ferguson si pone pure una domanda in qualche modo correlata con l’approccio cognitivista alla matematica.
 Oppure…, forse i pitagorici hanno avuto una falsa intuizione, e noi abbiamo vissuto soltanto un sogno? Forse il mondo non è mai andato oltre un illimitato informe, e noi stiamo solo immaginando quella regolarità matematica, o la creiamo noi stessi? Forse la maggior parte di noi è troppo inebriata dalla musica di Pitagora per soffrire una crisi di fede?

A voi la risposta.

Per chi invece volesse sapere come andarono le cose direttamente dalla voce di Pitagora può leggere la versione più approfondita ne La Musica dei Numeri e La musica dell’irrazionale.

Nel prossimo capitolo parleremo di Zenone, della scuola eleatica e di Democrito.

Indice della serie

Note

1 Giamblico, Summa pitagorica, Bompiani 2006
2 Kitty Ferguson, La musica di Pitagora, Longanesi