Mole Audace (parte seconda)

Un viaggio da Torino a Trieste sui treni di seconda classe, quelli dei pendolari (2)

Da Mantova a Trento

Mantova è il posto dove crescere dei figli, molto probabilmente. Figli che diventeranno obesi prima della maggiore età per il tipo di passione verso il cibo e il di lui condimento che sembra essere diffusa, ma del resto comune a tutta la Bassa, a tutto il corso di quella fascia nella quale il Po decide di spostarsi dalla montagna al mare. Città nobile, con un passato di lusso e gusto per il bello che si nota ad ogni angolo, anche in quelli scrostati. Il senso di ironia che sembra uscire da ogni ciottolo con cui le piazze sono pavimentate, proprio allo stesso modo in cui ne escono quei fili di verde che non ci si capacita come possa nascere nel niente, con il clima torrido che c’è, ma che è una delle tante magie naturali della pianura padana. Eserciti di muri di mattoni rossi pieni e compatti che vedono spuntare ciuffi di verde a qualsiasi altezza, pitture eseguite da uccelli inconsapevoli del loro ruolo artistico. Se Cremona ricorda l’esclusività altezzosa di un violino, Mantova suggerisce l’immagine dell’opera: con lo sfarzo dei costumi, le linee morbide dei soprani, l’idea che alla fine, tolto il trucco e tornati contemporanei, ci sarà sempre un’osteria pronta a friggere qualcosa, a “strisciare” un salame, a fare tardi.

Le donne, evidentemente, comandano. La società matriarcale padana non va nemmeno considerata da quanto è evidente: loro ordinano cosa mangiare, loro ordinano da bere (perché si deve bere), loro conducono il discorso. L’uomo deve inserirsi tra le pieghe per cercare un’autonomia risibile di seduzione se ancora deve sedurre, o limitarsi al fondamentale ruolo di spalla, se ha già sedotto. Con quel mezzo sorriso bonario di tutte le spalle di questo mondo, quando già intravedono lo scivolare del discorso verso il già conosciuto e prossimo aggancio per dare la battuta alla protagonista. Ci si saluta tutti, in ogni ambiente, tra estranei. Perché la pianura accorcia il campo visivo, non ha ostacoli, ti vedi da lontano e non puoi far finta di niente. La pianura ti obbliga all’educazione.

Probabilmente metà della coltivazione di granoturco di questo paese si farà da queste parti, è il pensiero che accompagna il viaggio ormai dal Monferrato: sterminate pianure piene di pannocchie, canali, spondine marce. Solo i pesci gatto possono essere felici a vivere tra Mantova e Nogara.

Nogara sta sulla linea che taglia la pianura un po’ sopra il Po e conduce a Monselice. E’ uno degli ultimi punti in cui scendere per lasciare il caldo, le zanzare, la puzza di merda di maiale che l’aria porta dentro ogni veicolo in viaggio e virare verso nord. Basta davvero poco a cambiare il paesaggio. Il treno dell’Orgoglio Veneto si dichiara fin dalla fiancata: lo dice che l’han comprato i veneti per i veneti e gli concedono probabilmente di sconfinare nelle regioni vicine non senza sforzo. Il capotreno cambia accento, è più attento e fiscale e se sali a Nogara e non hai avuto voglia di fare la coda e chiedi di far il biglietto sul treno ti costerà 5 euro in più perché, dice lui a una tizia “la pigrizia ha un prezzo, l’han fatto anche quattro cinesi il biglietto, pensi se non si poteva fare tutti”. Perché evidentemente lui pensa ancora che i cinesi siano più stupidi, una linea di paragone tracciata in basso. Verrebbe voglia di dirgli che “anche” è una parola che accostata a “cinesi” è ormai superata. “Solo”, quella è la parola giusta da accostare oggi.

Sorride, il tizio identico preciso ad Adriano De Zan. Viene da Pescara ed è diretto a Verona. Si capisce subito che è un professionista, perché ha il biglietto stampato a casa, parla con il tizio di fronte come solo i viaggiatori abituali fanno. A Verona scenderà, prenderà la macchina e andrà a dormire a Vicenza. Fa questo giro due volte la settimana, cinquanta settimane all’anno. Cento volte all’anno su e giù da Pescara, per lavoro. Avrà superato i sessantanni circa duecento viaggi fa. Con noncuranza spiega che per lui “è una passeggiata”. Si vede che ci crede, e il problema non è che sia vero o meno, il problema è che è stato portato fino al punto in cui crede che sia una passeggiata, una cosa normale da fare, niente di che. Il problema è che ci si è dovuto convincere.

Verona Porta Nuova. Si fottano le Grandi Stazioni, quei posti dove per pisciare non puoi andare sul sicuro al fondo del binario 1, sapendo di trovarti davanti l’infinita gamma di possibilità di un cesso da stazione: nelle “Grandi Stazioni” pisciare costa 80 centesimi, e il cesso lo devi trovare. I cani. Anzi il cane. Attaccato a un guinzaglio della polizia penitenziaria annusa tutti quelli che scendono dal treno in arrivo da Bologna e concede loro il lasciapassare per calpestare il suolo scaligero con un colpo di coda e il naso umido strisciato sulle gambe bianchicce. C’è polizia ovunque nella stazione del sindaco più amato d’Italia, controlla un po’ tutti ma la predilezione — puramente statistica, che pensate voi — è per gli abbronzati, per citare il poeta.

Verona Porta Nuova è effettivamente la porta verso qualcosa di nuovo, il paesaggio cambia subito. Il mais lascia lo spazio alla vite, alla frutta, alle coltivazioni basse e larghe, diffuse. Il terreno si increspa e cominciano le colline, gli altipiani. Viti ovunque, terrazzamenti. Dopo la cava di Domegliara arrivano le montagne, i fiori cominciano ad essere presenti in ogni posto ferroviario, in ogni piccola stazione sul percorso spuntano gerani fucsia, come si mette di base il cucchiaino e la bustina di zucchero per ogni cliente del bar. Poi ci sono quelli che lo bevono amaro, il caffè, ma il gesto si fa per tutti. ecco, così.

Da monte scendono a valle assi e tronchi tagliati di legno rossiccio, sferragliando sul merci del binario accanto. Viene da chiedersi se sono gli abeti rossi della val di Fiemme (forse, il ricordo geografico è confuso) che Antonio Stradivari da Cremona faceva arrivare secoli fa per farci i suoi violini fin giù a Cremona. Non ci andate, a Cremona, verrebbe da dire. Ma loro sono già passati, e Trento è là davanti, in vista.

[continua: parte terza, parte quarta, parte quinta | oppure torna all’inizio del viaggio]

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