Ghost Boat

I cimiteri segreti del Mediterraneo

Episodio 3: Durante la nostra inchiesta sui 243 dispersi della “barca fantasma” nel Mediterraneo, abbiamo scoperto la sconcertante fine che fanno i corpi dei profughi morti in mare

Di Eric Reidy
Fotografia di
Gianni Cipriano

Parte 3 dell’inchiesta del team di Ghost Boat (precedenti: 12 – successive: 456 • 7 • 8)

Fanus è una ragazza eritrea arrivata in Italia dalla Libia nell’ottobre 2013. È sopravvissuta alla traversata del Mediterraneo su una barca con oltre 500 persone a bordo. Era nella stiva affollata di centinaia di altri migranti e stava dormendo quando l’imbarcazione ha cominciato ad affondare.

“Mi ricordo che mi sono svegliata in acqua, senza sapere cosa stava succedendo. Ho provato ad allontanarmi a nuoto, ma non ci riuscivo. Ho iniziato a muovermi solo per stare a galla, sguazzando come un cagnolino, ma più mi agitavo, più sentivo che stavo andando a fondo”, racconta.

“Non vedevo muoversi nessuno; solo un sacco di corpi che galleggiavano, ma nessuno si muoveva. Poi un ragazzo mi si è aggrappato stretto, afferrandomi al collo. Mi sono resa conto che così stavamo affondando tutti e due. Non avevo altra scelta, ho dovuto scacciarlo per costringerlo a lasciarmi andare. Quando mi son voltata indietro, non l’ho visto più”.

“Intorno a me vedevo solo morti o gente che stava annegando sotto i miei occhi. Alcuni urlavano, altri pregavano, altri dicevano i loro nomi, chi erano i loro parenti, da dove venivano in Eritrea, messaggi da portare ai loro cari. Continuavo a sentire urla, pianti, le grida di chi stava annegando sembravano non finire mai. Vedevo madri che tenevano sollevati i loro bambini finché non ce la facevano più. Ho pianto, vedendo i cadaveri delle persone che conoscevo... La scena peggiore che ricordo di quel momento è la vista dei cadaveri galleggianti di neonati, di bambini”.

“Ero confusa, disperata, ho iniziato a pregare per un miracolo. I rumori si stavano attenuando, le voci erano sempre meno. Il mare si era fatto più tranquillo, meno mosso. Non riuscivo a vedere nulla. Per la prima volta nella mia vita mi sono sentita completamente sola. Pensavo di essere l’unica rimasta in mare. Ho deciso di non guardare i cadaveri. Tutto intorno era diventato silenzioso e mi sono resa conto che erano morti quasi tutti”.

Fanus fu poi soccorsa dalla guardia costiera italiana, con altri superstiti, poco più di 150 in tutto. I morti furono più di 350. Quel naufragio è rimasto noto come la tragedia di Lampedusa: una catastrofe così grave e così visibile da creare d’un tratto la volontà politica per avviare un’operazione organizzata di ricerca e soccorso nel Mediterraneo.

I cadaveri delle vittime della tragedia di Lampedusa furono poi recuperati, come nella maggior parte dei naufragi di cui sentiamo parlare. Ma non tutti i casi si possono ricostruire dalle testimonianze dei sopravvissuti come Fanus o dai resoconti delle squadre di soccorso che documentano l’accaduto. Ci sono anche incidenti in mare che non vengono registrati e non lasciano traccia, solo cadaveri ritrovati sulle spiagge di tutto il Mediterraneo, l’unica testimonianza di storie mai raccontate. Che fine fanno questi corpi?

Salah Eddine Bchareg e un membro del suo equipaggio guardano il mare mentre prendono il largo dal porto di Zarzis, Tunisia.

Non possono sparire così”, diceva Yafet al nostro primo incontro. “Sono corpi umani, devono per forza galleggiare”.

La sua voce era tesa per l’emozione: stava parlando della possibilità che la barca che avrebbe dovuto trasportare sua moglie Segen e la figlia piccola Abigail attraverso il Mediterraneo sia affondata. È davvero possibile che tutti i passeggeri a bordo – almeno 243 – siano annegati senza lasciare traccia, senza una prova per ricostruire l’accaduto e dare certezze ai parenti?

“È difficile accettare una cosa del genere”, dice Yafet.

“La stessa settimana che sono partiti ci sono stati due incidenti in mare, ma tutte le vittime sono state identificate. In un caso c’erano anche dei superstiti. Nell’altro naufragio sono morti tutti, ma hanno ritrovato i corpi in acqua e le famiglie hanno saputo chi erano. Se anche i nostri cari sono scomparsi, se sono annegati, non possono sparire così, nel nulla”.

Ha ragione. Ci sono sempre barche che affondano nel Mediterraneo e migranti che annegano. Più di 20.000 persone sono morte in mare dalla metà degli anni 1990, quando la migrazione irregolare nel Mediterraneo ha iniziato a intensificarsi fino a diventare una crisi vera e propria.

Malgrado operazioni di ricerca e soccorso come Mare Nostrum, la missione della Marina Militare italiana avviata dopo la tragedia di Lampedusa, e l’attuale Triton che l’ha sostituita, continuano ad esserci migliaia di morti.

Nel 2014, l’anno della scomparsa della “barca fantasma”, circa 3.000 persone sono annegate nelle acque tra il Nord Africa e l’Europa. Quest’anno, il numero delle vittime è già superiore a 3.000.

Ma tutte queste tragedie di solito lasciano una traccia: anche quando non ci sono superstiti, ci sono comunque corpi, detriti, rapporti ufficiali, testimoni. Nel mese di agosto di quest’anno, per esempio, un peschereccio che trasportava circa 400 persone si è capovolto a un chilometro dalla costa libica. Nei due giorni successivi, sono stati ritrovati a riva i corpi di circa 200 persone, tra cui 40 che erano rimaste intrappolate all’interno della barca.

Identificare le vittime di un naufragio è un’impresa non facile. I profughi di solito viaggiano senza documenti e i cadaveri sono spesso sfigurati dopo vari giorni in mare. Ma se ci sono corpi e tracce di naufragi non documentati, forse si può verificare se ci sono riscontri con le informazioni sui passeggeri della barca scomparsa? Forse così potremmo scoprire cosa è successo?

Sono ormai vent’anni che i pescatori nel porto di Zarzis, nel sud della Tunisia a circa 50 miglia dal confine con la Libia, osservano i movimenti dei migranti che passano per questo tratto di costa. A chi lavora in mare capita regolarmente di avvistare al largo barche piene di profughi – a volte fino a 1.000 persone nel corso di un paio di giorni.

Non è raro per i pescatori avvistare una barca in difficoltà. In questi casi, chiamano le autorità tunisine o italiane e aiutano i soccorsi dove possono.
A volte però non trovano solo barche in mare: ci sono anche i cadaveri che affiorano. Se ne accorgono ancora prima di avvistarli: il fetore della morte ne annuncia la presenza.

Houcine Mlich, un pescatore nel porto di Zarzis, Tunisia.

“L’odore dei cadaveri si sente già a 800 o 900 metri di distanza”, mi spiega Salaheddine Bchareg, un corpulento capitano con il viso inaridito dal sole e la barba incolta e brizzolata, mentre ci troviamo con un gruppo di pescatori in un bar spoglio del porto di Zarzis.

In passato – prima della tragedia di Lampedusa, prima della recente ondata di migranti e rifugiati – non c’erano operazioni di ricerca e soccorso. C’era meno gente che moriva, ma più cadaveri che andavano alla deriva nel Mediterraneo perché nessuno se ne curava.

“Il periodo fino [al 2003] è stato il peggiore: la quantità di cadaveri che vedevamo in mare e l’odore, è stato orribile... Non si può descrivere l’odore. Non avevo mai annusato una cosa così ripugnante”, racconta Bchareg.

Salah Eddine Bchareg, presidente dell’associazione di pescatori di Zarzis.

A un certo punto, i pescatori avevano iniziato a evitare il tratto di mare dove si concentravano i cadaveri. Dall’inizio delle operazioni di ricerca e soccorso nel 2013, la situazione è migliorata: più la zona di intervento è vicina alle coste della Libia, meno sono i cadaveri alla deriva.

Sono diminuiti, sì, ma se ne trovano ancora sempre di cadaveri in mare – gonfi, scoloriti, in decomposizione, rimasti senza dita o braccia, a volte anche senza la testa. Uno per uno, o in gruppi, vengono spinti dalle onde sulle rive della Tunisia e della Libia, o trovati in mare aperto dai pescatori.

In Tunisia, le spiagge a nord e a sud di Zarzis sono i luoghi dove più spesso si ritrovano i corpi dei migranti annegati. Tra giugno e i primi di luglio di quest’anno, più di 70 cadaveri sono stati recuperati in mare o trovati sulla riva. È una situazione che va avanti così da anni.

Forse alcuni dei cadaveri non identificati finiti a riva in Tunisia nel 2014 possono fornire indizi su quello che è successo alla “barca fantasma” e ai suoi passeggeri. Sono andato a Zarzis per scoprirlo.

Fouad Gammoudi, coordinatore di progetti per Medici Senza Frontiere, ha avviato un programma di formazione in interventi di ricerca e soccorso per i pescatori di Zarzis.

La sera stessa del mio arrivo incontro Fouad Gammoudi, responsabile della missione di Medici Senza Frontiere per la Tunisia e la Libia. MSF gestisce programmi che insegnano ai pescatori, alla guardia costiera e ai volontari come condurre e collaborare ai soccorsi e gestire i cadaveri.

Seduti a un tavolo nel patio della sede locale di MSF, Gammoudi ci mostra dei video sul suo computer portatile. In uno si vedono vari corpi su una spiaggia, i volti scheletrici, con la pelle decomposta. Poi le riprese mostrano alcuni uomini della protezione civile che stendono un gommone sgonfio finito a riva; all’interno, c’è un cadavere sdraiato sulla pancia gonfia, con accanto una borsa piena di oggetti personali.

In un altro video, una nave della guardia costiera tunisina trascina sulla banchina un corpo gonfio in decomposizione, legato sulla schiena a un predellino. Il colore della pelle è così distorto che è impossibile risalire alla razza di quella persona. I pantaloni della tuta che indossava però sono ancora di un blu elettrico e la scritta bianca di lato è chiaramente leggibile.

“Anche qualcosa di secondario come una scritta sui pantaloni, qualsiasi cosa che indichi se si tratta di un uomo o una donna, può servire a identificare una persona”, spiega Gammoudi, indicando lo schermo. Anche una fotografia dei denti o un sacchetto di plastica con alcuni oggetti personali possono rivelare informazioni essenziali.

Ma le autorità di Zarzis – o di qualsiasi altro porto in Tunisia o Libia – tengono un registro dei cadaveri recuperati dal mare, una qualche documentazione che possa aiutare a identificare i corpi?

“Nel 2014 non c’era proprio nulla, non si faceva niente in termini di identificazione o di trattamento dei cadaveri”, spiega Gammoudi.

E allora che fine fanno le centinaia di corpi approdati sulla riva a Zarzis?

“Per legge si dovrebbero trasportare i cadaveri in ambulanza, ma il governo non dà l’autorizzazione e la gente non vuole lasciarci usare le ambulanze”, mi spiega Mohammed Trabelsi, un volontario del comitato della Mezzaluna Rossa che si occupa della gestione dei cadaveri.

Alle autorità statali non interessa prendersi la responsabilità di cosa fare dei cadaveri, quindi il compito spetta alle autorità locali.

Un senso di paura e di disgusto avvolge l’intero processo. La gente non vuole che i corpi dei migranti finiscano nella stessa camera mortuaria usata per i propri parenti, ma in ogni caso l’obitorio di Zarzis ha una capacità limitata a solo sei cadaveri. E capita di ritrovarne a riva anche 30 alla volta.

L’obitorio dell’ospedale generale di Zarzis può contenere solo sei cadaveri. Di solito i corpi che giungono a riva sono trasportati direttamente alle fosse comuni fuori dalla città.

Se vengono portati in ospedale, l’odore e la paura delle malattie provocano reazioni di rabbia nella gente del posto: non vogliono che quei corpi siano sepolti nei cimiteri della città.

Senza la possibilità di usare un’ambulanza, un obitorio o un luogo ufficiale dove seppellirli, ecco cosa succede a quei cadaveri: si gettano in un camion della spazzatura comunale e si portano direttamente in un appezzamento di terreno non utilizzato a qualche chilometro da Zarzis, designato come luogo di sepoltura dalle autorità locali.

“I corpi sono sepolti ammucchiati l’uno sull’altro. Scavano e li mettono sottoterra”, racconta Trabelsi.

Legalmente, bisogna presentare un rapporto in procura quando si trova un cadavere. Ma, come mi spiega un medico che ispeziona i corpi, sono solo tre le informazioni ritenute importanti: se ci sono segni di violenza sul corpo, la causa della morte e quando è avvenuta. L’ispezione si tiene o sul posto dove è stato ritrovato il corpo o durante il trasporto al luogo di sepoltura. Non si fanno fotografie e non si registrano informazioni sulle caratteristiche fisiche che possono aiutare l’identificazione in seguito.

Il luogo di sepoltura al di fuori di Zarzis è un lembo di terreno sterile e polveroso pieno di spazzatura e circondato da cumuli di detriti. All’ingresso stanno due pilastri di pietra. Non c’è nessuna indicazione, nessuna lapide o placca funeraria a indicare che questo è un luogo dove sono sepolti i morti.

Più in là c’è un altro appezzamento di terreno adibito a fossa comune. È stato utilizzato fino al 2011, quando le acque salmastre hanno iniziato a penetrare nel terreno, rendendo impossibile interrare lì i cadaveri. “Ci sono centinaia di persone sepolte laggiù”, mi spiega Shemseddine Marzouk, un altro volontario della Mezzaluna Rossa che ci ha accompagnato al cimitero.

Nel nuovo terreno di sepoltura, Marzouk indica le tracce fresche lasciate dai camion nella sporcizia. Un cadavere senza testa che era stato ritrovato a riva meno di una settimana fa è stato sepolto lì.

Marzouk continua indicando aree e cumuli di terra non distinguibili. In un punto, mi dice, sono sepolte 14 persone. In un altro ce ne sono due, forse quattro. L’unico segno distinguibile delle tombe sono lievi rientranze nel terreno, dove la spazzatura si è assestata intorno ai corpi.

La Mezzaluna Rossa tunisina, con il sostegno del Comitato Internazionale della Croce Rossa, sta predisponendo un piano per cambiare questo sistema. Vogliono costruire tombe individuali, acquistare attrezzature per gestire e ispezionare adeguatamente i cadaveri e registrare le informazioni necessarie per l’identificazione. Ma non esisteva un sistema del genere quando è scomparsa la “barca fantasma” – e non esiste ancora.

Trabelsi è scettico sulla possibilità che si arrivi in tempi brevi a un sistema organizzato meglio: non c’è la volontà da parte delle autorità. È una situazione che trova molto frustrante.

“Per me, questi cadaveri sono persone che hanno diritti umani. Devono essere trattati con rispetto. Dopo tutto, non sappiamo mai come potrà cambiare la nostra vita da un momento all’altro: un giorno potremmo ritrovarci anche noi a fare questa fine”.

Camminando sul terreno indistinto, immagino i corpi sepolti in cumuli sotto i miei piedi. Quei cadaveri avevano un’identità – erano persone. E quelle persone avevano dei parenti, degli amici, dei cari, forse anche dei bambini, che si trovano in un limbo, proprio come i parenti dei dispersi della “barca fantasma”: sospesi nell’incertezza, senza risposte a domande che li tormentano.

Se la barca è affondata, forse alcuni di quei passeggeri sono stati sepolti proprio in questo luogo desolato – o in un altro cimitero di profughi ignoti come questo lungo le coste tunisine o libiche.

Prima, parlando con i pescatori al porto, uno mi aveva detto: “Tra i cadaveri che recuperiamo ogni tanto potrebbero esserci quelli dei dispersi che stai cercando. È probabile. Certo, sono stati un po’ di tempo in acqua”.

Sembra una possibilità remota, data l’ampiezza del tratto di mare compreso tra la Libia, la Tunisia e l’Italia e data la quantità di persone che l’attraversano – e ci muoiono. Ma senza documentazione di alcun tipo su questi cadaveri, come si fa a saperlo di sicuro? Come può esserci qualche speranza di trovare una risposta, di avere finalmente una certezza?

In Libia, la situazione è ancora peggiore: sono molti di più i cadaveri che finiscono a riva in Libia che non in Tunisia. I conflitti armati e la dissoluzione dell’autorità politica centrale rendono ancora più difficile tenere traccia dei numeri, documentare le informazioni e interrare i corpi con un qualche tipo di sistema organizzato. Nel 2013 e 2014, c’era solo un addetto in tutta la Libia che si occupava di ispezionare i corpi delle vittime annegate in mare – ed era un veterinario, mi racconta Gammoudi di MSF. Quest’anno, non c’è più nessuno a fare quel lavoro.

In Italia, la missione Mare Nostrum è stata sostituita da Triton, che ha una portata più limitata, ma ci sono iniziative per seguire le procedure di medicina legale. Un laboratorio dell’Università di Milano sta creando un database con il DNA e altri dati sulle vittime di naufragi nel Mediterraneo, con l’obiettivo di rintracciare e identificare le persone scomparse. Ma le cose procedono lentamente: devono ancora identificare ufficialmente quasi 200 dei morti annegati nel naufragio al largo di Lampedusa di due anni fa.

Riflettendo sulla situazione, ho pensato di nuovo a Segen e Abigail. Mi è venuta in mente una foto che mi aveva mandato Yafet, con le sue due figlie che facevano il bagno in un catino. Shalom, la maggiore, stava lavando Abi con una spugna. Gli occhi di Abigail sono fissi sull’obiettivo, sul volto un sorriso che rivela i dentini bianchi. Mi tornano in mente le parole di Yafet: “Non possono sparire così, nel nulla. Sono corpi umani, devono per forza galleggiare. "

Data l’assenza di qualsiasi documentazione ufficiale, in che direzione possiamo muoverci ora per cercare le prove di quello che è successo alla barca scomparsa? La bambina sorridente nella foto sarà ancora viva?


Per scoprirlo ci serve il vostro aiuto.

La parte frustrante è che non sappiamo cosa sia successo, dove siano finiti i dispersi della “barca fantasma”. Per questo stiamo esaminando tutti gli indizi, per cercare delle risposte – e chiediamo a tutti voi di collaborare.

Attualmente, stiamo esaminando i movimenti delle imbarcazioni nella zona in questione e cercando informazioni sulla partenza della barca, per definire in modo più preciso le possibili aree di ricerca.

Anche voi potete fare qualcosa, da subito.


La versione originale inglese di questo articolo è stata scritta da Eric Reidy con Meron Estefanos e rivista da Bobbie Johnson. La verifica dei fatti è stata curata da Rebecca Cohen e la revisione finale da Rachel Glickhouse. Direzione artistica di Noah Rabinowitz. Fotografie e video di Gianni Cipriano. Immagini animate a cura di Sam Cannon.