Bestiario — di Domitilla Pirro

Illustrazione di Ros

Ho le lacrime in tasca. Sempre pensato. Sempre detto ad alta voce, anche, a mo’ di alibi: ma questo è stato vero solo fino a qualche mese fa. Fino al primo incontro con Le Tredici, cioè.

È che l’idea di far lezione in mezzo al Circo Massimo ha un che di allarmante. Non so voi: nei mesi precedenti l’inizio del corso, io ho fatto un po’ fatica ad accettare il concetto. La lezione numero uno di un laboratorio di autofiction-slash-medicina-narrativa è introspezione ombelicale purissima e delicata, soprattutto nella fase di rottura del ghiaccio. Soprattutto alla prima, inestimabile confidenza da instaurare.

Bear with me, provate a immaginare: detta lezione maxima, col suo carico di aspettative, è previsto che si svolga (es muss sein, es muss sein) al riparo di un gazebo chiuso dalla plastica su tre lati soltanto. In mezzo a un monumento capitolino. Durante la manifestazione più fucsia d’Italia. Sotto agli altoparlanti delle radio sponsor, che passano disco-pezzi al massimo del volume consentito. Got the picture? Fidatevi: le ginocchia non tengono, a quelli come noi. Quelli, per l’appunto, che hanno le lacrime in tasca.

C’è l’onore, però, c’è il senso di responsabilità a stemperare. Da dove escono? Dall’incarico ricevuto, naturalmente. Se Susan G. Komen Italia, assieme al Gemelli e alla Scuola Holden, ti chiamano a partecipare— a restituire un briciolo di quello che hai ricevuto negli anni, vale a dire: che è molto, moltissimo, troppo — , se non scendi in pista sei un fesso. O uno stronzo. E io stronza proprio non voglio sentirmici. Sono una di quei ciccioni a fisarmonica che, per costituzione, vorrebbero stare simpatici a tutti. E nonostante l’esperienza professionale accumulata, nonostante le docenze e consulenze, nonostante un privatissimo percorso di psicoterapia (vittoriosamente concluso, si metta agli atti, orsù), nonostante le conquiste personali in termini di equilibrio e autorevolezza, nonostante la scuola di scrittura suddetta — scuola frequentata da studente e dipendente, scuola vissuta e abitata, scuola che certe locuzioni le rifugge come la peste — , nonostante tutto questo, io continuo a giustificare con quest’espressione l’instabilità emotiva quando si ripresenta: le lacrime in tasca.

Le Tredici invece hanno le lacrime in mano. Ce le hanno nel taschino della camicia. Vicino ai polmoni. Intorno al colletto dei primi vestitini estivi. Dietro i lobi delle orecchie, sciantose. Hanno le lacrime in fondo alla gola, ché a volte tendono a scappar fuori mentre loro stanno lì a parlare tranquillamente dei cazzi propri. Insieme alle lacrime, certe volte, Le Tredici hanno la faccia che pare masticata e sputata; intorno agli occhi hanno le pieghe di terrore, insonnia o risate (spesso tutto insieme, per non farsi mancare niente). 
Sono, pertanto, bellissime. Le Tredici, dico. Non le lacrime.

Quando passo una mattinata con loro, anch’io mi sento bellissima. Succede sia la prima volta, sotto il diluvio universale del 14 maggio, mentre la pioggia — lei può — lacrima tamburellando sul tetto del gazebo in cui ci annusiamo e addomestichiamo a vicenda, sia durante gli incontri successivi, al quinto piano ala A del Gemelli.

Fuori dalla porta dell’aula A508, gabbiotti di vetro opaco nascondono facce sparute e pochissimi camici. Sono laureandi, sono tirocinanti, sono universitari disperati. Ci fissano mentre sfiliamo, branco rumoroso, tra i banchi: Le Tredici e io ridiamo parecchio durante la lezione numero due, alla terza invece soffriamo da cani, durante la quarta e la quinta spacchiamo tutto e ricomponiamo. Durante il processo: bellissime, sempre.

Non mi capita spesso. Non succede spesso che io mi senta bellissima, voglio dire: un po’ perché le donne, sai le donne, come tutte le donne, e via discorrendo. Un po’ perché ho più disordini nell’alimentazione che dentro i cassetti della scrivania. Sempre avuti, i disordini. E le lagne conseguenti. La bellezza capita invece ogni volta che finisco lezione. Dopo che m’infilo tra loro e la cattedra, le saluto, comincio a parlare, rinfocolo — soffiandoci sopra — il pacco incendiario di confidenza benedetta che pare ci abbiano recapitato per errore e in gran quantità. Una fornitura vitalizia di intimità reciproca. Dopo che chiacchiero e le stordisco di parole per tempi dilatati, tempi che temo biblici, dopo che le vedo ridacchiare o imparanoiarsi per un esercizio appena più complesso; dopo tre ore di incontro, sì, succede. Sembriamo tutte intelligenti, acute, drammaticamente fascinose: Le Tredici e io con loro, per contagio. L’unico contagio auspicabile, dentro al Gemelli: e questo lo so perfino io, che smetto le lagne, humbled at last. Ci vedo bellissime: a prescindere dalla massa di peluria sulla testa di ognuna o dal numero di cellule sane presenti attualmente nella sacca di carne che ciascuna di noi si porta appresso. A prescindere.

Cosa ne pensate, voi che passate di qua per caso? Come siete finiti su questa paginetta, o lettori accidentali? Che idea di bellezza avete? Lo sguardo che gettate di sfuggita a tredici malate di cancro alla mammella — se le chiamate sopravvissute qualcuna s’incazza, e c’ha ragione — si soffermerà a sufficienza su ciascuna di loro o ridurrà il tutto a una formula? Capirete? Forse sì. Forse no. Di sicuro rischiate di perdervi qualcosa.

Magari vi viene da pensare alla bellezza di certe realtà esotiche da documentario, davanti a Le Tredici. Non si fanno fotografare, da esseri mitologici qual sono, ma immaginare senz’altro. Come sono fatte ve lo racconto io: sono fiche pazzesche. Sono incantevoli. È un incanto simile all’esibizione di una forza più vecchia di qualsiasi gingillo umano, una grazia più assoluta di ogni eleganza artificiale, una consapevolezza più innata che indotta. Pregressa; ferina, direi. È lo splendore della natura indomita che trionfa sulle patetiche limitazioni mondane. La salute psichica che domina e piega la malattia al suo volere. La vita che ride in faccia al cancro, eccetera eccetera. Quel trito lì. Sì, eh?

La metafora del safari è dietro l’angolo, per i visitatori occasionali nascosti tra voi. Osservate con che maestosa dignità queste figlie di un qualche dio affrontano le sfide quotidiane! Ammirate la sfilata di manti, le livree variopinte! Notate la stoffa perlacea dei turbanti e il colore della pelle nascosta subito sotto — un’epidermide sottile e tesa, saltuariamente spessa di farmaci, con gradazioni che vanno dal rosa coraggio al grigio despair. Affogate, voi che girate da queste parti per spirito d’avventura, nella retorica del viaggio d’esplorazione.

E allora imprimetevi i loro musetti nel cervello. Sostate un momento davanti a ogni ecosistema, ché in questa riserva non teniamo più gabbie; inginocchiatevi davanti a ciascuna, benedetti turisti del cancro.

Anto è una biondina che si vede farfalla: a me pare un mutaforma, un cigno maestoso. Anche Carmen sa volare, quando vuole: è un anatroccolo chiaro, non trema quasi mai. Fromer è un dalmata aggraziato col cervello da segugio: imprendibile, in pista, se fiuta una traccia. Gemma è una vivacissima pulcinella di mare e Irene una chioccia accogliente: col becco spargono affetto, non mordono mica e sorridono un sacco. Nel settore grandi felini, c’è Lu che è un leone crinito — protettivo e alfa, per quanto un’amazzone possa esserlo; Marzia, che è uno stregatto coi poteri, e quell’adorabile lince di Nilufar. Macinano chilometri. Rita è affusolata, sottile: un’elegante giraffa con la testa oltre ogni cima. Ros è un ermellino con gli occhi accesi, vivi, mobilissimi. Sabi è uno scoiattolo dalla coda invisibile, Simo un’istrice arguta da accarezzare in un verso solo e Stella il lemure più vigile che abbia mai calcato questa terra.

E io, io che sono l’elefante tremulo in questa cristalleria di creature preziose, adesso vibro ma non lacrimo né mi lagno: tasche non ne ho più. Sono bestiola. Invito voi a commuovervi, invece, per voi ma non per loro. Piangetevi addosso. Piangetevi tutto. Poi le lacrime — le stesse mie, suppongo — buttatele al secchio. Smontate dalla jeep. Sfanculate il safari. Ponete tutte le domande. Leggete le risposte. Cercate il contatto. Consentitevi di sentire. Calatevi con le mani — le zampe — nella terra. Le bestie siamo noi, le bestie siete voi: cercatevi un habitat, spazio ne abbiamo.

[L’intro a I racconti del SÉno si trova qui.]